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Premesso che ogni mia affermazione è sempre fino a prova del contrario, vi è un solo atteggiamento giusto nell’organismo sociale reale ed è quello che in analisi transazionale corrisponde all’accettazione dell’altro da sé, cioè del “socio” come un proprio pari, o simile: l’altro è mio simile, da qui la posizione “io sono OK, tu sei OK”. Gli altri tre possibili atteggiamenti transazionali sono antisociali.

La posizione transazionale delinquenziale è “io sono OK, tu non sei OK”, che si alterna a quella distruttiva “io non sono OK, tu non sei OK”, oppure a quella fantozziana “io non sono OK, tu sei OK”.

La posizione transazionale delinquenziale è ben osservabile nella “socialità” di prelati, di politici e di giornalisti, che in nome del benessere o della pace, danno pubblicamente la mano ai vari tipi di criminali (dittatori, assassini, guerrafondai, ecc., mascherati da persone per bene o da persone anelanti al bene comune e/o alla pace mondiale).

In campo psicanalitico e/o analitico transazionale si parla di quattro fondamentali atteggiamenti o posizioni interiori.

- La sopracitata posizione “io sono OK, tu sei OK” è potenzialmente l’atteggiamento della persona interiormente sana, in grado di dare concreta soluzione costruttiva ai suoi eventuali problemi in un dato campo, dato che le sue aspettative hanno elevata probabilità di dimostrarsi valide, anche perché sa accettare il valore altrui. Il pensiero subconscio predominante in questa posizione è: “Vale la pena di essere al mondo”.

- La posizione “io sono OK, tu non sei OK” è invece tale che fa pensare subconsciamente: “La tua vita non vale un gran che”. È l’atteggiamento tipico di chi si sente vittima o perseguitato, e che per questo motivo vittimizza e perseguita gli altri addossando loro le responsabilità delle sue disgrazie. La maggior parte dei politici, dei delinquenti e dei predicatori di morale hanno questa posizione criminale, con comportamenti che in casi estremi possono portare all’omicidio diretto o all’omicidio per mandato.

- La posizione “io non sono OK, tu sei OK”, detta anche “fantozziana”, è quella di chi si sente generalmente impotente, impossibilitato, e portato di conseguenza a ritirarsi o a cadere in depressione o, nei casi gravi, perfino al suicidio. Il pensiero subconscio qui predominante è: “Esserci o no è uguale, la mia vita non vale molto”.

- La posizione “io non sono OK, tu non sei OK”, detta anche “atteggiamento della futilità assoluta” è ancora più incline al suicidio e poggia sull’assolutizzazione del pensare subconscio: “La vita non ha alcun valore, essere al mondo è assolutamente negativo”, ed appartiene a chi ha perso interesse alla vita e manifesta un comportamento schizoide. Nei casi estremi, il soggetto che assume quest’ultimo atteggiamento, può commettere tanto l’omicidio quanto il suicidio (Muriel James - Dorothy Jongeward, “Nati per vincere. Analisi transazionale con esercizi di Gestalt”, Ed. San Paolo, Milano, 1987).

Si pone ora un problema rispetto al clero in merito all’OK dell’analisi transazionale. Ciò che vi è di OK nel clero, è rintracciabile nell’aspetto della sua storia, consistente nell’avere custodito i vangeli dalle ondate barbariche distruttive. Quando però i vangeli diventano religione di Stato al modo romano, tutto si altera anacronisticamente.

Il periodo storico in cui viviamo ora è quello della terza rivelazione promessa dal Cristo, ed è il periodo scientifico, cioè consistente nel “consolatore” o spirito di verità, avente come principale caratteristica non più un contenuto di fede - quindi da CREDERE - ma quanto dello spirito di verità può “consolare”, nella misura in cui l’essere umano riesce scientificamente a SPERIMENTARE in sé, mediante conversione della direzione del proprio pensare (dalla terra al cielo, “cielo” che esotericamente si “cela” nelle cose terrestri; l’antimateria per esempio è celata nella materia, così come la vita immateriale del pensare è celata nella materia del corpo umano).

Per quanto si possa avere rispetto per un contenuto di fede, il tempo della fede astratta (o teologica, o ideologica) in Dio oggi è finito. Cioè non unisce più gli uomini: “Non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono fare da unità universale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

È dunque finito il tempo dei contenuti di fede nei discorsi!

