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Di ritorno con Thelma Jara da uno dei tre viaggi in Uruguay, i sequestratori mostrarono alla donna la rivista “Para Ti” ancora fresca di stampa, con le sue fotografie e il reportage di disinformazione. Quella notte non dormirono alla ESMA, bensì nella villa che il reparto speciale aveva a disposizione nella Gran Buenos Aires. Il mattino seguente, di buon’ora, la portarono all’imbarcadero di San Fernando e da lì una lancia la condusse all’isola di “El Silencio”, dove erano già stati trasferiti gli altri inquilini della ESMA. Quel giorno, sull’isola, i prigionieri videro il capitano di vascello Horacio Estrada, un ufficiale borioso che mentre li torturavano diceva: “L’uomo non è perfetto, è perfettibile” (Victor Melchor Basterra, intervista con l’autore, 15 giugno 2004).

Tra guardie e sequestrati, il contingente che occupò l’isola era composto da sessanta persone. Tra i prigionieri si conservarono le stesse gerarchie stabilite all’interno della ESMA. Ma durante il mese trascorso lì, gli uomini della Marina si alternarono al comando con i prefetti, che conoscevano meglio la zona e la controllavano (Lorkipanidse, intervista citata).

Dice Thelma Jara:

“Quelli che prima stavano a Capucha li tenevano in una casa a un isolato di distanza dagli altri. Era umida e poiché dormivano a terra ne risentivano maggiormente. Li portarono sull’isola di notte. All’alba li spostavano nella casa in cui stavamo noi per fargli fare un bagno”.

La casa più piccola fungeva anche come luogo di punizione per

chi non apparteneva a quel gruppo, se faceva qualcosa che dava fastidio alle guardie (Firpo, Alberto Néstor, denuncia. Fascicolo 11478/84, fg. 146-152).

Tra gli ospiti di quell’edificio insalubre, Thelma Jara de Cabezas vide una figlia di sua sorella, del cui sequestro era venuta a sapere casualmente alla ESMA, quando dovette aprire e classificare il contenuto di alcune scatole nelle quali i marinai riponevano gli oggetti requisiti nelle perquisizioni. In una di queste trovò i quaderni del liceo di sua nipote Norma Cristina Cozzi, sequestrata alcuni mesi dopo di lei e rinchiusa alla ESMA insieme al marito, Eduardo Piccini. Su sua richiesta, nell’isola le permisero di leggerli (Norma Cristina Cozzi, intervista per questo libro il 30 gennaio del 2003).

Norma Cozzi ricorda che nei primi giorni di settembre, alla vigilia dell’arrivo della Commissione interamericana per i diritti umani, le guardie dissero che alla ESMA non poteva restare nessuno. La portarono via di notte insieme ad altri prigionieri, ammanettata e incappucciata. La trasferirono su una camionetta fino all’imbarcadero della Prefettura di San Fernando, dove la fecero salire su una lancia che la condusse sull’isola. “Eravamo in una specie di magazzino dal tetto molto basso, dovevamo stare chini. Ci fecero stringere gli uni contro gli altri” (Norma Cristina Cozzi, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84/85, fs. 6313 e successivi, 24 luglio 1985). Sul pavimento di terra buttarono dei materassi. “Quell’orrore ci sembrò meraviglioso, perché non eravamo più separati da muri e potevamo vederci in faccia per la prima volta” (Norma Cristina Cozzi, intervista citata). Così scoprirono che mancava uno dei quindici prigionieri che erano partiti con loro. Quando chiesero di lui, una guardia li informò che era stato trasferito (Norma Cristina Cozzi, testimonianza citata alla Camera Federale). Prima dissero che lo avevano rimandato a casa, ma poi una delle guardie più giovani affermò che “lo hanno mandato in cielo” (Norma Cristina Cozzi, intervista citata). Lo chiamavano il Topo e non seppero mai il suo vero nome. Sull’isola le guardie dissero che alla ESMA erano morti un cugino e la suocera del Topo, perciò non potevano fare affidamento sulla sua rieducazione (Enrique Mario Fuckman, intervista per questo libro).

La gran parte dei reclusi nella casa piccola si conoscevano tra loro ed erano stati catturati nella stessa retata. Altri invece si conobbero solo lì.

Victor Melchor Basterra era operaio grafico e militante del Peronismo di base. Quando fu sequestrato insieme alla moglie e alla figlia di due mesi e mezzo, il 10 agosto del 1979, nella sua casa trovarono il mimeografo con cui stampava la rivista artigianale “Campana di legno”. In quel titolo i marinai cercavano di individuare un qualche significato nascosto e maligno. Ignoravano che era ispirato a un verso dell’opera nazionale che racconta le disgrazie del gaucho Martín Fierro:

“Para él son los calabozos, / para él las duras prisiones, / en su boca no hay razones / aunque la razon le sobre; / que son campanas de palo / las razones de los pobres” (Tratto dall’opera “Martín Fierro”, di José Hernández. “Per lui son le celle,/per lui le dure prigioni,/dalla sua bocca non escon ragioni,/per quanto di ragione abbondi;/ché son campane di legno/le ragioni dei poveri” [ndt]).

Portato alla ESMA, Basterra ebbe due arresti cardiaci durante la tortura. Ristabilitosi con l’aiuto di due medici, il tormento si prolungò fino al mattino seguente per venti ore consecutive. Uno di quei medici era un prigioniero che partecipava al processo di rieducazione. Mettevano la picana nella mano di Basterra, che per gli spasmi la stringeva sullo strumento di tortura, e lo lasciavano da solo fino a quando ritornavano per controllare. Per metter pressione su Basterra, gli mostrarono la moglie con il viso pieno di lividi per i colpi ricevuti e minacciarono di applicarle scariche elettriche con la neonata sul petto. In quelle condizioni, confessò dove si riuniva il gruppo che pubblicava la rivista. Alcuni furono portati alla ESMA e liberati poco dopo, ma uno, Juan Carlos Anzorena, rimase prigioniero nella Scuola. Lo incatenarono accanto a Basterra, che riconobbe la sua voce quando chiese dell’acqua. “Voglio morire, perdonami. Sono io il responsabile della tua prigionia. È terribile quello che fatto”, gli disse Basterra, incappucciato. “Non preoccuparti, anch’io avrei fatto lo stesso”, gli rispose Juan Carlos Anzorena, suo compagno nel Peronismo di base, anche lui incappucciato (Victor Melchor Basterra, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84/85, fg. da 5976 a 6064 e intervista con l’autore, 15 giugno 2004). L’ex detenuto-desaparecido Basterra racconta quel dialogo tragico, che ancor oggi lo ossessiona, con dignità immensa. Non occulta la tragedia, né la banalizza. Sa che lo obbligarono a fare qualcosa di atroce, ma che non riuscirono a distruggerlo né a corromperlo. Se una persona potesse simboleggiare il fallimento del programma di rieducazione della Marina, quella persona dovrebbe essere Basterra.

