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In questo tempo in cui domina la civiltà della menzogna e in cui sul trono di Pietro risiede un gesuita che si fa chiamare Francesco, come Francesco di Assisi, nonostante la sua biografia tracci il profilo di un anti-francescano, massimamente esperto nella dissimulazione, e infatti capace di diventare papa, addirittura col nome di Francesco d’Assisi, per coprire il marciume di Roma, nonostante la storia lo indichi come responsabile del rapimento e delle torture di confratelli, “colpevoli” di essersi occuparsi dei poveri durante la dittatura argentina, ripropongo i seguenti auguri natalizi, il cui senso scientifico e spirituale interessa l’avvento e l’incarnazione dell’io, che è spirituale, cioè immateriale, in ogni essere umano, e che è sempre in atto da prima che Abramo fosse (Gv. 8,58).

Il rapporto fra il numero 26 e l’albero di Natale è oggi ancora ignorato.

Perciò anni fa scrivevo: «[...] Sono 26 infatti le specie di albero di Natale (o abete bianco), e 26 è anche la somma dei valori numerici delle lettere che compongono il nome di Dio “Yhwh”. Sarà anche un caso. Altri casi simili sono i seguenti: entro 24 ore abbiamo approssimativamente 25.920 respiri, e questo è anche il numero di anni che il punto di primavera impiega per attraversare un intero cerchio zodiacale, detto “anno cosmico”, o “platonico”, o “anno del punto equinoziale”, o “anno del punto di primavera”, e l’astronomia, che arriva vicino a questo numero, lo conferma arrotondando a 26.000 anni. Ritorna il 26.

Si può vedere ancora un’importante connessione di questo caso nella storia biblica: i patriarchi biblici sono 26: Adam, Set, Enos, Kenan, Mahaleel, Jared, Henoch, Methusalach, Lamech, Noè, Sem, Arpachsad, Salah, Eber, Peleg, Regu, Serug, Nahor, Tharah, Abraham, Jizchak, Jacob, Levi, Kahat, Amram e Moshè. Inoltre la 26ª lettera della prima frase ebraica della Bibbia, che dice: “in principio Dio creò il cielo e la terra, ecc...” è la lettera ALEF (figura a destra), valore numerico 1, e prima lettera dell’alfabeto di Gesù. Essa è formata da tre segni, che sono tre lettere: una “iod” in alto a destra, una “vav” al centro, trasversale, ed un’altra “iod” in basso a sinistra, speculare alla prima. Abbiamo anche qui un 26, formato dalla somma di questi tre rispettivi valori numerici: 10+6+10=26. Con ciò si può comprendere l’importanza dell’Uno per il monoteismo ebraico, e vedere come l’Uno ebraico sia strutturato in modo tri-unitario, cioè con tre segni, anche se nel monoteismo ebraico non è contemplata la Trinità!

Nella lingua germanica antica il termine “firaha” indicava infatti tanto l’abete quanto l’uomo, proprio perché, nella sua semplicità, l’abete ha qualcosa di grandioso: la verticalità del tronco, simile alla stazione eretta umana, alla dirittura dell’avere spina dorsale… tutto il resto è subordinato: il fusto è circondato di rami, che sono anch’essi come piccoli fusti secondari obliqui, sotto-ordinati a mo’ di satelliti, o di lune rispetto al loro pianeta. La forma base non si perde neanche nella ramificazione delle latifoglie, disposta a spirale.

Vi è poi nel longevo abete un intenso processo siliceo, tanto che le sue ceneri contengono una significativa percentuale di silice (il silicio è infatti un emettitore di luce). Ciò fa dell’abete un amico della luce, del mistero, e del culto di essa: culto di Ur, Cultura, che è al contempo cultura del calore, dato che la facoltà delle conifere di attirare così fortemente le forze cosmiche del calore, vivendo in un clima freddo, fino a pervenire ad una abbondante genesi di essenze e di resine, ritorna a vivere in un braciere vitale interno, che può sfidare un lungo inverno e un grande freddo.

La simbologia dell’albero di Natale, rispetto a quella del “presepio”, riconduce così agli elementi del cielo e del “celato”, rispetto a quelli del terrestre e dell’“incarnato”. In tal modo rispetto al “culto della luce”, la cultura del “presepio” è come un’attesa: che il cielo fecondi la terra materiale di immateriale cultura. Infatti l’albero di Natale è l’abete; ma che forma ha l’abete? La forma della sua chioma rassomiglia ad una A, inizio dell’alfabeto, e inizio della cultura. Nel Nord Europa era infatti riservato all’abete, lettera A dell’alfabeto degli alberi, il primo giorno del solstizio invernale. Lo si celebrava nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, giorno tradizionale della nascita del Divino Bambino, Sole e Luce. Con l’avvento del cristianesimo divenne l’albero di Natale. Le lettere A e B, in greco “alfa” e “beta”, ed in ebraico “alef” e “bet”, formano oltretutto la parola “alfa-beto”. L’“A-bete” simboleggiava dunque un’espressione letterale, alfabetica, della nascita di tutte le cose. Ecco perché era celebrato a “Natale”!