Se non fosse finito, in che consisterebbe il tempo odierno del “Consolatore”, che è spirito di Verità? Nella conoscenza dei libri antichi? No. Perché tutti questi documenti si potrebbero anche conoscere a memoria senza minimamente sperimentare un pensare neotestamentario, e ciò sarebbe come catapultare l’individuo a millenni indietro nell’evoluzione: “Io ho lo spirito di Dio, tu no”; “Dio mi ha detto che io ho lo Spirito Santo, mentre a te non l’ha detto”, ecc. Qui devo raccontare come esempio un  fatto personale: un prete mi scrisse pubblicamente nel web giustificando come segue il chiamare “Santo Padre” il vescovo di Roma, nonostante l’esistenza dell’inequivocabile versetto contrario di Matteo, cap. 23, versetto 9 (ho copia-incollato le seguenti parole di quel sacerdote così come egli le scrisse e credo si possano ancora cercare nel web per risalire al nome di costui): “Se il successore di san Pietro fosse un uomo come te, non lo chiamerei Santo Padre. Ma Gesù Cristo a lui ha dato le chiavi del Regno dei cieli e poi gli ha garantito anche qualcosa d’altro. Tutte cose che a te non ha dato. Lascia dunque che eserciti una paternità spirituale pascendo le pecore e gli agnelli che Cristo gli ha affidato”!

L’atteggiamento di questo prete è, appunto, l’“io sono OK, tu NON sei OK”, spiegato nell’analisi transazionale come tipico dei criminali.

Un annuncio clericale di questo tipo anacronistico conduce pertanto non al presente ma al passato della seconda rivelazione o della prima. Quindi è antievolutivo, dato che il tempo di oggi non è più quello di duemila o di cinquemila anni fa. Oggi l’uomo dice “io” a se stesso e non si parla più come ieri, quando si diceva “l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta...”, ecc., bensì casomai “Io glorifico... io esulto...”, ecc., cioè “io sono OK, tu sei OK”.

Lo spirito è la forza di autopresentazione che più o meno verso il 3° anno di età permette al bambino di riconoscersi come “io” per individuare se stesso nei suoi rapporti (transazionali) col prossimo. Si tratta di una forza logica e dinamica (logodinamica) avente qualità immateriale. Ciononostante è percepibile dall’uomo, anche se questa percezione appartiene non più al mondo sensibile o materiale ma a quello sovrasensibile o immateriale, e quindi spirituale.

La terza rivelazione è quindi la rivelazione dell’io come spirito santo, ed è l’ultima e definitiva rivelazione dell’elemento divino nella divino-umanità. La prima fu quella dell’autopresentazione dell’io (“Io sono l’Io sono”), la seconda fu quella del suo esprimersi nonostante la croce e i martirii,  e la terza è quella odierna in cui l’io è percepibile da ogni essere umano come luce interiore, cioè come involucro protettivo di se stesso.

Con questa nuova rivelazione dello spirito, ogni tradizione, in quanto lunare, termina. La luce riflessa della luna non basta più all’uomo. La luna è come il “Libro”: riflette la luce solare. Luomo attuale esige però di vedere direttamente la provenienza solare di quel riflesso. Il “Libro” materiale della prima ed il “Libro” della seconda rivelazione (cioè la Bibbia e il Vangelo) sono dunque trasformati, nella terza rivelazione, nel “Libro” immateriale che ogni essere umano ha in sé come io.

Certamente chi catechizza i suoi simili come facevano duemila anni fa gli apostoli, i quali ricevettero dal Cristo la missione di andare a portare la buona notizia a tutti, è giustificato dai Vangeli, dato che costoro sono stati i primi annunciatori (catecheti) della buona novella. Questa catechizzazione però non c’entra più con la terza rivelazione. Il periodo dei primi catecheti è quello della seconda rivelazione. Ma oggi siamo già nel periodo della terza. Ovviamente se lo si vuol vedere.

Nessuno oggi ha il coraggio di queste cose perché nessuno se ne è ancora reso conto, oppure tutti i diversi gruppi confessionali odierni (protestanti, mormoni, testimoni di Geova, evangelici, ecc.) si comportano ancora come i catecheti della seconda rivelazione perché non si vogliono emancipare?

Ai posteri la sentenza!

La prima rivelazione, che evidentemente non è stata ancora compresa, fu quella di Mosè: era il tempo del bue Api e della precessione solare nel Toro (o del vitello “d’oro”). Mosé disse allora che il nome di Dio era “Io sono” perché la voce che udì quando chiese a Dio il suo nome fu “Eié escer eié”, vale a dire “Io sono l’Io sono”, oppure “Sarò” (eié) “quel che” (escer) “sarò” (eié). Perché l’“io” avrebbe dovuto incarnarsi in ogni essere umano.