Quello che fecero alla sua figlioletta appena nata non era una pratica eccezionale. Qualcosa di simile accadde anche a Carlos Gregorio Lorkipanidse (Carlos Gregorio Lorkipanidse, testimonianza al giudice istruttore NOS della Audiencia Nacional di Madrid, Spagna. Fascicolo SDH 3224), sequestrato nel novembre del 1978 insieme alla moglie, il figlio di venti giorni e un cugino. Condotto in un luogo a lui ignoto con un cappuccio sulla testa, lo colpirono con un bastone senza rivolgergli domande, mentre gli facevano ascoltare le grida della moglie, torturata in una stanza attigua. Dopo avergli tolto il cappuccio lo informarono che era nelle mani della Marina, che ogni forma di resistenza sarebbe stata inutile e che l’unica possibilità che aveva era di collaborare con loro. Lui rispose che non aveva nulla da dire. Il capo del reparto speciale ordinò:

“Portate il bambino”.

“Il bambino no, ridatemelo!”, udì gridare la moglie.

Il sottufficiale Juan Antonio Azic entrò tenendo il bambino a testa in giù per i piedi.

“Se non parli gli sfracelliamo la testa sul pavimento”, gli disse.

Acosta ordinò di appoggiare la creatura sul corpo del prigioniero e quindi incominciò a passargli la picana sulle braccia.

“Adesso vediamo se hai qualcosa da dire”.

Prima che entrasse alla ESMA, Evangelina Rosario Quiroga fu minacciata attraverso le sue tre bambine rispettivamente di cinque, quattro e tre anni. “Mi portavano una scarpina, un maglioncino o un vestitino e mi dicevano che le avrebbero torturate in mia presenza e che le avrebbero fatte assistere alla mia tortura, per farle impazzire” (Rosario Evangelina Quiroga de Cubas, testimonianza resa nell’ambasciata Argentina a Caracas nel 1983, fascicolo Conadep 6975).

Lorkipanidse era un fotocromista e gli uomini della Marina lo misero a lavorare nel laboratorio dei sotterranei della ESMA. Tra le varie sostanze utilizzate c’era il cianuro. L’odore di quella sostanza dava il voltastomaco a uno dei prigionieri, Tito, che aveva ingerito una pastiglia di cianuro per non farsi catturare vivo quando erano venuti a sequestrarlo. Gli uomini della Marina lo fecero vomitare con un antidoto di loro invenzione tanto artigianale quanto efficace: una potente lavanda gastrica per mezzo del contenuto di un estintore. Gli costò abituarsi a quell’odore.

Nel laboratorio, Tito accennò alla possibilità di uscire dal paese con l’aiuto di un sacerdote che officiava nella cappella Stella Maris. “Andarsene dal paese è il modo migliore per dimostrare che la rieducazione ha avuto successo, che non abbiamo intenzione di tornare a fare attività politica”, disse a Lorkipanidse. Grasselli si sarebbe incaricato di ottenere tutto il necessario per il viaggio (Lorkipanidse, intervista citata).

L’obiettivo che si proponevano i prigionieri era di salvare il maggior numero possibile di persone. Per questo era necessario inventare sempre nuovi lavori e specialisti capaci di farli, dallo scattare fotografie alla riparazione di ogni sorta di apparecchi. “Di nascosto tenevamo corsi avanzati di qualsiasi cosa in ventiquattr’ore”.

Molti però non scesero mai a lavorare nei sotterranei.

“Una delle ultime attività di cui ci incaricarono fu fare duplicati delle fotografie dei detenuti per inserirle nei rispettivi dossier. Le foto ondeggiavano nel liquido dello sviluppo, sentivo tutti i loro sguardi su di me” (Ibid.). 269

Allo stesso laboratorio di Lorkipanidse fu assegnato l’operaio grafico Basterra. Di tutti i sequestrati della ESMA, Basterra fu quello che rimase più a lungo nelle mani dei carcerieri. Non volevano lasciarlo andar via perché era molto utile nell’attività di contraffazione. Ogni giorno fabbricava quattro set completi di documenti che includevano carta d’identità, passaporto, patente, lasciapassare e carta verde di

autoveicolo. Arrivò a effettuare turni di lavoro di dodici ore. Nel marzo del 1980 gli venne concesso per la prima volta di fare visita alla famiglia. Lo lasciarono un sabato alla stazione e gli ordinarono di tornare alla ESMA la domenica. Gli davano il denaro appena sufficiente per viaggiare e fumare. Al ritorno doveva telefonare da un bar nelle vicinanze perché venissero a prenderlo. Dormiva su un materasso steso sul pavimento del laboratorio fotografico. Le uscite si fecero sempre più frequenti, prima mensili e poi settimanali, ma gli facevano sentire addosso la pressione della vigilanza. Al suo ritorno gli descrivevano con estrema precisione ogni luogo da cui era passato, perché non dimenticasse che era in loro potere.

Nell’aprile del 1981 gli consentirono di fabbricarsi un pass che gli sarebbe servito per entrare, uscire e circolare all’interno della ESMA. Basterra iniziò a mettere da parte foto e negativi. Le conservava nella camera oscura, dentro le scatole di carta da sviluppo, che le guardie non aprivano per non rovinarla. In seguito, quando prese a entrare e uscire indisturbato, trovò il coraggio di portar via con sé quel materiale, nascosto sotto i vestiti. Tra il 1981 e il 1983, in ciascuna delle sue uscite dalla ESMA si portò dietro parte del prezioso carico, che poi nascondeva a casa sua, in quelle di due fratelli e di alcuni conoscenti. Di statura bassa e pelle scura, ben piantato, taciturno, fedele militante di una delle organizzazioni di base più responsabili, Basterra preparò la sua vendetta con metodo e costanza. Il 3 dicembre 1983, una settimana prima che terminasse la dittatura e assumesse l’incarico il neoeletto presidente Alfonsín, gli dissero che poteva rimanere a casa e cercarsi un lavoro, ma che avrebbero continuato a controllarlo. Tornato in libertà sporse denuncia al Centro di studi legali e sociali, alla Commissione nazionale sulla scomparsa di persone e alla magistratura, allegando oltre ottanta fotografie degli uomini del reparto speciale, delle loro vittime e di due dirigenti politici del Giustizialismo che collaboravano con la Marina, documenti falsificati, manoscritti dei suoi sequestratori, elenchi di detenuti-desaparecidos. Quella documentazione che Basterra consegnò a rischio della vita servì a identificare e a far processare molti dei suoi carcerieri, nonché a impedirne la promozione (Basterra, testimonianze citate). Tra i vari documenti contraffatti che gli uomini della Marina fecero confezionare a Basterra, ce n’erano quattro destinati a Licio Gelli, della cui loggia P2 era membro l’ammiraglio Massera. Gelli era fuggito dall’Italia dopo che la giustizia italiana lo aveva condannato per lo scandalo del Banco Ambrosiano. Con uno di quei documenti d’identità argentini il burattinaio tentò di prelevare 55 milioni di dollari in una banca svizzera e fu arrestato a Cannes nel 1998.