La vita culturale attuale, fluita via dalla nostra vita, e del tutto astrattizzata, ideologizzata, vale a dire divenuta una somma di pensieri per nulla concreti, ma ripetuti alla gente come mere parole senza contenuto è divenuta menzogna in pillole e fazioni: i credenti nell’albero guerreggiano i credenti nel presepio, bombardandosi a vicenda. Sotto una simile vita culturale è venuto sviluppandosi l’attuale caos sociale, in cui l’astratto domina il concreto. Infatti non può essere feconda per l’umanità una vita spirituale sotto la tutela di una confessione religiosa in lotta con un’altra, né una vita spirituale conservata e difesa dallo Stato, né una vita spirituale ansimante sotto il peso dell’economia, ma solo la vita spirituale e/o culturale basata su se stessa.

Ma chi ha il coraggio oggi, vale a dire la “spina dorsale” di affermare liberamente e francamente di fronte al mondo che la vita spirituale deve poggiare sul proprio terreno? Possibile che solo Sgarbi sia stato capace di dire che sarebbe davvero meglio chiudere tutte le scuole di Stato?» (Nereo Villa, “La simbologia dell’abete divenuto albero di Natale”, art. del quotidiano piacentino LIBERTÀ del 18/12/2006).

Il Natale del 2014 è quello di un periodo storico in cui la gente è costretta a vedere operazioni mafiose di saccheggio, mascherate di legalità di Stato, e in cui la chiesa cattolica ha eletto un papa esperto di saccheggio. Fra alcune scene del film documentario “Diario del saccheggio” di Fernando Ezequiel Solanas, che documenta come la dittatura dell’Argentina sia stata la causa della sua crisi economica, ho inserito, nel mio video intitolato “Dove porta la strada di Bergoglio”, ciò che il film non dice, vale a dire l’occulto gioco politico della chiesa cattolica durante la dittatura.

 

 

Per chi li volesse approfondire, i rapporti tra la chiesa cattolica e tale dittatura sono documentati nel libro di Horacio Verbitsky “L’isola del silenzio”, attraverso il racconto dell’esistenza di un campo di concentramento per dissidenti all’interno di una proprietà ecclesiastica, e nel libro di Emilio Mignone, “Chiesa e dittatura”, in cui Bergoglio è portato come esempio di “pastori, che consegnano le pecore al loro nemico, senza difenderle e senza riscattarle”.

Oggi è il tempo in cui la chiesa cattolica ritiene “sconveniente” l’incontro di Bergoglio col Dalai Lama, perché la pace predicata dal Dalai Lama e da Francesco d’Assisi è evidentemente sconveniente rispetto a quella predicata da “papa Francesco”. 

Infatti, con la sua chiesa, Bergoglio sostiene un catechismo che non esclude (art. 2266 e 2267) la guerra e la pena di morte…

Buon Natale, dunque, e felice anno nuovo, ricco di consapevolezza!

***

PS: a proposito della consapevolezza: oggi si parla molto di mafia capitale considerando che la mafia riguarda Roma ma non Roma come IOR (Istituto Opere Religiose) o Roma come chiesa cattolica romana, e nemmeno si può perciò osservare che una mafia senza omertà non può esistere. E gli omertosi appartengono alla sfera partitocratica, massmediatica, e “papolatrica” cioè degli idolatri anticristiani del “Santo Padre” (anticristiani in quanto per essere cristiani non dovrebbero chiamare nessuno “Padre”: Mt. 23,9).
La mafia non potrebbe avere humus in cui affermarsi se non vi fossero questi omertosi.     
Se si osservano i fatti senza pregiudizi ci si accorge che l’uomo, soprattutto oggi, è completamente invaso da resti di ciò che egli si ritrova ancora accanto a sé e nella struttura sociale in cui vive, resti che appartengono a tempi antichi.
Le esigenze attuali si prestano però a superare adeguatamente e ordinatamente quei resti.
Se così non fosse, la gente sarebbe tutta contenta di “mafia capitale” o degli applausi a Bergoglio, esempio di pastore, che consegna le pecore al lupo senza difenderle e senza riscattarle (cfr. Emilio Mignone, “La testimonianza negata: Chiesa e dittatura in Argentina”, Ed. Emi), e dell’omertà, così che il silenzio sarebbe una isola senza problemi.
Nella realtà de “L’isola del silenzio” di Verbitsky, le cose stanno però diversamente (e Verbitsky basa su documenti del vaticano), dunque non si può davvero essere contenti dei resti faraonici del passato che si insinuano nelle strutture sociali in cui viviamo e che ci schiacciano come nell’antico clima teocratico, per liberarsi dal quale sorse, a costo del sangue che scorreva a fiumi, la triade “liberté, fraternité, égalité”.
La razza di vipere continua invece a giustificare il male, cioè l
anacronismo di una papolatria faraonica che ben si guarda di...  guardare allincongruenza degli art. 2266 e 2267 del catechismo cattolico rispetto alla predicazione della cattolica pace di orwelliana memoria... (ne parlerò ancora).

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