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La prima edizione di questo libro, alla quale ho lavorato per oltre quindici anni (Il mio primo articolo giornalistico sull’isola di “El Silencio” fu pubblicato sulla rivista “Página/30” nel settembre del 1990), è andata in stampa a Buenos Aires nel febbraio del 2005, quando a Roma era ricoverato in ospedale papa Giovanni Paolo II, che poi morì il 2 aprile.

Secondo i quotidiani italiani, il cardinale argentino Jorge Bergoglio fu l’unico serio avversario del tedesco Joseph Ratzinger, che venne eletto il 19 aprile e assunse il nome di Benedetto XVI.

In quegli stessi giorni, il vescovo castrense di Buenos Aires disse che il ministro argentino della Salute meritava di essere gettato in mare con una pietra da mulino al collo per aver distribuito preservativi ed essersi espresso  a favore della depenalizzazione dell’aborto.

Una siffatta concomitanza di eventi ha conferito a questa inchiesta storica su fatti avvenuti tre decenni addietro nella ESMA un’attualità che non ho mai cercato e che non potevo prevedere, ma che posso eludere ora che Benedetto XVI si avvicina agli ottant’anni e non è da escludersi che in un futuro conclave si prenda nuovamente in considerazione il nome di Bergoglio, che ha avviato un’aperta campagna di proselitismo.

Da Grasselli a Zanchetta

La presente edizione viene pubblicata in Italia in occasione del trentesimo anniversario del colpo di stato militare del 24 marzo 1976. Non è certo che per quella data il Vaticano avrà risolto la situazione dell’Episcopato castrense argentino, un’istituzione creata nel 1957 come Vicariato, della cui condotta prima e durante la dittatura si da’ conto in questo libro. Quando il vescovo Baseotto appese la biblica pietra da mulino al collo ministeriale, il presidente Néstor Kirchner invitò il Vaticano a designare un nuovo titolare della diocesi militare. Quando il Nunzio apostolico comunicò che non ve n’era motivo, il governo revocò l’assenso prestato alla nomina di Baseotto e lo privò del suo emolumento da segretario di Stato per aver rivendicato i metodi della dittatura. Il Vaticano disconosce sia “l’interpretazione che si è voluto dare alla citazione evangelica” sia l’autorità presidenziale di revocare la designazione del vescovo castrense.

Di motivi per dubitare che Baseotto abbia scelto ingenuamente una citazione biblica riguardante persone gettate in mare, ve ne sono in abbondanza. Il suo primo atto da Vicario fu la visita alla Corte suprema di Giustizia nella quale sostenne la necessità di chiudere i processi relativi alla guerra sporca dei militari contro la società argentina. Il suo segretario generale nell’Episcopato castrense (lo stesso incarico che nel l976 rivestiva Emilio Grasselli) è il sacerdote Alberto Ángel Zanchetta, che fu cappellano della ESMA negli anni della dittatura e del quale è comprovata la conoscenza dettagliata di quanto vi accadeva. Nell’aprile del 2005 la Audiencia Nacional spagnola condannò a 640 anni di carcere l’ex capitano della Marina argentina Adolfo Scilingo, che confessò di aver gettato in mare trenta persone ancora vive da aerei della Marina. Scilingo rivelò che al ritorno da quelle missioni Zanchetta fu uno dei cappellani della ESMA che lo confortarono con un’altra parabola biblica, quella del grano e dell’erba cattiva. Disse anche che il Comandante in capo della squadra navale informò tutti gli ufficiali partecipanti a quel metodo di sterminio che potevano contare sulla benedizione della gerarchia ecclesiastica, perché era considerata “una forma di morte cristiana” (Testimonianza del capitano della Marina Adolfo Francisco Scilingo. In Hora­cio Verbitsky, “El Vuelo”, Planeta, Buenos Aires, 1995 [ed. it. “Il volo”, Fandango Tasca­bili, Roma, 2006]). Dopo aver acceso la polemica pubblica con le sue parole, Baseotto si riferì ai voli come a uno dei “fatti avvenuti, a quanto si dice, durante la famosa dittatura militare”. Nessun membro dell’Episcopato ebbe da eccepire su quella frase provocatoria, perché tutta la Chiesa argentina continua a trincerarsi nell’isola del suo silenzio.

