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Fonte: http://digilander.libero.it/VNereo/pirandello-non-e-moscarda.htm

Oggi l’Italia è talmente decaduta che non può avere un’Accademia. Negli anni trenta c’era l’Accademia d’Italia ma gli accademici erano persone del calibro di Pirandello…

Parlare di Pirandello oggi, in base all’informazione di regime è cancerogeno: genera cancro da stress. Ma Pirandello non è cancerogeno. Cancerogeno è farne un pusillanime, o un disperato, incapace di reagire alla cultura di Stato. Se per esempio estrapolo dal contesto di una sua opera alcune frasi e le cito attribuendole al suo pensare e non invece a quello di un suo personaggio, faccio di Pirandello un lamentoso senza speranza. Cioè capovolgo il valore stesso di tale sua opera. Si prenda per esempio la seguente citazione: “[…] che colpa abbiamo, io e voi, se le PAROLE, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto”. Così parlava Moscarda protagonista del racconto “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello. Moscarda era detto “l’usurajo” in quanto figlio di un banchiere-usuraio…

Citando questi pensieri, astraendoli dal loro contesto, faccio di Pirandello uno sciocco, incapace di affrontare il problema conviviale dell’intendersi, cioè il problema relazionale fra un uomo ed un altro uomo. Dovrei almeno chiedermi: se Pirandello dice che non è colpa dell’uomo se le PAROLE sono vuote, ragion per cui gli uomini non si intendono più fra loro, come mai ha scritto così tanto? Per non essere inteso? Non è un po’ strano?

Eppure oggi esistono maestre della scuola dell’obbligo che alludono in tale sconsiderato modo a Pirandello, dimostrando di non avere capito o forse nemmeno letto la parte di opera che citano. Ebbene queste maestre o questi insegnanti di Stato, soddisfatti della citazione di un “Nome” e dei quali il web oggi pullula, generano tumore. Sto parlando di tumore reale, di cancro.

 

C’è un’uniformità di informazione di regime per cui molti dati vitali (vitali nel senso letterale del termine) sono occultati agli individui. Questo succede perché l’obiettivo primario dei centri che dirigono la politica economica e che mantengono il potere mediante il controllo dell’informazione, è il profitto, non la cultura. Ma la logica del profitto è nella sua essenza assolutamente diversa dalla quella giuridica e da quella culturale. Per esempio se lo Stato di diritto si muta in diritto di Stato, cioè in mafia, distruggendo gli agrumi per farne aumentare il prezzo, non può che distruggere l’economia reale, generando, in quanto terrorismo di Stato, risposte terroristiche. Prima di essere massacrato, Giovanni Falcone scriveva: “la Comunità europea concede un indennizzo per la distruzione degli agrumi in eccesso” (in G. Falcone, “Cose di Cosa Nostra”, Ed. Rizzoli, Milano 1992, p. 144). L’obiettivo di tali centri è dunque mafioso: è il consolidamento, l’affermazione e l’estensione del loro potere, che da potere economico, diventa potere politico-militare, e potere culturale in senso globalmente menzognero. Questo centralismo non va trasformato nella forma o nel NOME, ma va eliminato nell’essenza. Ma come si fa a eliminarlo se non si vede? Non si vede perché continuamente cambia forma e NOME in nome del cambiamento e delle riforme. Occorre dunque riconoscerlo nel concetto. L’idea di politica economica è infatti spuria perché mescola in sé due concetti (politica ed economia) che non possono stare insieme senza generare conflitto di interessi. Per rendersene conto occorre quindi partire dai concetti non da NOMI o parole che evocano idee sballate. La politica concerne il sentimento di uguaglianza (per la giustizia), l’economia il pensare al profitto (per l’interesse di tutti). Sentire e pensare cosa hanno di comune? Nulla perché il sentire riguarda nell’uomo principalmente la zona del petto (sistema respiratorio) mentre il pensare riguarda principalmente quella del capo (sistema nervoso). Senza questa distinzione non solo Moscarda impazzisce ma tutto l’organismo sociale. La cosiddetta politica economica è da questo punto di vista come un cuore che batte in testa. Ecco perché tutti i politici sembrano impazziti, fuori di testa. Quindi bisognerebbe davvero dire basta coi NOMI e coi nominalismi...

