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ovvero

SULL’ALIENAZIONE ESSENZIALE

DELLO SCIENZIATO DIVENTATO IMBECILLE

 

 

L’uomo di oggi è essenzialmente alienato. Non solo perché stermina se stesso in nome di se stesso ma soprattutto perché, avendo perso se stesso, produce sentieri pseudo-scientifici di scienza, culture alienanti, e paradossali conoscenze di “materia oscura”: se è oscura, come la si può chiarire, cioè conoscere?

 

Meglio era allora la cultura dei “capannoni”, che viventi in capanne, esprimevano ancora, magari in dialetto e ad alta voce la loro dignità, QUALITÀ oramai perduta in nome della QUANTITÀ, dei quanti, e della meccanizzazione dello spirito.

 

Oggi si parla purtroppo ancora di un Cristo senza io, e senza epicheia (capacità umana di disobbedire alle leggi ritenute ingiuste) perché la legge del taglione del VECCHIO testamento (punto 2267 del catechismo cattolico) non riesce infatti ancora a lasciare il posto al NUOVO… 

 

In verità non occorre più Europa... Occorre più io... Perché l’io è la vera luce dell’uomo, e un tempo era detto “Figlio dell’uomo”. Il termine “cultura” deriva dal “culto di Ur”. “Ur” significa in ebraico “luce”. Dunque già il “culto di Ur” indica che una materia OSCURA, cioè senza “ur”, senza “luce” non può essere qualcosa di culturale. La cosiddetta materia oscura è infatti una mera astrazione priva di realtà…

 

La “materia oscura” non può esistere come materia, e non può né potrà mai essere chiarita, né sensibilmente percepita da qualcuno, consistendo nell’elemento soprasensibile che è il pensare, organo dell’io. Lo stesso dicasi dell’“antimateria” o dell’ “inconscio”. “Materia oscura”, “antimateria”, “inconscio”, sono semplicemente il pensare, che oggi in nome dell’“oggettività scientifica”, nega se stesso in quanto “soggettivo”, l’odierno “scienziato” comportandosi come un mistico della materia, cioè di qualcosa che come atomo, particella, quanto, ecc., non vede e che quindi è costretto a CREDERE. Egli è rigorosamente convinto che sia giusto escludere dalla propria indagine il proprio pensare perché lo reputa elemento non oggettivo ma soggettivo. In tal modo però non si rende conto o non vuole rendersi conto che chi pretende che una scienza “rigorosamente oggettiva” faccia scaturire i suoi contenuti dalla mera osservazione dei fenomeni, dovrebbe pure pretendere di rinunziare completamente al pensare che compie l’indagine sul fenomeno stesso. Infatti il pensare va naturalmente sempre al di là dell’osservato. Pertanto non bisognerebbe mai considerarlo un’attività meramente soggettiva, dato che di per sé, il pensare è al di là di soggetto e oggetto, e forma esso stesso questi due concetti, come tutti gli altri (Cfr., su questo tema, R. Steiner, “Scienza della libertà” in “La filosofia della libertà”, cap. 4°: “Il mondo come percezione”).

  

Il pensare umano odierno ha invece perso il proprio potere organico di connessione all’io, e si è reso incapace di esperienza scientifica reale, o meglio, ne potrebbe essere capace ma è impreparato ad incontrare gli oggetti di percezione sensoria attraverso la propria attività interiore, predominando sempre più nell’indagatore l’esperienza strettamente fisica del reale. In tal modo le indagini moderne non si svolgono più in funzione dell'uomo. Si svolgono in funzione dei fenomeni indagati. L’uomo è dunque sparito. E questo è il guaio: ciò che dovrebbe svolgersi nella scena dell’attività interiore dell’indagatore come conseguenza del suo sperimentare fisico, è del tutto ignorato, e questa ignoranza si proietta all’esterno come esclusione della correlazione interiore col fenomeno. Ecco perché il mero fenomeno è stato pertanto reso valido nella sua esteriorità astratta e si parla di “materia oscura” o di “inconscio” o in generale di “energie”, impercepibili, credute come se avessero la caratteristica della PERCEPIBILITÀ. Di conseguenza il conoscere umano si è reso del tutto dipendente dall’astrazione e si è sacralizzato il fenomeno al punto che la logica della scienza ne è oggi totalmente subordinata.

 

Il fenomeno, vale a dire ciò che appare (l’apparenza), ha talmente condizionato la ricerca da divenirne il contenuto indipendente dal pensare, di cui peraltro è strutturato.