Né a favore né contro

Bergoglio rispose al libro attraverso il suo portavoce ufficiale, padre Guillermo Marcò. Disse che aveva salvato la vita dei sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jalics e che qualsiasi affermazione in senso contrario costituiva un’infamia. Sostenne inoltre che il libro mirava a danneggiarlo nel Conclave dell’aprile del 2005. Questo è cronologicamente impossibile poiché lo consegnai all’editore argentino nell’agosto del 2004, ben prima della malattia del Papa, e venne pubblicato prima della sua morte. Per screditare la mia inchiesta disse che Yorio non poteva confutare quanto sostenuto nel libro perché era morto, che la mia fonte relativa a Jalics era anonima e che esisteva una foto di un incontro amichevole del sacerdote ungherese con Bergoglio durante una visita di Jalics a Buenos Aires.

“Il cardinale aveva molta stima di te”, mi disse un sacerdote conoscente di Bergoglio.

“Anch’io di lui”, gli risposi.

“Ma allora cosa è successo?”

“È successo che ho trovato quei documenti nell’archivio del ministero degli Esteri. Avrei dovuto far finta di nulla, come se non li avessi visti?”

Il silenzio della sua risposta si prolunga fino a oggi. Né Bergoglio né i suoi intimi hanno detto una parola sulla prova inconfutabile della doppiezza di cui lo accusano Yorio e Jalics.

Yorio era ancora vivo quando pubblicai la prima intervista in cui accusa Bergoglio, nel 1999. Lungi dallo smentirmi, mi inviò poche righe intitolate “Grazie” e ci mantenemmo in contatto fino alla sua morte. Yorio mi ringraziò per “la chiarezza, la professionalità e la fedeltà alla verità con cui ha affrontato l’argomento e il lavoro di ricerca e mi raccomandò la lettura del libro di Jalics “Ejercicios de Contemplación”. Mi disse che avevano parlato e che anche Jalics era soddisfatto del servizio pubblicato. Mi chiamò anche Bergoglio, il quale mi invitò ad ascoltare la sua versione dei fatti, di cui si da’ conto in questo libro.

Figlio di un proprietario terriero e ufficiale dell’esercito ungherese, Jalics sostiene in “Ejercicios de Contemplación” che il padre morì avvelenato nella sede della polizia politica comunista, ma che la madre gli insegnò a non odiare, sicché “imparai cosa significa la riconciliazione”. Nel raccontare il suo sequestro dice: “Molta gente che aveva convinzioni politiche di estrema destra non vedeva di buon occhio la nostra presenza nelle baraccopoli. Interpretavano il fatto che noi vivevamo lì come un appoggio alla guerriglia e si proposero di denunciarci come terroristi. Noi conoscevamo la provenienza e il responsabile di quelle calunnie. Sicché andai a parlare con la persona in questione e gli spiegai che stava giocando con te nostre vite. L’uomo mi promise che avrebbe fatto sapere ai militari che non eravamo terroristi. Da dichiarazioni rese successivamente da un ufficiale e da trenta documenti ai quali riuscii ad accedere in seguito, potemmo appurare senza ombra di dubbio che quell’uomo non aveva mantenuto la sua promessa e che, al contrario, aveva presentato una falsa denuncia ai militari”. Durante i cinque mesi del sequestro, la sua ira era diretta più che ai suoi carcerieri “all’uomo che aveva fatto la falsa denuncia contro di noi”.

