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UN ALTRO SGUARDO AGLI IMBECILLI DI STATO

RASSEGNA(TA) STAMPA?

 

 

L’infanticidio dell’Erode di oggi (ogni 6 secondi un bambino muore di fame) terminerà solo quando si diventerà consapevoli di ciò che si finge di non sapere. Le vicende dell’Erode di oggi sono tutte documentate e riconducibili al potere dei cattolici, cardine del nostro Paese: dai depositi vaticani offshore, creati da Pacelli, Montini, Wojtyla e Ratzinger, fino alla nascita di Berlusconi, vero miracolo delle banche cattoliche; «dalle “guerre di religione” con la finanza laica al cinismo con cui sono state finanziate imprese decotte o venduti titoli spazzatura» (F. Pinotti, “Finanza cattolica”, Ed. Ponte alle Grazie). Chiesa cattolica e Stato, intercapedini l’una dell’altro, attraverso una moneta monopolizzata resa ambigua da nomi come Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, Mario Monti, Corrado Passera, ecc. (cfr. ibid.), hanno offerto il panorama completo dell’imperialismo odierno, che continua a mostrare fatti di enorme gravità, in cui ampi settori della finanza e dell’imprenditoria cattolica agiscono tradendo l’uomo in nome della fede! Chi oggi parla di crescita e di PIL (Prodotto Interno Lordo) non sa di cosa parla... Il PIL contraddice ogni sano criterio operativo scientifico. Gli stessi banchieri non sanno nemmeno cosa sia il “Collarized Debt Obbligation” o CDO detto “euro”! La loro non è un’economia ma un’“econòmia” (con l’accento sulla seconda “o”, dato che “nòmos” e non “nomòs” significa legge) nella quale l’Erode odierno stermina i bambini e l’ignorante parassita, scientificamente persuaso, vorrebbe curarli, “erodendo” tutto! Questa reincarnazione dell’impero romano ha nomi diversi: URSS, USA, UE... La soluzione a questa situazione miserabile comporta la fiducia dell’uomo nell’uomo. L’uomo non è un legno storto da raddrizzare... Solo superando questo kantismo sarà possibile lo studio di una moneta realmente economica. La moneta non è fattispecie giuridica ma economica. Chi afferma la moneta come fattispecie giuridica e per affermarlo la indica come misura del valore e contemporaneamente come valore della misura, oltrepassa la misura della logica, e testimonia l’antilogica. Egli non è meno colpevole di Erode... Perché per estensione della sua “logica” lo Stato di diritto diventa contemporaneamente anche diritto di Stato, cioè uno Stato di prepotenza mafiosa, non di servizio...

 

Quanto segue sono miei appunti del 2011 presi dal cap. 13° del libro “Il capitalismo” di G. Alvi (Ed. Marsilio, Venezia, 2011) in merito all’euro inteso come CDA (obbligazioni debitorie collateralizzate) cioè come truffa essenziale. La cosa avrebbe dovuto essere notoria già a partire dal 1971, ma nessuno fra i media fu tanto accorto da rilevarlo. Infatti come avrebbe potuto essere garantito il capitale emesso dal monopolio delle banche centrali (grazie alla correità di Stato che concesse antistoricamente loro il monopolio) se non col sistema di obbligazioni fasulle? C’è voluta tutta la mia pazienza per ricavare da quelle incomprensibili pagine di Alvi ciò che già sapevo come risultato logico dell’imbecillità (disonestà) di chi dal tempo di Verre ci governa… “salvando” le banche…

 