La follia di Moscarda è lo strumento di Pirandello per dire proprio questo: il nominalismo monetario che genera usurocrazia - “O oh! sapete? l’usurajo Moscarda è impazzito!” - è il problema da risolvere non attraverso PAROLE o NOMI sempre mutevoli ma attraverso essenze concettuali. Ecco perché Moscarda dice: “il tristo concetto che in paese si aveva di me [...] io nel concetto del signor Firbo e del signor Quantorzo, di mio suocero e di mia moglie, e insomma di tutti [...] se il NOME è la cosa; se un NOME è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza NOME non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene [...] conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”.

La pazzia di Moscarda è dunque il coraggio di riconoscere che le forze che agiscono entro la sua pelle sono le stesse di quelle esistenti al di fuori. È dunque il coraggio della verità secondo cui si può dire davvero: “io sono dunque realmente le cose; certo non io in quanto soggetto della percezione, ma in quanto parte del divenire generale del mondo. L’oggetto di percezione “albero” e il mio io si trovano all’interno di un medesimo intero. Il divenire generale del mondo suscita in uguale misura lì l’oggetto di percezione dell’albero, qui l’oggetto di percezione del mio io” (cfr. Rudolf Steiner, “L’individualità umana” in “La scienza della libertà”, cap. 6° de “La filosofia della libertà”, Ed. Antroposofica, Milano 2013, pp. 87-88).

Oggi è veramente il tempo dell’inganno universale e perciò dire la verità è oggi un atto rivoluzionario.

Invece il continuo sovvertimento delle basi morali della vita conviviale umana è una delle cause del tumore. Tumorale è infatti la perdita totale dei valori su cui si è fondata l’umanità, proprio perché presenta la perversione e la degenerazione come normalità. Presenta per esempio l’ipocrisia del seguire la natura, o del rispettare la natura, quando poi in effetti la cosa presentata a PAROLE è un capovolgimento completo del “naturale”, che viene calato nel contro-natura. E proprio oggi il contro-natura è propagandato e presentato come progresso, o come liberazione da concezioni medioevali. Il serpente si morde la coda. Perché andare contro natura comporta il sovvertimento che si crea nella convivenza umana, nelle relazioni. Insomma, QUANDO A CAPO DI TUTTO C’È IL PROFITTO, FALSAMENTE REGOLATO DALLA POLITICA ECONOMICA (dire “politica economica” è dire “Keynes”, cioè l’insegnamento di colui che nel 1935 scriveva il suo deficit di valori umani: “La costruzione di piramidi, terremoti, perfino guerre possono servire ad aumentare la ricchezza”: J. M. Keines, “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, libro 3°, cap. 10, VI)), così che non ci sono più punti di riferimento stabili della coscienza umana, SI ATTUA CONTINUA INSTABILITÀ, CONFLITTUALITÀ E DIFFICOLTÀ DI RELAZIONI. Questo rimbalza sulla personalità, provocando stress, tensioni, ed altri coinvolgimenti psicosomatici fino al tumore, appunto.

Avviando dunque gli individui a concezioni contro natura nei loro rapporti si ingenera sovvertimento che non può non riflettersi anche sulla salute.

Ciò premesso, se ora si osserva ancora la stessa frase lamentosa (“[…] che colpa abbiamo […] se le PAROLE, per sé, sono vuote? […]) si scopre che essa non è un lamento di Pirandello ma è messa in bocca a Moscarda per insegnarci che senza risolvere il problema delle PAROLE, si va a finire dritti in manicomio, come avviene poi nel racconto.

Pirandello dunque non è un lamentoso. Moscarda, sì.