La seconda rivelazione fu quella del pesce “Ictús” e della precessione solare nei Pesci. “Ictús” è infatti per l’alfabeto latino l’acronimo di “Iesûs Christós Theoû Uiós Sotér”, cioè “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.  Essa proveniva dal periodo in cui l“Ictús” era chiamato Agnello (precessione nell’Ariete). Ma erano tutte denominazioni cosmologiche dell’io nell’umanità, la quale ripete se stessa nelle varie “ere” in piccolo nella biografia di ognuno. L’infante infatti prima di dire “io” dice il suo nome, cioè chiama se stesso col proprio nome... Occorre aprire gli occhi su queste cose se si vuole incontrare veggenza in sé. Oppure si può sempre avere fede antica in noi, cadendo nell’anacronismo. 

Oggi, che lo si voglia o no, siamo nella terza rivelazione dello spirito, quella di cui il Cristo diceva: vi manderò lo spirito di verità (Gv 14,16; 14,26; 15,26; 16,7), e siamo - anche se vi sono ancora astronomi che dicono che vi stiamo solo entrando - nella precessione solare dell’Acquario, segno zodiacale dell’equilibrio fra pensare sentire e volere. Lo spirito di verità (detto anche “paraclito” o “consolatore” o “spirito santo”) non è altro che spirito scientifico applicato anche alle cose immateriali del mondo soprasensibile, di cui la principale è l’io. L’io dell’Aquario dice “Io so!”. L’io dei Pesci: “Io credo”. L’io dell’Ariete: “Io sono!”, ecc., ma è sempre lo stesso io che si manifesta nei vari cicli evolutivi, già dal tempo dei presocratici fino a quello dei Sette Rishi post-diluviani, e fino ad Abramo. Perché “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58).

In effetti l’idea della triarticolazione sociale non è un’invenzione ma una scoperta. È una scoperta possibile ad ogni io, capace di accorgersi di un grave errore che il clero, nonostante la sua caratteristica positiva del passato nell’aver custodito i vangeli, continua a fare: impedire l’avvento dello spirito promesso dal Cristo, consistente anche nella sua seconda venuta, stavolta nel pensare umano.

L’essere umano fu sempre caratterizzato secondo corpo, anima e spirito (primigenia tricotomia platonica e paolina). Il sopracitato grave errore della chiesa fu l’abolizione dello spirito nell’869 (Concilio di Costantinopoli) e con ciò della tricotomia, che oggi, Era della terza rivelazione, dovremmo, sì, predicare ma come triarticolazione dell’organismo sociale. Le radici di questa soppressione sono antichissime, perché l’opera antiuomo risale alla concezione faraonica dello schiavo, e questo concilio ne fu figlio, dato che dall’869 d.C. in poi sparì letteralmente dalla “fede” l’uomo pneumatico, cioè l’uomo dell’io, o dell’elemento sovrasensibile o spirituale o immateriale, che sarà poi, con Marx, considerato “sovrastruttura della materia”.

Anche se gli antichi conoscevano l’uomo come un essere fatto di corpo, anima e spirito, il Concilio di Costantinopoli dichiarava eretica questa dottrina, stabilendo che la costituzione umana era fatta solo di corpo e anima, tentando così di cancellare dalla coscienza umana, la realtà dello spirito, cioè dell’io. «Negli ambienti in cui il cristianesimo era diventato ufficiale alla maniera romana, si cercò sempre più di nascondere, di sopprimere il concetto di spirito [...]. Questa tendenza conduce in ultimo al fatto che nell’VIII concilio ecumenico di Costantinopoli, nell’anno 869, fu enunciata una formula, un dogma, che nelle parole del testo forse non si esprime ancora chiaramente. Il testo del relativo decreto conciliare - canone XI - non usa i termini “anima” e “spirito”, ma si limita a condannare in modo equivoco coloro che attribuirebbero all’uomo “due anime” ma che ha finito poi per dar luogo all’interpretazione che non sia cristiano parlare di corpo, anima, e spirito: che sia invece cristiano solo l’affermare che l’uomo consta di corpo ed anima. In quel Concilio, organizzato contro il patriarca Fozio, fu stabilito nei “Canones contra Photium”, al Can. 11, che l’uomo non ha due anime, bensi “unam animam rationabilem et intellectualem” (cfr. Cornelio Fabro, “L’anima. Introduzione al problema dell’uomo”, p. 127, Editrice del Verbo Incarnato, Roma 1955, p. 127)!

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