Quell’uomo è Bergoglio. La sua identità è svelata in una lettera che Yorio scrisse da Roma il 24 novembre 1977 all’assistente generale della Compagnia di Gesù, padre Moura. I fratelli e i nipoti di Yorio me ne diedero copia in segno di gratitudine per la pubblicazione del libro. “Dato il proseguire delle voci su una mia partecipazione alla guerriglia, padre Jalics ha nuovamente affrontato la questione con padre Bergoglio. Padre Bergoglio ha riconosciuto la gravità del fatto e si è impegnato a mettere un freno alle voci nella Compagnia e ad affrettarsi a parlare con persone delle Forze Armate per testimoniare la nostra innocenza”, dice. Ma siccome “il Provinciale non faceva nulla per difenderci, abbiamo cominciato a dubitare della sua onestà. Eravamo stanchi del Provincialato e totalmente insicuri”. Prima ancora descrive minuziosamente le punzecchiature insidiose a cui Bergoglio li aveva sottoposti, senza mai far sue in maniera esplicita le accuse che attribuiva sempre ad altri sacerdoti i quali, una volta messi a confronto, lo smentivano. Nel nostro scambio epistolare, Yorio mi fornì una descrizione della doppiezza del suo ex Provinciale che coincide con quella che emerge dai documenti che anni più tardi scoprii nell’archivio del ministero degli Esteri argentino. Nel clima di paura e delazione instaurato all’interno della Chiesa e della società, i sacerdoti che lavoravano con i poveri erano demonizzati, guardati con sospetto all’interno delle nostre stesse istituzioni e accusati di sovvertire l’ordine sociale”. In quel contesto, “potevano concederci in segreto l’autorizzazione a celebrar messa in privato, ma non ci liberavano dalla proibizione e dall’infamia pubblica di non poter esercitare il sacerdozio, dando così alle forze della repressione il pretesto per farci sparire. Ci potevano avvisare dei pericoli, ma senza porre un freno alle diffamazioni di cui erano complici le stesse persone che ci facevano la cortesia di avvisarci. Ci potevano allertare che eravamo messi all’indice e accusati, ma mantenendo nel mistero e nell’ambiguità le ragioni dell’accusa, privandoci così della possibilità di difenderci”.

Riacquistata la libertà, Jalics viaggiò negli Stati Uniti e poi in Germania. Nonostante la distanza, “menzogne, calunnie e azioni ingiuste non cessavano”. Nel 1980 si rese conto di aver perdonato i suoi persecutori ma conservava i documenti probatori di quello che chiama “il loro delitto”, con la segreta intenzione di utilizzarli un giorno o l’altro contro di loro. “Quando tornai a casa li bruciai”, dice nel suo libro. Jalics paragona la sua situazione a quella di San Giovanni della Croce, “tenuto in prigionia per mesi dai suoi compagni”. Non poté trattenere le lacrime quando confessò al Provinciale gesuita tedesco che oramai non provava più rabbia ma che il dolore era ancora vivo. “Da allora mi sento veramente libero e posso dire di aver perdonato con tutto il cuore”. Quel Provinciale è Juan Hegyi, al quale Bergoglio rese la dichiarazione a sua discolpa che si legge a pagina 65 di questo libro (il riferimento è scritto in questo blog con caratteri blu nel capitolo: L’isola del silenzio 10 Le due guance del cardinale) per smentire l’accusa di essere statop il delatore dei suoi sacerdoti. Se Jalics ha perdonato i suoi persecutori, non è impossibile che Bergoglio sia riuscito a farsi ritrarre accanto a lui nella fotografia che oggi menziona a sua difesa ma che non ha ancora reso pubblica. Ma allora teme forse che Jalics possa rompere il suo caritatevole silenzio?

Quando il giornalista dell’agenzia “Associated Press” Ignacio Covarrubias lo chiamò per intervistarlo sulla storia raccontata in questo libro, Jalics non la smentì né provò a difendere Bergoglio. Covarrubias conserva la registrazione integrale del dialogo.

“Presentarono una falsa denuncia contro di noi e rimasi prigioniero per cinque mesi. Non voglio rievocare questi fatti del passato”.

“Che cosa pensa del ruolo svolto da Bergoglio?”.

“Non ho alcuna opinione al riguardo”.

“Né a favore né contro?”.

“Né a favore né contro. Desidero tacere”.