Pirandello scrive, anzi, quelle frasi proprio per evidenziare un problema da risolvere, quasi come uno scienziato dello spirito che mette sotto il microscopio dell’osservazione il dramma dei “NOMI” e del NOMINALISMO, che a dirla tutta oggi continua fino alla moneta NOMINALE creata dal nulla e che pertanto nulla vale. Ma non voglio dilungarmi su questo argomento. Voglio parlare di Moscarda, il lamentoso personaggio che dice “[…] che colpa abbiamo, io e voi, se le PAROLE, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto”.

Questo modo di ragionare è sbagliato e porta Moscarda alla pazzia. Perché se il “senso vostro” e il “senso mio” hanno bisogno di fede per intendersi (“Abbiamo creduto d’intenderci”) e poi ugualmente non ci si intende (“non ci siamo intesi affatto”) significa che dobbiamo metterci d’accordo, come fanno i musicisti quando accordano i loro strumenti. Ma il “LA” che accorda l’uomo è il pensare, non il sentire. Il sentire permette la rappresentazione, e la rappresentazione è tanto più esatta quanto più si conforma esattamente al concetto. Se io ti dico “pane”, tu ti rappresenti il pane che hai mangiato oggi o cogli immediatamente il concetto di “pane” senza alcuna mediazione sensoriale? Cogli il concetto. Ebbene quel concetto è uguale per tutti. Non c’è un concetto di pane per ogni testa umana. Dunque solo ragionando concettualmente possiamo intenderci. Intendersi sensorialmente per via di sentire o di sentimento, emozione, impulsi emotivi o simili è animalesco. Se così fosse basterebbe fiutare la droga per mettersi tutti d’accordo. Ma allora saremmo tutti come animali ed avremmo come loro un io di gruppo. No. L’uomo non ha solo un io di gruppo ma anche un io tutto per sé, capace di superare i condizionamenti della specie. Senza tale superamento l’uomo resta un “pensabenista” o tutt’al più un paziente di una casa di cura psichiatrica.

Nel racconto di Pirandello, Moscarda arriva alla follia in un ospizio, proprio perché comprende che la vita è evoluzione continua e che il NOME delle cose, compreso il suo NOME, non è il concetto che egli ha di se stesso, dato che “La vita non conclude. E non sa di NOMI, la vita”! Già nel titolo “Uno, nessuno, centomila” vi è l’indicazione all’“Uno” per dire che l’uomo non è “Uno”, e che la realtà dei NOMI non è oggettiva. Moscarda passa dal considerarsi unico, “Uno”, appunto, perché quella è la realtà dell’io, che è ben altro dalla realtà del NOME. Anzi il NOME è un nulla, è “Nessuno”, soprattutto in rapporto agli altri… “Centomila”.

Se Pirandello si lamentasse come Moscarda sarebbe un buonista o un primitivo retrogrado, un lamentoso, che comunque non si arrabbia mai né arriva a risolvere quel problema, per cui va a finire al manicomio perché non vuol saperne di svegliarsi. In fondo il personaggio Moscarda è simile al personaggio Faust, che nel “Faust” di Goethe, esprime l’uomo burattino di due secoli prima… Moscarda che impazzisce, l’uomo-burattino di Goethe e l’uomo-ocolingo di Orwell sono in fondo descrizioni dello stampino di uomo funzionale allo statu quo. Sono i Fantozzi del loro tempo che subiscono la schiavitù come persone “per bene”, “ben pensanti”. Addirittura, nella “neolingua” di Orwell questo tipo di uomini è chiamato “pensabenista” perché subisce senza arrabbiarsi mai… In verità sono pusillanimi. Sono i tiepidi che rifiutano di crescere, rimanendo infanti, dadaisti, e ripetitori di PAROLE o NOMI senza contenuti concettuali. Sono quaqquaraquà, non esseri umani. Perché la realtà dell’uomo è diversa. Ecco perché i tiepidi fanno vomitare perfino il “Creatore” (Apocalisse 3,16).