In tutti gli anni di moneta unica l’Europa non ebbe né una sua distinta politica di tassi d’interesse, né si protesse dai disastri dei CDO e dei Cds (rispettivamente: “Collarized Debt Obligations” e “Credit Default Swap”). Tutti questi anni di inconcludenze abituarono tutti a sperare che il tempo facesse dimenticare i litigi irrisolti nonostante i loro feroci migliori intenti. Fecero del loro meglio per obliarsi a memoria dei bilanci bancari. Il massimamente vile intorpidimento fu un guaio ulteriore: l’euro. Tutti fingevano con tutti che l’euro fosse una moneta e, invece, avrebbe dovuto dirsi un azzardo o, meglio, un CDO. Perché tutte le nazioni dell’Europa latina, e i greci, non fecero altro che mettere in un pacco i loro debiti e rivenderseli in euro a un tasso d’interesse più basso. Ai popoli d’Europa l’avevano raccontata diversamente. Ma l’essenza economica di questo azzardo era la stessa di una qualunque obbligazione debitoria collateralizzata. Con un non trascurabile particolare: il suo ammontare lo rendeva il più enorme assieme di tranche a cui fosse mai stato dato un “rating”, una fiducia errata. E perciò tutti, la Merkel in crucciata bonomia casalinga, Sarkozy irritato, o gli altri, verbosissimi, ma ridotti a comparse, si rallentarono in doppi o tripli pensieri. Preoccupati dalle banche ma, ancora più, dai titoli che l’Europa mediterranea aveva emesso in euro a tassi tedeschi, ma senza meritarseli. In verità, senza i tassi infimi di Greenspan e del Giappone e con un ritorno al risparmio degli Stati Uniti, i vari CDO dell’euro sarebbe finiti nei guai molto prima. Invece, dieci anni erano passati, lasciando Grecia, Spagna, Italia, Portogallo a trastullarsi coi criteri di Maastricht, in giochini mai seri.

 

La prima tranche del CDO chiamato euro a non avere più mercato fu quella greca, per un ammontare di 110 miliardi di titoli del tesoro reimpacchettati, ma a tassi del 5%. Contro promessa di tagli di bilancio saputi impossibili, essendosi riconosciuto che i conti pubblici greci erano, oltretutto, falsi. A essi la Germania concorse a maggio 2010, con 22 miliardi di prestiti della sua banca pubblica Kfw, garantiti dallo Stato, di cui 8,4 attinti subito (Danilo Taino, La BCE apre ai titoli greci “spazzatura”. Merkel: Giusto dare sostegno all'euro, in “Corriere della Sera”, 4 maggio 2010). Frau Merkel cedeva al ricatto, in bonomia di casalinga stremata che firma un grasso assegno per un parente che non può restituirlo, cupa, sapendo, poi, che era solo l’inizio. La vedemmo poi solerte, ma più severa. La tranche di rifinanziamento del CDO irlandese costò sessanta miliardi, di cui una decina alla Germania. E, intanto, il ministro delle Finanze portoghese dichiarava il 15 novembre: “L’ipotesi che il Portogallo debba rivolgersi alla comunità internazionale per risolvere i suoi problemi finanziari è elevata” (Ron Paul, “End the Fed”, Macerata, Liberilibri, 2009, p. 22). Il ritardo a soccorrere la Grecia, la maggior prudenza con l’Irlanda, e l’attenta riflessione tedesca, in contorsione espressiva, dimostrano che non si potevano salvare dei paesi terzi ma che però si doveva salvare l’euro.

 

Le obbligazioni collateralizzate si rivelarono però capitale fittizio e complicato ad arte alla fine del quale c’era in definitiva solo chi non poteva pagare le rate del mutuo. La catena dell’euro si rivelò costruzione similare, rivenduta, inoltre, alla pubblica opinione, come esito di una casa comune falsificata come eterna. Invece, anche proprio questa catena e questa casa erano fatte di confezioni, cioè mega-confezioni di debiti precari, incartati con fretta ipocrita in tassi d’interesse tedeschi, finti dell’euro.

 

Quanto accadde dipese dunque dall’astrarsi del capitale in formule incomprensibili persino a chi ci lucrava. Ma per capire i famosi CDO e Cds eccoci costretti a ritornare indietro all’amena Basilea, alla Bri e ai suoi comitati. L’accordo di Basilea I sui bilanci delle banche si concentrò su come evitare l’insolvenza. Poi arrivò Basilea II e il sistema Basilea I giudicato arcaico fu sostituito dall’apprezzamento del rischio affidato alle società di “rating”... Ne nacque una nuova industria bancaria per aggirare le regole, in maniera perfettamente legale: bastava solo che una banca consolidasse fuori bilancio alcuni suoi attivi. E così, però, anche gli “hedge funds” accelerarono il loro moltiplicatore sul capitale a cento volte. Con la titolarizzazione, il veicolo, la società alla quale la banca conferiva gli attivi, otteneva i soldi per pagarli. Le ipoteche si collocarono sul mercato, vendute in pacchi, e in cambio le banche ne ottenevano cassa o titoli di Stato. Era per le banche, il passaggio da attivi a maggior rischio ad attivi a zero rischio, ulteriore margine per allargare gli attivi oltre il capitale.