Due decenni dopo, quando il presidente Néstor Kirchner abrogò la legge che proibiva l’estradizione di militari argentini, un giudice ordinò l’arresto di Azic affinché rispondesse all’accusa di tortura nei confronti del figlio di Lorkipanidse formulata dal giudice spagnolo Baltasar Garzón. Per sottrarsi all’arresto si sparò un colpo di pistola in bocca, ma sopravvisse con la mandibola fracassata.

Lo stesso giorno del sequestro di Basterra, alla ESMA morì un prigioniero. Si chiamava Raimundo Villaflor ed era la personalità politica di maggior spicco che fosse mai caduta nelle mani degli uomini della Marina. Operaio metallurgico, il Negro Raúl fu attivo nella resistenza sin dal golpe del 1955, fece parte dei primi gruppi peronisti autobattezzatisi rivoluzionari, fu uno degli organizzatori della Centrale Generale dei Lavoratori Argentini, nonché fondatore del Peronismo di base e delle Forze Armate peroniste.

Abbagliato dalle geometriche verità dell’ideologia, era dotato allo stesso tempo di un senso della realtà e di un coraggio così spiccati che Rodolfo J. Walsh, quando lo conobbe alla centrale sindacale, ne rimase colpito. Raimundo si trovava nella pizzeria La Real di Avellaneda il 13 maggio 1966, quando dal tavolo occupato dall’uomo forte del sindacalismo peronista, Augusto Vandor, partirono gli spari che uccisero due militanti di base e il vice di Vandor, che aspirava a rimpiazzarlo. Nel libro di Walsh “Chi ha ammazzato Rosendo?”, Raimundo Villaflor racconta il primo periodo della sua militanza, durante il grande sciopero dei metallurgici del 1956, quando i sindacati erano commissariati dai militari golpisti.

“Si presentarono due camionette della polizia e dell’esercito, con alla testa un comandante che voleva riempirci di botte. Insomma, come al solito il tipo si credeva di essere in caserma e cominciò a minacciarci di prenderci a fucilate, metterci in gattabuia e rasarci a zero, finché non spuntò uno che gli disse: perché non te ne torni da quella troia di tua madre? E lì tutti in coro: vattene macellaio, figlio di madre ignota. E dovette andarsene. Doveva andarsene o ammazzarci tutti. Ma alcuni si spaventarono e cominciarono a esprimere posizioni che non erano quelle che erano state decise nelle assemblee, a cercar pretesti di scioperi bianchi, che c’erano leggi che ci proteggevano, e bla bla bla. Insomma, si erano cacati sotto. Allora intervennero con forza i delegati delle piccole fabbriche spiegando che non era il caso di manifestare la paura che li aveva colti, ma al contrario quello che avevano deciso le assemblee. Si votò per lo sciopero generale. Lottammo e tenemmo duro per quarantacinque giorni” (Rodolfo Walsh, “¿Quién mató a Rosendo?” [Chi ha ammazzato Rosendo?], Edi­ciones de la Flor, Buenos Aires, 1969, pp. 16-17).

Villaflor giocò un ruolo cruciale in quello che Walsh descrive come il suo lento e laborioso passaggio “dal mero nazionalismo alla sinistra” (Rodolfo Walsh, “Noticia Autobiográfica”, in “Los diez mandamientos” [I dieci comandamenti]; a cura di Piri Lugones, Editorial Jorge Aivarez. Buenos Aires,1966). Mentre lavoravano alla ricostruzione della sparatoria di Avellaneda, Raimundo, gli propose di aderire al peronismo di base. Walsh non credeva in alternative politiche distanti dalla coscienza politica del popolo, però aveva un problema concreto con la forma specifica che tale coscienza aveva assunto in Argentina. Villaflor sorrise e con il suo umorismo da borgata descrisse il peronismo in questi termini:

“Il saluto nazista è cosi , disse sollevando il braccio destro in diagonale. Poi alzò in verticale il pugno sinistro e disse: “I comunisti fanno così”. Quindi allungò a mezz’altezza il braccio destro e ruotò il polso prima verso destra e poi verso sinistra: “Il peronismo è così. Più o meno”.

“Non sono peronista”, argomentò Walsh col suo intatto scrupolo irlandese. Villaflor sorrise e gli disse che non importava. I due sapevano che ormai era dentro. Un dialogo simile si svolse nel corso della notte in cui Villaflor lo invitò a entrare nelle Forze Armate peroniste. Walsh rispose che ne ammirava il coraggio ma che non se la sentiva di trasformarsi in un combattente. Dovette passare del tempo prima che lo facesse, per coerenza con le sue convinzioni.

Le Forze Armate peroniste entrarono in crisi nel 1972. Con una parola d’ordine che era innanzi tutto un desiderio, sostennero che “Perón appartiene ai lavoratori e non ai traditori” e a partire da questa affermazione costruirono un sillogismo la cui conclusione fu che non sarebbe rientrato in Argentina. Al principio del 1973 Walsh abbandonò l’organizzazione, la cui attività principale era ormai diventata il dibattito ideologico, ed entrò nei Montoneros, con i quali si sentiva meno affine se non per la loro volontà di agire sulla realtà. Per Walsh, come per altri compagni che prima e dopo fecero lo stesso percorso, questo era cruciale. Nel 1968, ancora sotto l’influsso del mondo nel quale Villaflor lo aveva introdotto, Walsh scrisse, nel programma del primo maggio della Centrale generale dei lavoratori argentini:

“Il campo d’azione dell’intellettuale è per definizione la coscienza. Un intellettuale che non comprende ciò che accade nel suo tempo e nel suo paese è una contraddizione vivente, e quello che pur comprendendo non agisce, troverà posto nell’antologia del pianto, non nella storia viva della sua terra”.

Entrambi morirono alla ESMA.

La sequenza dei rapimenti figura in un’informativa dell’ambasciata degli Stati Uniti. Il 3 agosto del 1979 furono sequestrati la sorella e il cognato di Raimundo, Josefina Villaflor e José Hazan. Il giorno seguente finirono nelle mani della Marina Raimundo Villaflor e la moglie, Elsa Martínez (Argentina Project, “Disappearances reported from Argentina: 1 August – 16 september 1979” [Casi di persone scomparse in Argentina: 1 agosto - 16 settem­bre 1979]), e in quegli stessi giorni altri loro compagni di militanza come Enrique Ardeti, Nora Wolfson, Pablo Lepíscopo e lo stesso Basterra. Il reparto speciale che sequestrò Villaflor e Elsa

Martínez abbandonò per strada le bambine della coppia.