L’uomo impara, come infante, prima a parlare e poi a pensare, attribuendo le PAROLE alle proprie rappresentazioni, secondo un armonico processo dell’attività interiore (o dell’anima) sempre in evoluzione. A seconda del livello di maturità raggiunto, egli si accorge sempre più che le proprie rappresentazioni sono mutevoli rispetto ai concetti ed alle idee. Per esempio, la rappresentazione di questo tavolo non è il mio concetto di tavolo. Anzi, il concetto non è mai mio: un concetto non è mai qualcosa che l’uomo può avere come sua proprietà. Credere di avere nostri concetti è un pregiudizio difficile da superare. In realtà abbiamo rappresentazioni, che sono più o meno esatte a seconda del loro conformarsi al mondo dei concetti e delle idee che possiamo intuire. I concetti fanno parte dell’unico universale mondo delle idee, che è il mondo del pensare. La rappresentazione è un concetto individualizzato e soggettivo. Il concetto invece è quanto possiamo o no cogliere avvicinandoci all’universalità del pensare. Qui sta l’evoluzione degli umani. La storia del passaggio dal geocentrismo all’eliocentrismo dimostra, per esempio, che le rappresentazioni che gli antichi si facevano della relazione della terra col sole dovettero essere sostituite con altre finora sconosciute, perché quelle non erano più in armonia con queste. Accorgendosi che la terra girava attorno al sole, l’uomo doveva ammettere che la terra non era il centro del mondo precedentemente rappresentato e creduto. Il copernicanesimo non fu una moda da accettare o meno, ma una nuova rappresentazione non più in armonia con quella precedente, che quindi doveva evolversi in direzione di quest’ultima più vicina all’idea del sistema solare. Anche oggi continuiamo a evolverci nella misura in cui mutiamo le nostre rappresentazioni avvicinandoci alla realtà. La realtà è fatta non solo di oggetti percepibili attraverso il sentire, ma anche di concetti e idee riferibili a tali oggetti di percezione attraverso il pensare. Il sentire senza il pensare, ed il pensare senza il sentire, non sono la realtà. La realtà è fatta di entrambi questi due elementi essenziali. Solo se SPERIMENTATI questi due elementi conferiscono all’individuo logica di realtà. Altrimenti col solo DIRE che la realtà è fatta di percezione e concetto si cade nella frase fatta, negli slogan, o nelle astrazioni nozionistiche degli intellettuali, degli eruditi o degli acculturati, che sono gli alienati di oggi. Con ciò voglio dire che è giusto, sì, dire il vero ma è da animali dirlo come un pappagallo, cioè senza averne coscienza.

La frase fatta è l’attuale misura dell’alienazione umana.

Nutrirsi di frasi fatte è tipico dell’alienato o dell’“ocolingo” orwelliano, cioè di chi parla come un pappagallo, emettendo PAROLE vuote, suoni simili a PAROLE o NOMI, privi di contenuto concettuale.

Il nostro tempo è davvero quello in cui l’alienato, credendo di intendersi coi sui simili, non si intende affatto e perciò diventa folle se non risolve il problema, dato che il problema si può risolvere. Basta pensare. Chi rinuncia a pensare non può risolvere il problema.

Nel mio scritto “Sulla redenzione dell’oca lamentosa” ho citato Tommaso d’Aquino per caratterizzare i pusillanimi, cioè i buonisti, che non si arrabbiano mai anche quando dovrebbero. Queste persone, pur avendo forma umana, non sono esseri umani. Sono subumani, che amano apparire saggi come quelli del sinedrio, scandalizzati dall’arrabbiatura del Cristo quando nel tempio fa volare per aria i banchi dei cambiavalute, che fustiga, scacciandoli via. Perciò il grande Tommaso diceva: “Chi non è arrabbiato quando c’è un buon motivo per arrabbiarsi, è immorale. E se puoi vivere nell’ingiustizia senza rabbia, sei immorale ed anche ingiusto”. La grandezza di Pirandello sta invece nell’indicare con precisione un problema da risolvere, anche se questo problema è rimasto irrisolto grazie alla cultura di Stato che l’ha occultato. Si tratta, appunto, del problema odierno del rapporto tra il pensare e i NOMI delle cose pensate. Questo problema va visto col microscopio dell’intuizione umana.