 

Si veda a questo proposito anche il concetto di ABS (Asset Backed Securities) mediante il quale le banche cartolarizzano questi mutui “a zero rischio” impacchettandoli in obbligazioni dette, appunto, ABS e si cedono ad altri investitori, tra l’altro e purtroppo, anche all’interno di strumenti per gli investitori finali, i cosiddetti “retail”. In tal modo tali obbligazioni ABS sono poi di nuovo re-impacchettabili all’interno di altre obbligazioni dette appunto CDO.

 

Quindi l’obiettivo di frazionare concettualmente/praticamente i rischi che inizialmente le istituzioni finanziare emittenti si erano poste con le cartolarizzazioni dei mutui, si risolse in una sequela di scatole cinesi, per cui il rischio “subprime” arrivava nel mondo mediante queste obbligazioni, che erano poi acquistate da istituzioni finanziarie sfruttando una forte leva di indebitamento, e utilizzando società cosiddette veicolo, esterne alle stesse. Questa leva generava un effetto moltiplicativo, consentendo, sì, grandi guadagni nei bilanci, ma di cui si beneficiò fino allo scoperchiarsi della pentola. E così avvenne la crisi nel mondo: bollette, debiti, mutui e tarocchi si trasformarono e continuano a trasformarsi in miracolosi prodotti finanziari che continuano a finire da qualche parte. Dove? Chiedetelo alla vostra banca di (s)fiducia, o alla banca Etruria, ecc.

 

Il fatto che i titoli fossero emessi dai veicoli e donassero più leva sul capitale alle banche implicò altri espedienti. Come quello di farlo in diverse tranche con rischi diversi: “equità”, poi i “mezzanine” e il terzo livello, “senior debt”, via via meno rischiosi. Riducendo il rischio associato a una data tranche si potevano offrire più collaterali di quanto richiesto, il “rating” migliorava. Ed ecco i CDO, obbligazioni debitorie colIateralizzate. Strumenti ancora più agili per andare via da Basilea e potenziati addirittura dai sintetici o da quelli al quadrato, in follia esponenziale, contorta a spiegarsi persino dai più esperti.

 

Non ci fu mai nella storia una così ampia massa di attività rischiose che si ritrovasse a garanzia di istituzioni finanziarie così fragili.

 

Le sole CDO, obbligazioni debitorie collateralizzate, crebbero da 225 miliardi di dollari nel 2005 a 450 nel 2006; e ad esse si aggiungeva una crescita non distante di quelle cosiddette sintetiche. Ma questa crescita, matematicamente complicata da spiegare, lusingava tutti con milioni di dollari di prebende. E così, il 12 febbraio del 2006, due settimane dopo essersi ritirato, non turbò affatto i presenti che per parlare in pubblico Alan Greenspan ricevesse 250 mila dollari da Lehman Brothers. Eppure già nell’ottobre del 2007 Bernanke aveva già perso ogni sobrietà accademica quando, all’Economic Club di New York, gli domandarono dei CDO e lui ammise: “Mi piacerebbe capire che valore hanno questi dannati cosi” (Frederick J. Sheehan, “Panderer to Power: The Untold Story of How Alan Greenspan Enriched Wall Street and Left a Legacy of Recession”, New York, Mc-Grow-Hill, 2008”, pp. 333-334).

 

Poi venne il disastro ed il “Financial Times” scoprì l’inimmaginabile: i detentori delle tranche più rischiose dei CDO non erano i tanto esecrati “hedge funds”, ma quei fondi pensione che sarebbero dovuti risultare i più avversi al rischio. Delle molte miriadi di bond classificati come tripla A, si vide come ben pochi la meritassero. Le agenzie di “rating”, del resto, per stimare i CDO ricorrevano agli algoritmi dei processi stocastici. E per queste matematiche imbecilli si erano poi scelte le distribuzioni di probabilità più adatte a tranquillizzare tutti. Faccio notare che dal 1967 Massimo Scaligero, lo Steiner italiano, aveva scientificamente dimostrato (in modo scientifico-spirituale) che la logica matematica applicata all’economia sarebbe stata un’antilogica distruttiva per l’economia stessa...

(http://digilander.libero.it/VNereo/M_Scaligero_IL_MITO_DELLA_SCIENZA.pdf).

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