I torturatori si accanirono su Villaflor. Accanto alla camera di tortura, tappezzata di pannelli acustici e cartoni da uova per attutire le grida, c’era una sala da pranzo. I detenuti coinvolti nel processo di riabilitazione sapevano quando veniva usata la picana perché in quel momento l’immagine del televisore nella sala da pranzo si offuscava.

Secondo un altro prigioniero, Carlos Muñoz:

“Dopo essere stato torturato con la picana, per diversi giorni Villaflor non era in grado di camminare e parlava a stento. Stava malissimo. Lo vidi con i polsi e le caviglie maciullati. A un certo punto la picana si guastò. Entrarono come pazzi nella sala da pranzo, strapparono il cavo del televisore e lo portarono via. L’imperativo numero uno, dopo che si è stati torturati con la picana, è non ingerire acqua. I sottufficiali ci raccontarono che dopo una di quelle sedute di tortura Villaflor chiese di andare al bagno, si buttò sulla tazza del water e bevve tutta l’acqua. Mezz’ora dopo ebbe un attacco di cuore e morì”.

Basterra contesta quella versione: secondo lui la inventarono le guardie per discolparsi. Furono loro ad ammazzare di botte Villaflor perché aveva morso la spalla di una guardia. Il corpo venne bruciato. Lorkipanidse udì un carceriere dire che Villaflor era rimasto attaccato alla picana” (Lorkipanidse e Basterra, testimonianze citate).

Gli altri componenti del gruppo di Villaflor furono inseriti nel processo di riabilitazione. Tre settimane dopo il sequestro, José Hazán telefonò alla madre.

“Dove sei?”

“Sto bene. Non fate nulla”.

La raccomandazione di non sporgere denuncia era una delle prime disposizioni che i sequestrati in mano al reparto speciale davano alle loro famiglie.

Anche Josefina Villaflor telefonò a casa. La madre le domandava perché piangesse. Non poteva dire dove stava, ma le annunciò che

sua figlia Celeste, sequestrata con lei e il marito, sarebbe stata riconsegnata ai nonni. Dopo chiese di parlare con il padre.

“Papà, ci riporteranno a casa”, gli disse.

“Prepareremo un bell’“asado””, rispose con tono allegro Aníbal Clemente Villaflor, capostipite di una progenie di militanti.

Il padre di Raimundo e Josefina fu uno degli organizzatori dello sciopero generale e della mobilitazione operaia che nell’ottobre del 1945 liberò Juan D. Perón dallo stato d’arresto cui lo avevano costretto i suoi commilitoni dell’Esercito. Villaflor e compagni furono ricevuti alla Casa Rosada dal presidente Edelmiro Farrell, che chiese loro di porre fine allo sciopero. Si rifiutarono e chiesero di parlare con Perón. Li condussero all’ospedale militare dove era recluso. Da lì Perón marciò fino alla Plaza de Mayo, la sua porta d’ingresso nella storia argentina. Villaflor fu nominato delegato municipale ad Avellaneda. Mantenne quell’incarico appena un anno. Narra Walsh:

“Quando i dipendenti del suo stesso municipio scesero in sciopero e il governatore ordinò la repressione, gli ribollì il sangue: si mise alla testa della delegazione che andò a protestare” (Rodolfo Walsh, “¿Quién mató a Rosendo?”, pp. 26-27).

Qualcuno tolse la cornetta a Josefina e dettò istruzioni al padre:

“Non devono esserci giornalisti né estranei nella casa”, ordinò.

“Mia figlia mi raccontò che la colpivano con bastoni, con scosse elettriche. Vidi i segni, ma non le ho guardato il petto perché è mia figlia. Non posso”, disse il vecchio Villaflor con i suoi ottant’anni ai giudici che lo ascoltarono al termine della dittatura (Aníbal Clemente Villaflor, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 24 luglio 1985).

Durante quella visita, Josefina portò una bambola di pezza che aveva fatto per la sua bambina e altre due per le figlie di Raimundo, che erano tornate dai nonni. Il terzo fratello si chiamava Rolando Villaflor ed era soprannominato Zorba. Parlando di Raimundo davanti ai giudici lo chiamò “il mio fratellino maggiore”. Zorba all’epoca aveva quarantotto anni (Rolando Eliseo Villaflor, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 24 luglio 1985). Vestito di nero, con una faccia segnata dal dolore, quando i giudici gli posero la domanda di rito se si sentisse amico o nemico degli ex comandanti militari sotto processo, rispose che nessuno poteva considerarsi amico del genocidio e che per loro provava solo disprezzo. “Per il nervosismo ci siamo dimenticati di portare le bambolette di pezza, però tenga presente che ce le abbiamo”, disse.

Il tenente di fregata Cavallo consegnò una lettera di Hazan per la figlia Celeste e, nel febbraio del 1980, condusse lo stesso Hazan nell’abitazione di famiglia. I giudici chiesero a Raquel Hazan di consegnare quella lettera alla corte, come prova del sequestro. “Desidero tenerla perché è l’ultimo ricordo che ho di mio figlio”, rispose (Raquel Hazan, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel pro­cesso 13/84, 24 luglio 1985).

Con la visita alle famiglie iniziava un’altra tappa del processo di rieducazione. Ma non era un processo lineare. Oltre ai membri del gruppo Villaflor, anche Fernando Brodsky smise di chiamare i suoi familiari nei primi mesi del 1980. Per un certo periodo, nel 1974, Brodsky aveva militato nel Peronismo di base e preso parte a diversi volantinaggi nella zona industriale a sud della Gran Buenos Aires. In seguito ebbe dei contatti con l’Esercito rivoluzionario del popolo, trascorse parte del primo anno di dittatura in Brasile e, nel 1978, all’età di ventuno anni, si avvicinò al piccolo Gruppo operaio rivoluzionario. La famiglia viveva a Recoleta, il padre lavorava come medico all’Ospedale Israelita, la madre gestiva una galleria d’antichità. I documenti d’intelligence del reparto speciale della Marina attestano che fu catturato grazie a informazioni carpite al suo ex superiore nel Peronismo di base (Tra i libri di una biblioteca ricevuta in donazione, il Centro di documenta­zione e investigazione delle culture di sinistra (CEDINCI) trovò due informative dell’intelligence, una elaborata dal reparto speciale della Scuola di meccanica della Marina e l’altra dal Battaglione 601 dell’Intelligence dell’Esercito. Di ciascuna informativa vennero fatte 50 copie: 45 furono distribuite tra le varie unità delle Forze Armate e di sicurezza e le altre cinque tenute di scorta. La copia numero 15 nella lista di distribuzione ufficiale è destinata a “ARA Grutartres Tres”, cioè il Reparto Speciale 3.3 (“Grupo de Tareas” 3.3.) della Marina, in servizio nella ESMA. Le informative riguardano le varie fasi dell’attività dei reparti speciali, dai pedinamenti iniziali fino agli interrogatori ai quali i sequestrati furono sottoposti nei campi di concentramento e alle foto scattate in quei momenti).