È ovvio che frasi fatte e citazioni fuorvianti non possono in alcun modo risolvere il problema. Questo “non-potere” volontario è il problema degli uomini d’oggi, anzi dei pecoroni d’oggi. La volontà di potenza di Nietzsche è oggi diventata volontà d’impotenza di questi “pensabenisti”…

L’uomo che resta indietro si nutre fino ad ammalarsi di questa sua volontà d’impotenza e facendo di questo suo “pensabenismo” il buonista che vuole essere, può collocarsi solo dalla parte del problema, non dalla parte della risoluzione dello stesso, dato che la risoluzione esige che il problema sia pensato come problema, non come un bene, perché il problema pensato come un bene non è un problema, e in quanto tale non esige risoluzione alcuna. Ma il problema pensato come non problema significa assenza del pensare, spensieratezza new age, attendismo, che è in fondo avversione al pensare. Il “pensabenismo” è infatti avversione al pensare.

La risoluzione del problema posto da Pirandello comporta dunque l’esperienza concreta delle dinamiche del pensare stesso.

Questa esperienza non è però prevista dai “pensabenisti”, anzi, non è neppure concepibile per la loro evidente incapacità di distinguere l’atto del pensare dalla sua espressione discorsiva. Per cui si deve dire di loro che sono pragmatisti ed empiristi sognanti, in quanto presumono trattare scientificamente o culturalmente (anche mediante mal-comprese citazioni) qualcosa che non suppongono sperimentabile. In altre parole: sono sciocchi...

Così come una rappresentazione di un oggetto sensibile si forma da fuori in base alla percezione sensoria di esso, allo stesso modo un concetto si forma scaturendo dal di dentro, cioè da oggettiva percezione interiore.

Oggi invece avviene che oggetti di indagine come la “rabbia” (del precedente esempio) o altri come l’“inconscio”, l’“anima”, la “libertà”, la “società”, la “socialità”, ecc., che come realtà potrebbero essere compresi là, dove fossero concetti rispondenti agli oggetti a cui si riferiscono, NON sono concetti, ma solo NOMI, PAROLE. Ciò è in perfetto accordo con la neolingua di Orwell, nella quale l’eufonia prevaleva sempre sulla correttezza del significato. Alla musicalità delle PAROLE si sacrifica perfino la regolarità della grammatica, se necessario. Anche questo è una necessità dello statu quo, o della politica, “dal momento che PAROLE brevi e facili da pronunciare stimolano la minor quantità di echi nella mente di chi parla” (George Orwell, “1984”, Ed. Mondadori, Milano 1978, p. 338). Ebbene, coi NOMI, con le PAROLE, il parlante e/o lo scrivente cosa fa? GIOCA: gioca discorsivamente, dato che gli manca la vita del pensare coincidente con la realtà degli oggetti da lui trattati.

Dunque delle due l’una: o il “pensabenista” rinuncia alla propria rappresentazione logica degli oggetti di cui tratta, oppure deve rendersi conto del fatto che SOLO GRAZIE AL PENSARLI essi possono essere designati coi loro NOMI (i NOMI corrispondono agli oggetti, appunto per il fatto che evocano il pensiero o il ricordo di essi).

Il problema da risolvere è dunque non un problema di relazione tra NOMI e proposizioni, ma di relazioni fra concetti.