In campagna

Molte persone legate alla Chiesa e alla Compagnia di Gesù mi fecero avere dati aggiuntivi e confermativi. Uno di loro è il sacerdote irlandese Patrick Rice, che nel 1976 era il superiore della comunità dei piccoli frati del Vangelo in Argentina. Sequestrato sul finire di quell’anno a Buenos Aires, lo incappucciarono e lo interrogarono senza tregua, gli bruciarono il viso e le mani con sigarette e gli fecero ingerire acqua a pressione fino al limite della sua resistenza. Altri sacerdoti della sua confraternita sono ancora desaparecidos ma Rice riuscì a scappare con l’aiuto del governo irlandese e viaggiò in tutto il mondo per denunciare la situazione argentina. Nel 1979 venne a sapere che Massera, ormai dimessosi dalla Marina e impegnato nella sua attività politica, avrebbe partecipato a un seminario organizzato presso l’Università di Georgetown, a Washington, da due accademici che in seguito svolsero ruoli di primo piano nel futuro governo statunitense di Ronald Reagan: Jean Kirckpatrick e Eliot Abrahams. Mentre Massera teneva la sua “lectio magistralis”, Rice e un sacerdote nordamericano lo interruppero con domande sulla repressione di vescovi, suore, sacerdoti e laici cristiani. Massera non poté continuare e lasciò l’aula furibondo. Anche l’Università di Georgetown appartiene ai gesuiti. Patrick Rice sostiene che “tenuto conto della struttura della Chiesa, è impensabile che quell’invito potesse essere partito senza l’iniziativa o almeno l’assenso del Provincialato argentino della Compagnia di Gesù”. Come il giorno dell’omaggio a Massera nell’Università del Salvatore, anche in quel caso, il Provinciale gesuita era l’allora sacerdote Jorge Mario Bergoglio.

Nel 2005 l’attuale cardinal Bergoglio autorizzò la sepoltura di due Madri di Plaza de Mayo nel giardino della chiesa dove furono sequestrate dal reparto speciale della ESMA e l’avvio della procedura per la canonizzazione di tre sacerdoti e due seminaristi dell’ordine dei Pallottini, assassinati nella chiesa di San Patricio a Buenos Aires da forze militari entrate da una finestra. Ma neanche questo è servito a fargli sentire la necessità di dire una parola su coloro che li uccisero.

Le madri furono trascinate via dalla Chiesa della Santa Croce e portate alla ESMA nel dicembre del 1977, insieme a due suore francesi. Lì furono torturate e poi gettate vive in mare. Un prigioniero che riuscì a fuggire dalla ESMA informò dettagliatamente dell’accaduto l’Episcopato e la Nunziatura. Stante l’inerzia della Chiesa argentina, un vescovo e una religiosa viaggiarono dalla Francia fino in Argentina per informarsi della loro sorte. Madre Marie Josephe disse che la Nunziatura di Buenos Aires l’aveva informata che entrambe erano “vive e in buona salute”. Altri sopravvissuti, al termine della dittatura, raccontarono i patimenti delle madri e delle suore alla ESMA. I loro corpi furono restituiti dal mare quello stesso anno e identificati solo ventotto anni dopo.

Il giorno seguente l’assassinio dei Pallottini, il predecessore di Bergoglio nell’Arcivescovato di Buenos Aires e l’allora nunzio apostolico Pio Laghi si riunirono con il ministro politico della dittatura.

“La Chiesa è assolutamente certa che i sacerdoti sono stati assassinati da forze di sicurezza governative”, disse il cardinale Juan Carlos Aramburu. Il generale Albano Harguindeguy provò a rispondere.

“Sarebbe preferibile che evitasse di replicare, poiché qualsiasi negazione sarebbe una menzogna”, aggiunse Aramburu, il cardinale che mangiava il suo “asado” del fine settimana nell’isola di “El Silencio”.

Harguindeguy lo ringraziò e rimase in silenzio. Questo è ciò che emerge dal racconto che Laghi fece all’ambasciatore degli Stati Uniti Robert Hill.

Il Nunzio lo informò che la Chiesa era preoccupata che uno dei seminaristi potesse avere “connessioni terzomondiste” e che un alto funzionario gli aveva detto che il Governo si proponeva di “ripulire la Chiesa Cattolica”, perché voleva una gerarchia ecclesiastica “come quella che avevamo in Argentina duecento anni fa”.

Non si può certo dire che abbia fallito nell’intento.

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