A partire dal settembre del 1978 aveva telefonato a casa più di venti volte, fin quando le comunicazioni si interruppero. Suo padre era amico di un generale, al quale chiese aiuto per il figlio. Quando questo gli rispose di non averlo trovato dove l’aveva cercato, si arrese e si rituffò sul lavoro. Al contrario la madre, la scultrice Sara Silberg, cercò nuovi contatti. “Nessuno può venirmi a dire che possono portarmi via mio figlio e fargli qualsiasi cosa”. La donna riuscì ad arrivare a Massera attraverso l’ex ministro peronista della Difesa Ángel Federico Robledo, un altro amico del marito. “Mi misi una camicetta rosa e una gonna a quadri, pensavo che avrei rivisto mio figlio.” Era l’ottobre del 1979. Gli uffici dell’ex capo della Marina erano stupendi, con quadri di grandi autori. La madre di Brodsky pensò che tiravano burro sul soffitto” (Modo di dire argentino per indicare uno stile di vita fatto di bagordi sfrena­ti. L’origine dell’espressione risale ai primi anni del Novecento, quando i rampolli della buona società argentina si divertivano a concludere le serate passate nei migliori locali di Buenos Aires, ma anche in trasferta a Parigi, scagliando sul sof­fitto il burro avanzato nei piatti [ndt]). Massera le disse che suo figlio era protetto ma di non dirlo in giro perché lo avrebbe negato. In una seconda visita fu ricevuta da un figlio di Massera. La donna gli portò in omaggio una scultura intitolata “Le mani di Dio”. Un ufficiale della Marina consultò un fascicolo e le disse che Fernando non era violento ma frequentava cattive compagnie, “ed era lui la testa pensante” (Sara Silberg, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel proces­so 13/84, 25 luglio 1985). In aggiunta era giudeo. Sarebbe sopravvissuto solo pochi mesi. Le guardie erano una delle principali fonti d’informazione a disposizione dei prigionieri su quello che accadeva nella camera di tortura. “Alcuni erano giovanissimi e terrorizzati. Nonostante le pressioni degli ufficiali, a volte si trattenevano a parlare con noi, per loro era come una terapia”, dice Norma Cozzi (Norma Cozzi, intervista citata).

Sul finire di agosto del 1979, una guardia della ESMA informò Basterra che lo avrebbero spostato. Alla mezzanotte del 4 o del 5 settembre lo trasferirono, ammanettato, incatenato e incappucciato, a bordo della solita camionetta che chiamavano “Swat”, allestita con cuccette per gli appostamenti prima di un sequestro e della tortura della nuova vittima. Basterra pensò che stessero per ucciderlo. Con gli occhi coperti, cercava di attribuire un significato a ogni suono che sentiva. I latrati dei cani nello spiazzo accanto al fiume dove lo portarono. I colpi delle armi delle guardie, le battute che si scambiavano facendo finta di sparare a una casa dalle finestre illuminate, i colpi sul telone della barca. “Ero schiacciato contro un ferro che mi si era conficcato nella spalla. Ogni volta che accennavo un movimento per il dolore, mi arrivava un colpo di pala”.

Non riuscì mai a identificare il luogo in cui passò un mese. “Ci sistemarono in una stanza molto umida, l’acqua era cattiva, puzzava di marcio, ci ammalammo tutti”. Le guardie comunicavano tra loro con dei walkie talkie e per radio con la ESMA. Insieme a lui, tra gli altri detenuti, c’erano Brodsky, Lepíscopo, Enrique Ardeti, la moglie, la sorella e il cognato di Villaflor, Normà Cozzi con il suo compagno.

“Ci misero nel vano di sotto di una casa a palafitta, chiuso con mattoni per trasformarlo in una stanza. Non aveva ventilazione e per il caldo molti svennero. Allora aprirono la porta. A un certo punto ci fu una gazzarra tremenda perché passò un vicino e ci vide. Non sapemmo mai cosa accadde a quel vicino, ma udimmo delle grida e diversi spari”.

Le guardie occupavano la stanza al piano di sopra. Una notte in cui avevano bevuto un po’ troppo spaventarono a morte i prigionieri addormentati con assordanti passi di zapateado sul pavimento di legno della stanza, che fungeva da tetto dell’altra.

A dispetto di tutte le testimonianze, Grasselli negò che lì ci fossero state persone sequestrate. “Non lo ritengo verosimile, perché erano semplici casette di legno sopraelevate, piccole, assai scomode, come potevano tenerci delle persone? Chiunque poteva scappare”. Inoltre, “non c’era nessuna garanzia di sicurezza, come potevano sorvegliarli? E poi di fronte alla casa passa l’imbarcazione del trasporto collettivo, è molto in vista” (Grasselli, interviste per questo libro, agosto 2002 e gennaio 2003). Sembrano le riflessioni di un carceriere, non quelle di un prelato.

Norma Cozzi conosceva Josefina Villaflor e in quella stamberga sull’isola diventò amica della cognata, la gallega Martínez. “Era una bella donna, molto intelligente, però stava malissimo. Non sapeva cosa fosse successo al marito” (Norma Cozzi, intervista citata).

Nell’isola, Norma Cozzi poté parlare senza testimoni con la zia. Durante una passeggiata al sole, Thelma Jara de Cabezas le raccontò che alla ESMA avevano ucciso Raimundo Villaflor. Di ritorno nella stanza chiusa da mattoncini tra le palafitte di legno in cui dormivano, Norma non ebbe il coraggio di raccontarlo alla moglie, per timore che perdesse il controllo e gli uomini della Marina la uccidessero. Lo disse a Enrique Ardeti, Ramón il grasso, che era un altro membro di primo piano delle Forze Armate peroniste. “Non riuscì a parlare per due giorni, dormiva di continuo. Al terzo giorno parlò con la moglie e la sorella. La Gallega stette malissimo. Chiese dei tranquillanti e così superò i primi giorni, in uno stato di torpore” (Ibid.).

Dalle guardie seppero che nell’isola c’era un altro gruppo di prigionieri senza cappucci né catene. Era formato da detenuti sequestrati prima di loro e ormai adattati alla nuova realtà. Erano quelli che arrivarono all’imbarcadero come una comitiva di studenti, in un autobus della Marina. In seguito ne conobbero uno, portato lì in punizione perché aveva insultato un membro del reparto speciale. Per il cattivo odore che emanavano le guardie li tenevano in catene e li lasciavano da soli, tanto che potevano comunicare tra loro. Basterra raccontava delle storie per sollevare gli animi. Così passarono un mese.