Il “pensabenismo” o il buonismo degli ignavi è invece il dialettismo che, mancando di correlazione interna di pensiero, necessita - per la sua radicale opposizione all’elemento intuitivo puro - di correlazione discorsiva, cioè di un formalismo che non è più neanche formalismo. È un formalismo monco, dato che non è in grado di essere formalmente logico. Là dove si costituisse con rigore positivistico, non potrebbe non procedere sino a mandare in frantumi l’intero sistema e perciò se stesso! I suoi contenuti, non essendo concettuali sono perciò meramente psichici, vale a dire mera emotività provvista in abbondanza di istinto e passioni ma priva di pensare. Come tale, non avendo freni né in un rigore formale, né nella concretezza dei temi trattati, diventa mero correlatore di NOMI, di PAROLE.

Ecco perché l’unica struttura possibile del discorso del “pensabenista” è solo l’assonanza delle PAROLE, o l’associazione di rappresentazioni e/o concetti similari.

Con l’avvento di questi “pensabenisti” che giocano a fare gli iniziati, gli orientalisti, o i sapientoni, volendo apparire esseri imperturbabili che non si arrabbiano mai, accade veramente che il nero si possa far passare per bianco e viceversa, e che la storia e la cultura trascorse possano essere retroattivamente mutate secondo il dettame dialettico dell’influsso psichico attuale.

Oggi questo dialettismo subumano vorrebbe tra l’altro ricondurre alla propria sub-cultura o alla propria sub-logica l’antica metafisica indiana, in particolare quella sankariana, che grazie alla propria struttura si presta meglio all’interpretazione discorsiva di qualunque argomento. La realtà è però che l’automatismo discorsivo di questi “subumanofori”, cioè portatori del subumano, è il segno di un’opposizione cerebrale al pensare vivente. È un fatto di questo tempo. L’ocolingo non è altro che un imbestialito, un rincoglionito, che tenta di collegare a sé ciò che del passato gli appare formalmente affine, per ridurlo al proprio contenuto emozionale, cioè alla mancanza di contenuto logico del proprio automatismo, scindendone ogni volta la sua interna identità, con la quale non potrebbe stabilire contatto. Infatti il sistema di Sankara, per la sua impostazione formale, si presta alla riduzione dialettica dei propri contenuti ad un pensare che non è un pensare ma che è un sentire, un mero sentimento, politicamente adoperabile dall’attuale monoideismo automatistico. Ovviamente, neppure questo può logicamente collegarsi con l’antica metafisica, perché non è altro che una continua proiezione di un’esperienza del mondo fisico non consapevole del proprio fondamento e possibile solo nella forma modernamente assunta, proprio perché privo di consapevolezza di quel che è metafisico, anche se di metafisica può parlare.

L’avvento del cretino a cui oggi assistiamo, consiste dunque in masse di pseudo umani che perdono la propria individualità per fondersi nel gruppo di appartenenza, ideologico, politico o religioso, dopo avere perduto, rimuovendolo, il proprio giudizio critico. Pensando secondo mere PAROLE, NOMI, o slogan, anziché secondo concetti e idee, per cui non comprendendo gli oggetti di cui trattano, i subumani non solo si muovono come medium attivisti dello statu quo, ma insegnano la loro antilogica nelle scuole dell’obbligo. È l’avvento della forma logica avversa all’uomo di cui parlava Scaligero già nel 1967 (Massimo Scaligero, “La logica contro l’uomo” Ed. Tilopa) profezia che si è verificata.

 

La logica contro l’uomo è in fondo il problema irrisolto ed al quale alludeva anche Pirandello col racconto “Uno, nessuno, centomila”.

Si tratta del problema del pensare. L’analisi della dinamica pensante, non va ovviamente scambiata per l’analisi del suo procedimento formale. Occorre osservare il suo muoversi reale, ideale, concettuale, dato che quello formale, appunto per il suo progredire deduttivo, non può costituire una misura se non come legge impositiva.