 

In altre parole, si preferisce parlare di “materia oscura”, “energia oscura”,  “inconscio”, enti impercepibili aventi carattere di percepibilità, ecc., senza accorgersi che tutto ciò, per definizione, non può essere chiarito né conosciuto, né percepito mediante i sensi ordinari.

 

Avendo impegnato nel fenomeno il pensare, senza possibilità di sperimentarlo come propria attività esplicantesi nel fenomeno stesso sino ad assumerlo come vero, lo scienziato di oggi ha finito col considerare reale il fenomeno senza la propria attività di essere umano pensante.

 

Si è privato così dell’atto più importante: riconoscere quel che di reale opera di lui nell’esperienza del reale.

 

Soddisfatto di conseguire gli esatti e quantizzabili concetti dei fenomeni, non ha avvertito il determinante evento del far coincidere l’oggetto col concetto.

 

Con ciò è impazzito: ha perduto la “sindéresi”, cioè il nesso tra concetto e concetto, quindi ogni concreto contenuto concettuale, nonché la propria consapevolezza circa la propria attività scientifica, soprattutto nel distinguere ciò che è bene e ciò che è male.

 

ECCO PERCHÉ SPENDE MILIARDI PER FINANZIARE LA RICERCA DELLA “MATERIA OSCURA”, CHE MAI TROVERÀ, DATO CHE ESSA È SOLO ED ESCLUSIVAMENTE IL PENSARE CHE HA SCARTATO A PRIORI, CREDENDO DI ESSERE “RIGOROSAMENTE SCIENTIFICO”.

 

È così avvenuto che, invece di “forze”, egli ottiene meri concetti vuoti, rispondenti a quantità misurabili di “fatti” chimici o fisici, da una parte separati dalla vita della natura e, dall'altra, dalla propria attività sensoriale e pensante.

 

Dimenticando di dovere la propria esperienza a un moto interiore antecedente la forma metodologica, e credendo di rivolgersi al pensare per costruirsi una filosofia della scienza, ha potuto disporre non del pensare ma solo di “pensati”, cioè di pensiero già afferrato dal fenomeno, e di una logica deduttiva pronta, coi suoi astratti formalismi, a riprodurre il vincolo (quantico del pensiero discorsivo) al fenomeno.

 

La cibernetica, che entro determinati limiti, avrebbe potuto essere un settore utile di ricerche specifiche, è diventata simbolo tecnologico di processi di automazione, sviluppati da vecchie discipline ed attuanti aggregazioni interdisciplinari di nuove specializzazioni: missilistica, econometrica, biochimica, biofisica, psicocibernetica, “strifizzica” (Cfr. Massimo Scaligero, “Sentieri pseudo-scientifici della scienza: la tecnologia” in http://bastamonopolio.over-blog.com/2014/04/sentieri-pseudo-scientifici-della-scienza-la-tecnologia.html), ecc.

 

Stiamo in realtà costruendo un cosmo cibernetico per l’uomo-macchina che sorriderà con compatimento di chi non lo voglia più riconoscere come uomo perché tecnologicamente avrà la sua etica, il suo legalismo, il suo spiritualismo, la sua religiosità (esistono già centri di automazione e di analisi strutturale per l’esegesi dei testi sacri), persino le sue ricostituzioni tradizionali.

 

Il tecnologo-ciberneta ora ha tutto: gli manca solo il pensare. Questo è in definitiva il senso, anzi il non-senso, della moderna filosofia analitica, della sedicente epistemologia e di tutta la dialettica attuale che da queste si lascia dare contenuto e forma.

 

Occorre fare un passo nuovo: accorgersi che i sensi non sono solo cinque. Vi è per esempio anche un senso della vita, che si attiva non appena ci salutiamo con la domanda “Come stai?”, e così via, un senso del pensare, un senso dell’io, un senso del tatto morale, ecc.

 

L’alterazione mentale dell’uomo d’oggi è in definitiva l’evento che rinvia all’unilaterale uso dell’organo cerebrale da parte del pensare, sia per eccesso di percezione sensoria, sia per discorsivismo formale, che di tale eccesso è la codificazione. Nel suo rapporto con l’organo cerebrale il pensare si comporta perciò col venir meno alle proprie leggi: leggi identiche a quelle identificabili alla base della struttura fisica dell’organo.

 

L’alienazione essenziale è proprio questo: l’uomo non pensa più con la sua testa ma con la testa di altri, cioè con contenuti e definizioni concettuali formulate da altri, o da calcolatori meccanici, elettrici, cibernetici, ecc.

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