Uno dei membri di quel gruppo più numeroso era Carlos Muñoz, prigioniero della ESMA dal novembre del 1978. Tre mesi dopo cominciò il processo di riabilitazione. Anche lui doveva falsificare documenti d’identità nei laboratori della Marina in cambio della vita e di gradi di libertà via via crescenti. Dapprima gli consentirono di rivedere la famiglia, con visite diradate nel tempo e in compagnia di militari. Poi si fecero più frequenti e lo lasciarono andare e tornare da solo e dormire fuori dalla ESMA durante i fine settimana. Il lunedì mattina doveva presentarsi in un bar di fronte alla Scuola e da lì telefonare con un codice, perché un’auto venisse a prenderlo per riportarlo al laboratorio (Carlos Muñoz, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 23 luglio 1985, fg. 6194 e 6199). Muñoz ricorda che nella casa sull’isola in cui si trovava i prigioneri più avanti nel processo di rieducazione vivevano in condizioni normali, senza ceppi né cappucci.

Faceva parte di quel gruppo anche Enrique Fuckman, soprannominato “Cachito”. Nel 1977 la polizia aveva ucciso il fratello minore, di diciassette anni. Inseguito per la strada, rimase ferito e cadde a terra, dove gli diedero il colpo di grazia. Entrambi militavano nei Montoneros. Dopo un viaggio in Israele, dove visse in una comune rurale, Fuckman decise di ritornare in Argentina. Fu sequestrato nel novembre del 1978, quando aveva ventidue anni, e fece tutto il ciclo della ESMA. Al momento del trasferimento nell’isola lavorava all’archivio. Faceva parte del primo gruppo che venne portato sull’isola.

Gli abitanti della casa grande seguivano un programma giornaliero rigidamente definito. Si alzavano alle 7, facevano colazione e si dirigevano ai loro posti di lavoro. Con dei machete forniti dalle guardie aprivano un sentiero nella boscaglia. Le guardie tagliavano i pioppi con una motosega. I prigionieri puntellavano i tronchi e li trascinavano fino alla riva, dove un’imbarcazione passava a caricarli. Raccoglievano anche foglie di formio per filare il sisal. I militari vendevano quella produzione.

Il capo del reparto speciale, il capitano di vascello Horacio Estrada, osservò divertito che l’acquirente del legname, nel vedere i prigionieri, pensò che fossero braccianti. Gli domandò quanto chiedevano per quel lavoro. Quando Estrada gli disse che li pagava a ora, l’uomo rispose:

“La stanno fregando, capo. Devono produrre molto di più” (Lorkipanidse, intervista citata).

Il tenente Fernando Peyón, che i prigionieri chiamavano Quasimodo o Gobba per le spalle curve, usava un fischietto per impartire ordini. Un giorno, Cachito lo convinse ad alleviare il faticoso lavoro di disboscamento. Il vento soffiava in direzione del fiume. “Appicchiamo un fuoco e lasciamo che ripulisca il terreno. Quando arriverà all’acqua si spegnerà da solo”, disse con sicurezza da ingegnere. Ma il vento cambiò direzione e le fiamme avanzarono in senso contrario. Mentre correvano scavando un controfuoco con un piccone, il tenente col suo fischietto cadde in un canale pieno di erbacce. Lo tirarono fuori e tutti insieme arrestarono l’incendio, le cui fiamme arrivavano ormai a cinque metri d’altezza (Ibid.).

Mentre gli uomini trasportavano tronchi, le donne pulivano la casa e preparavano da mangiare. Utilizzavano acqua potabilizzata per decantazione in quattro cisterne di fibrocemento sostenute da un traliccio metallico. Scorrendo lentamente da una cisterna all’altra attraverso un labirinto di tubature, l’acqua si purificava. Il filtro a sabbia era l’invenzione di un architetto che il reparto speciale aveva rimesso in libertà l’anno prima e al quale si era rivolto dopo aver acquistato l’isola (Enrique Mario Fuckman, intervista per questo libro).

C’era tempo anche per lo svago. Muñoz e Lorkipanidse furono invitati da un ufficiale e un sottufficiale della Marina a una battuta di pesca. Con un amo che era riuscito a procurarsi, Lorkipanidse assemblò una lenza. l’ufficiale medico Carlos Octavio Capdevilla, conosciuto come Tommy, si entusiasmò. Era un fanatico della pesca. Alla ESMA esaminava i detenuti durante le sedute di tortura e consigliava se proseguire o sospendere il tormento a seconda del loro stato. Nell’isola, cercava tra le sue vittime un buon compagno d’escursioni.

Tommy convinse un sottufficiale che chiamavano Pablo il bianco (perché era il più vecchio e canuto tra le guardie che conoscevano col nome di Pablo). A volte c’era una lancia con la cabina bianca e rossa e un motore Falcon entrobordo. Con quella andarono fino alla confluenza del Paraná-Miní nel Rio de la Plata. L’ufficiale medico si era portato dietro la sua super attrezzatura. “Mi domandava dove calare la lenza”, ricorda Lorkipanidse, “come se io fossi esperto di pesca. Nella parte più ampia della confluenza tra i due fiumi ancorammo la barca e calammo le lenze. Non pescammo nulla. Quando si fece ora di tornare, puf, puf, puf il motore non si accese. La batteria era a terra. Eravamo nello sprofondo assoluto. Con le canne e un paio di remi spingemmo la lancia verso monte quel tanto che ci consentiva la corrente. Si stava ormai facendo notte quando apparve una piroga guidata da due abitanti del luogo. Con il loro motore Yumpa ci trainarono fino a dove erano diretti. Tommy provò a offrire denaro perché ci accompagnassero in una casa dotata di generatore elettrico, ma quando arrivammo l’avevano appena spento. Dicevano che si era surriscaldato e non volevano rimetterlo in moto, ma quando videro i soldi accettarono di mettere in carica la batteria. La nebbia era così spessa che il riflettore pareva una lanterna e non vedevamo a più di mezzo metro dal naso. Ci perdemmo. Cominciammo a girare in tondo nel tentativo di attraversare il fiume da riva a riva” (Lorkipanidse, intervista citata). Quando arrivarono all’isola, intorno alla mezzanotte secondo alcuni, alle 4 del mattino per altri, l’ufficiale di turno cominciò a imprecare contro Capdevilla.

“Non eravamo preoccupati per voi. Ce la stavamo facendo sotto per i pacchi che trasportavate.

Non vedendoli tornare, da “El Silencio” il reparto speciale aveva allertato la Prefettura, che si era messa a pattugliare alla loro ricerca.

“Vivevamo in una casa in contatto radiofonico con la Scuola di meccanica della Marina. Era formata da una grande cucina, una stanza grande che utilizzavamo come sala da pranzo, un’altra dove c’era la radio, le camerate e i bagni. La casa era rialzata su palafitte, e sotto c’era un gruppo elettrogeno e utensili da lavoro” (Enrique Fuckman, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 22 giugno 1985, fg. da 6079 a 6113).

Un giorno Gobba soffiò sul suo fischietto e ordinò:

“Alle 16, partita di volley. Insorti contro regolari”.