Il problema è perciò anzitutto un problema di ritrovamento del fondamento del pensare: si tratta di stabilire quale reale pensare operi dietro un determinato sistema dialettico-logico. I disastri odierni risalgono a tale atto di nascita del dialettismo in cui non si distinguono più i NOMI dai concetti che evocano: il pensare umano è divenuto sempre più incapace di movimento concettuale e di consapevolezza del concetto come fondamento. Venuto meno il pensiero, la forma ha continuato per suo conto come discorso analitico. Ecco perché oggi, se si tolgono le esperienze formali della logica e della matematica e quelle reali della fisica e della chimica, oggettive sull’esclusivo piano della mineralità e della misurabilità, il resto dell’esperienza umana è un dialettismo con apparenze di contenuto, dovute all’uso della terminologia scientifica usurpata alle uniche esperienze che la giustificano.

Con l’avvento dell’ocolingo, il contenuto psichico del formalismo dialettico non ha rapporto con gli oggetti a cui si riferisce. E questo è il paradosso dell’opposizione al conoscere, mediante l’esclusivistico sviluppo dell’aspetto formale del conoscere, per cui l’oggetto di indagine resta sempre estraneo all’uomo mentre simultaneamente egli alimenta in sé la persuasione di possederlo in quanto ne parla. Lo vediamo nei politici che alzano la voce. Questo loro arrabbiarsi è di natura diversa da quello di cui parlava Tommaso. Infatti è l’alzare la voce simile a quello delle oche…

Il cretino d’oggi, l’ocolingo, è attirato dalla mera correlazione delle PAROLE, nella cui plausibilità logica trova vie già tracciate, sollecitanti in lui un automatismo che esclude la sua iniziativa, ed esige anzi la sua passività. Questa passività non è palese, anzi si manifesta in forme di attività, che possono dare l’idea di una dinamica, in realtà inesistente. È l’attivismo dei politicanti, la cui mancanza di logica diventa legge. Perché l’automatismo discorsivo raggiunge tanto maggiore efficienza, quanto più si estrania al pensare, la cui dinamica è sottratta alla coscienza e usata da qualcosa che non è il principio cosciente capace di manifestarsi autonomamente nel pensare.

Un amico una volta mi disse in dialetto “Sa gh’é la logica, gh’é mia la norma” (se c’è la logica non c’è la norma). Questa è universale realtà. Perché là, dove c’è la logica, la norma è inutile.

La realtà è, e sempre sarà, costituita da due elementi: dall’oggetto percepibile e dal suo concetto. Considerare reale solo l’oggetto è materialismo. Considerare reale solo il concetto è spiritualismo. Tanto il materialismo quanto lo spiritualismo sono direzioni unilaterali e quindi parziali della vita pensante. Sono errori di pensiero.

Un antico detto diceva: “Dove c’è società, c’è pure comproprietà, data senza società”: ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate. Cosa significa? Significa che la comproprietà è precedente e non successiva alla società, in quanto è grazie alla comproprietà che la società diventa tale. Perciò è giusto ritenere che là, dove c’è società, vi è pure comproprietà, ma non perché è la società a creare la comproprietà, bensì perché è vero il contrario, e cioè che è la comproprietà a creare la società. Ciò che qui vale per l’organismo sociale vale anche per l’organismo umano, così come anche per ogni organismo animale: il toro ha le corna, ma non ha le corna per poter dare cornate. Ha le corna casomai perché si sono sviluppate a furia di dar cornate. Allo stesso modo l’uomo esiste non per far sorgere (e/o per ubbidire a) ordini mondiali o moralità o legalità. È vero esattamente il contrario: l’ordine mondiale, la moralità o la legalità esistono grazie all’uomo. In altre PAROLE, se tu agisci moralmente lo fai non perché sorga moralità o legalità, o più Stato, ma semplicemente perché hai un’idea morale! Ecco perché il welfare o il comunismo come ideale, che dovrebbero significare comproprietà, sono oggi inesistenti: sono imposti per legge, e quindi non possono che generare ira (Romani 4, 15).

Infatti con le sue idee morali, appartenenti alla propria essenza, ogni individuo umano è il PRESUPPOSTO dell’ordinamento morale universale. Non viceversa, come vorrebbe il NOMINALISMO privo di idee della new age, mai auspicato, ovviamente, da Pirandello...

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