“Ci radunammo e ci dicemmo: dobbiamo farli vincere senza che se ne accorgano”, ricorda Lorkipanidse. Il piano fu portato a termine senza difficoltà. Ma al termine della partita Gobba ordinò: “Adesso la rivincita”. L’arbitro era Cachito Fuckman. “Avreste dovuto vederci. Eravamo a piedi scalzi o con scarponi di gomma. Loro con polo Fred Perry o Lacoste e scarpette Adidas”. Ogni squadra aveva la sua tifoseria: da un lato le guardie, chiamati “i Verdi” per il colore dell’uniforme, dall’altro i prigionieri che non facevano parte della squadra. Qualcosa andò storto e nella seconda partita il risultato s’invertì. “Non fummo noi a vincere, la persero loro”, dice Lorkipanidsc (Lorkipanidse, intervista citata). Gobba ordinò che venisse giocata la bella e a quel punto tutti i piani andarono all’aria. “Ci venne il sangue agli occhi e tirammo fuori tutto quello che avevamo dentro pur di batterli. Gobba andò su tutte le furie. Strappò via il fischietto a Cachito. Volle fare lui l’arbitro e cominciò a imbrogliare, ma persero lo stesso. Quando terminò la partita li facemmo neri. Li sbeffeggiavamo cantando ‘Vai Campione’, con la musica della Marcia Peronista”.

La rappresaglia fu insignificante rispetto ai loro timori. Uno dei prigionieri venne portato al piano terra della seconda casa per aver insultato uno dei militari durante la partita. “Il giorno dopo ci fecero alzare alle 5 e senza farci fare colazione ci spedirono nel bosco a caricare tronchi in mezzo alle vipere”.

“Per quel lavoro disponevamo di machete. Ma loro avevano le armi. Un giorno il vicino di fronte aprì la porta del piano inferiore della casa piccola. Uscirono le guardie con tutta la ferramenta”. Gli spari che si udirono quel giorno erano del fante di Marina che chiamavano Tomás il grasso, che andava a caccia di anatre con un fucile (Ibid.).

Cosa sapevano i vicini che continuavano la loro vita di ogni giorno, cosa sentivano e vedevano da fuori le persone i cui orologi non si erano fermati?

I racconti dei vicini giunsero al dirigente socialista Fernando Barberini, che aveva un figlio desaparecido. Al termine della dittatura Barberini informò il deputato radicale Alberto Firpo. Insieme avviarono un’indagine che si concluse con una denuncia all’autorità giudiziaria.

Di fronte a “El Silencio” viveva un sergente della polizia di Buenos Aires. La moglie aveva notato le sagome di grandi dimensioni che trasportavano le lance della Prefettura, i giri degli elicotteri che volavano a bassa quota senza mai atterrare e gli spari d’arma da fuoco che si udivano periodicamente. Quello che più attirò la sua curiosità fu la disparità tra il numero di persone che vide arrivare e andar via. Le sarebbe piaciuto saperne di più, ma il marito era molto geloso e non la lasciava mai sola. Tuttavia quando fu citata in giudizio come teste negò di aver visto un movimento di sagome. Confermò il volo dell’elicottero e disse che una lancia della Prefettura aveva portato una cinquantina di persone, tra cui delle donne. Alcuni lavoravano, altri si abbronzavano soltanto. Quanto agli spari, erano tiri al bersaglio. E nulla aveva richiamato la sua attenzione (Alberto Néstor Firpo, denuncia. Fascicolo 11478/84. Tribunale Penale N° 6, San Isidro, provincia di Buenos Aires. Giudice: Rolando Juan Salchmalieff, fg. 2-3, 33-34. La signora María Nicolasa López raccontò tali fatti al deputato provin­ciale Firpo, quando questi avviò una investigazione privata al termine della ditta­tura. Davanti al giudice ritrattò parzialmente).

Il droghiere dello spaccio di Paraná Miní e Tuyú Paré vedeva arrivare gli abitanti di “El Silencio” in gruppo. C’era sempre qualcuno che faceva da guida, anche se non era mai la stessa persona. Giocavano a carte, bevevano e chiacchieravano, fino a che il capo li faceva smettere e li portava via. Compravano molti generi commestibili, consumavano merce di qualità e non badavano al prezzo. Non li vide mai in uniforme, ma al molo dell’isola attraccavano lance della Prefettura (Ibid., fg. 3 fronte e retro. Anche il droghiere Sierra ritrattò le sue affermazio­ni davanti al giudice).

Il distaccamento di Prefettura aveva un campo da calcio, dove si disputavano partite tra una squadra formata dal personale più qualche isolano, contro una di “El Silencio” (Ibid., fg. 5). Di fronte alla Prefettura si trova l’ospedale Chaná Miní. La moglie del sergente disse al medico di guardia di aver contato fino a 59 sagome in movimento. I suoi commenti corsero col vento finché qualcuno di “El Silencio” la fece smettere. Se avesse continuato a chiacchierare le avrebbero tagliato la testa e l’avrebbero gettata in pasto ai pesci (Ibid., fg. 4). Fu forse per questo che il più delle volte nessuno sapeva nulla. E quando sapevano qualcosa, era sempre da commenti di terzi.

Il 2 o il 3 ottobre 1979 i prigionieri furono riportati alla ESMA. La Commissione interamericana per i diritti umani aveva concluso la sua ispezione senza trovare nulla di quanto andava cercando. Come all’andata, il viaggio si effettuò in più fasi, in condizioni assai differenti a seconda del posto occupato da ciascuno nella gerarchia di quell’universo concentrazionario.

Gli incappucciati si imbarcarono sulla lancia di notte, gli altri di giorno. Per il gruppo più numeroso l’unica differenza rispetto al viaggio d’andata fu che all’arrivo all’imbarcadero ad attenderli non c’era un autobus, bensì un camion della Marina munito di tendine che furono abbassate in modo che nessuno da fuori potesse vederli. Li nascosero con delle coperte e ordinarono loro di non parlare fino all’arrivo. Nei giorni successivi tornarono a occupare i loro rispettivi posti nella Scuola e constatarono i cambiamenti che erano stati apportati per depistare i delegati della Commissione.

Basterra serbava un solo buon ricordo dell’isola: i gustosi “churrascos” (Filetti di carne alla griglia [ndt]) che mangiavano. Ma una volta ritornato alla ESMA, gli venne in mente che il sandwich freddo con cui li nutrivano e che i militari chiamavano “bistecca navale” fosse in realtà carne umana. Oggi sa che non era così, ma per due settimane non riuscì a mangiarlo e sopravvisse solo grazie alle arance che gli portavano gli altri prigionieri di ritorno dalle attività di riabilitazione.

Il contatto con il gruppo che si trovava nei sotterranei della ESMA avveniva tramite le guardie più disponibili. “Attraverso le guardie ci arrivava da mangiare. Fu così che riuscii a fumare a Capucha. Funzionava come nei commissariati di polizia: chiedi una stecca e ti arrivano solo due pacchetti” (Lorkipanidse, intervista citata).

La descrizione che il nunzio Laghi aveva fatto a Maria Ignacia Cercós de Delgado si avverò puntualmente. La maggior parte degli appartenenti a quel gruppo andarono gradualmente riacquistando la libertà, dapprima vigilata, con uscite periodiche. Ma quando il capitano di vascello Luis D’Imperio, uno degli ufficiali dai modi migliori nel ricordo di molti prigionieri, terminò il suo incarico come comandante in seconda del reparto speciale, a sostituirlo fu il parigrado Horacio Estrada. Misero fine a tutte le uscite e la moglie, la sorella, il cognato e diversi compagni di Raimundo Villaflor dovettero lasciare l’Acquario e furono spostati di nuovo nella soffitta, incappucciati e con le catene ai piedi. Per contro, i militari non si privarono dei servigi dell’operaio grafico Basterra, che fu alloggiato in un settore del terzo piano a lui sconosciuto, nel quale c’erano dei letti e un solo tramezzo divisorio: Da lì sentiva passi di persone che si spostavano trascinando catene. Tra il 20 e il 30 marzo 1980, un sottufficiale annunciò:

“Hanno smantellato Capucha”. Nel vedere il turbamento che aveva suscitato in lui questa notizia, cercò di tranquillizzarlo. “No, non è successo nulla”, disse. Ma da quel momento non sentì più il rumore di catene che si muovevano verso il bagno. Venne smantellato anche il settore dove le donne del gruppo cucivano vestiti e sparì una cassa contenente fotografie della famiglia Villation (Basterra, testimonianza citata nel processo 13/84).

Il capitano di vascello Estrada disse a un detenuto, in procinto di uscire in libertà vigilata, che fu lui a prendere la decisione di “mandare in cielo” i membri della famiglia Villaflor (Lorkipanidse, testimonianza citata).

Al termine della dittatura Estrada fu arrestato e processato per questi e altri crimini, ma in seguito uscì dal carcere grazie alle leggi d’impunità firmate dal presidente Raúl Alfonsín. La Marina lo assegnò alla rivendita di armi fabbricate dal regime razzista sudafricano durante l’embargo decretato dalle Nazioni Unite. Continuò a svolgere quell’incarico anche dopo essere andato in pensione. Nel 1996 fu citato in giudizio per aver partecipato a una spedizione illegale di armi in Ecuador, per la quale finì sotto inchiesta anche il presidente Carlos Menem. Dopo aver deposto nel processo, Estrada venne rinvenuto cadavere nel suo appartamento con una pallottola nella testa. Era destro a tal punto che il proiettile gli entrò nel cranio dalla tempia sinistra. Quest’uomo, dal destino così simile a quello di Roberto Calvi, era colui che aveva ordinato di preparare i documenti falsi per Licio Gelli.

Tre settimane dopo il ritorno dei prigionieri dall’isola, Caggiano morì del tutto. Due ore prima, il suo coadiutore Aramburu gli aveva somministrato l’estrema unzione. Lucido fino all’ultimo istante, tentò di recitare il santo rosario e spirò in compagnia del suo medico, della madre superiora del sanatorio Mater Dei e di Grasselli, sconsolato per la perdita del suo protettore. Il mattino seguente ebbe inizio la veglia funebre nella Cattedrale. Impaludato nella mitra e negli ornamenti arcivescovili, la personalità di maggior rilievo nella storia della Chiesa argentina fu protagonista di un grandioso funerale di stato, coerente con quello che fu la sua vita. Per dieci giorni sfilarono intorno al feretro aperto i massimi gerarchi del regime. Dopo le esequie solenni, il sarcofago fu trasportato fino all’atrio della Cattedrale da militari dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, seguiti in processione da decine di vescovi, Videla, Viola, i ministri del governo e il sindaco di Buenos Aires con i suoi assessori, nonché da altre autorità di tutte le gerarchie. Caggiano ricevette gli onori militari di un vice presidente della Nazione. Nella strada, le truppe schierate dinanzi alla Cattedrale presentarono le armi all’uomo che aveva dedicato la vita a esaltarle come strumenti benedetti di salvezza nazionale e spirituale. Dopo una salva di 19 cannonate, Tortolo pronunciò l’orazione funebre. Per decreto dell’Esecutivo la bandiera garrì a mezz’asta in segno di lutto fino al venerdì 26 ottobre 1979 (AICA, Bollettino 1192/93, 1 novembre 1979, p. 2).

La vigilia di Natale di quell’anno, i prigionieri ancora reclusi nella soffitta furono portati in un’altra zona della Scuola. Vennero liberati dei cappucci e delle catene e sistemati davanti a una tavola imbandita, alla quale mangiarono e bevvero insieme ai loro carcerieri. Erano all’incirca una ventina di persone, tra le quali gli ufficiali dello stato maggiore dell’ESMA. Quando arrivò il nuovo direttore della Scuola con la sua uniforme impeccabile, tutti rimasero in silenzio.

“Buona sera, signori. Auguro a tutti un felice Natale”, disse l’ammiraglio José Supicich.

In capo a due ore, durante le quali mangiarono e si scambiarono brindisi a base di alcolici, ognuno dovette riprendere catene e cappucci e ritornare al proprio materasso.

Gli uomini della Marina avevano portato nel laboratorio fotografico un’apparecchiatura che nessuno aveva mai visto prima: una telecamera. Pensavano che qualcuno dei prigionieri avrebbe saputo come usarla. “Non ne avevamo idea, però ci provammo fin quando non riuscimmo a farla funzionare con l’unica pellicola disponibile. La nascondemmo sotto ai vestiti e filmammo la cena di Natale”. Ma gli uomini della Marina se ne accorsero e si rimpossessarono della pellicola (Lorkipanidse, intervista citata).

Così trascorse la celebrazione del massimo mistero della Cristianità, la nascita di Dio fattosi uomo; fondatore di un regno indistruttibile che si oppone alla potestà delle tenebre e richiede che i suoi sudditi, per redimersi, rinneghino se stessi e prendano la croce; vendicatore di tutte le offese al momento del Giudizio finale; erede universale di tutte le cose, signore di tutte le creature, in virtù non della forza ma della sua propria natura ed essenza, con diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, uomini tenuti a portare il suo giogo con gioia e amore; redentore dell’umanità non con l’oro e l’argento ma col suo Sangue prezioso, tramite il quale gli uomini gli appartengono finanche nel corpo e dal quale la loro società trae libertà, tranquillità, disciplina, pace e concordia; e come rende sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri e l’obbedienza dei sudditi; e grazie a lui fiorisce l’ordine, cadono le armi di mano, svanisce ogni causa di sedizione e tornano a Dio i ribelli e gli ignoranti (Citazioni testuali dall’enciclica “Quas Primas” di Pio XI sulla regalità sociale di Cristo, 11 dicembre 1925).

Cap. 18

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