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Lo spazio-tempo è un concetto spurio. Va bene per i ben pensanti, che oggi sono in verità gli “spensierati” o i non pensanti, cioè persone ammalate della malattia d’oggi, consistente nella rimozione del proprio giudizio critico. Quindi proporrò delle riflessioni sulla distinzione dello spazio dal tempo. Si tratta di vecchi miei appunti di gioventù.

 

Se io provo a rappresentarmi l’immagine di una serie di eventi che avvengono in questo stesso istante nel mondo come quando colgo con uno sguardo un panorama, ho a che fare con un’immagine unitaria di gruppi di eventi che si svolgono nello stesso momento sulla Terra. Non è un’operazione difficile. È un esperimento mentale di quelli che amava fare Einstein come ad esempio quello per sostenere, come Alice nel paese delle meraviglie, che cadendo nel vuoto l’uomo non percepirebbe la forza di gravità (provate a dirlo ad un paracadutista!) o quello per sostenere la relatività della simultaneità, ecc.

 

Tenete conto che di solito il pensare umano - che si sia o no in movimento - può cogliere in un solo punto del tempo la simultaneità dei fatti di immense estensioni spaziali. Non per questo il pensare deve avere estensione spaziale. Il pensare, il rappresentare umano, non conosce limiti di spazio: può sempre rappresentarsi il superamento di un limite rappresentato.

 

Quando per esempio penso al firmamento, c’è un momento in cui posso facilmente intuire la sua illimitatezza. Se ora, avendo afferrata la simultaneità come immagine, volessi però col mio pensare esaminare punto per punto anche gli elementi che compongono il quadro di quella rappresentazione unitaria, dovrei necessariamente rinunciare alla simultaneità, ed esaminarne i particolari, uno dopo l’altro. Così facendo, ne nascerebbe una successione, la quale altro non è che io tempo che nasce in me. È dunque così che nasce in me il tempo.

 

Ma mentre nasce per me il tempo, avviene anche che la simultaneità, come stato indipendente dal tempo, non cessa di essere in una zona della mia consapevolezza. Dunque: proprio perché siamo incapaci di cogliere la contemporaneità di una successione di fatti in quanto questa successione non si lascia afferrare direttamente come una concreta unità, la singolarità di ciascun fatto rende necessaria la loro sequenza cognitiva lungo una linearità progressiva che costituisce la serie passato-presente-futuro del tempo.

 

È chiaro che in questo esperimento mentale, il mentale prende in prestito dalla normale rappresentazione dello spazio il senso della progressione del tempo.

 

La simultaneità è infatti un momento universale e quindi ideale.

 

La successione è invece il trapasso dall’universale al particolare: ma è evidentemente un trapasso che si compie nel mentale umano e che ha il potere di ritrovare ogni volta l’universale, cioè l’unità dello scenario contemplato.

 

Il rapporto tra un momento temporale ed un altro momento temporale è sempre una connessione che si svolge nella coscienza. E in quanto tale è un movimento del pensare, cosi come lo è il rapporto di un punto dello spazio con l’altro.

 

Ma la direzione del tempo è unicamente in senso progressivo dal PRIMA al DOPO, ed è IRREVERSIBILE, dato che ci rappresentiamo il PRIMA e il DOPO, secondo l’immagine spaziale di ciò che è PRIMA o DOPO. Però con la differenza che: mentre rispetto alla direzione spaziale possiamo tornare indietro, il tempo esige invece di trascorrere. Cosa significa? Significa che la natura del tempo rifiuta il tornare indietro. Mi sembra una differenza sostanziale questa (fra le due nature “spazio” e “tempo).

 

Certo, possiamo tornare indietro mediante il pensare, o mediante la memoria, ma non possiamo ripercorrere il tempo come un sentiero in cui ritroviamo tutto, prima che accadesse.

 

Il tempo impone PROGRESSIONE: lo sperimentiamo solo come progressione. Questa è la differenza fra il tempo e lo spazio. Uno spazio io posso ripercorrerlo in lungo e in largo, sopra e sotto, avanti e indietro. Il tempo no. Il tempo va avanti e basta. Quindi ho a che fare con due cose essenzialmente DIFFERENTI. Metterle insieme come se fossero un’unica realtà sarebbe come mettere insieme mele con occhiali.

 

Quindi chi si abitua a usare il concetto di “spazio-tempo” come se fosse una realtà unitaria, sbaglia, perché si abitua ad usare un concetto spurio. Oramai questo concetto è entrato nel linguaggio comune. Però se lo si osserva in chiave epistemica o  epistemologica, o SCIENTIFICA che dir si voglia, l’oggetto spaziotemporale non c’è. Esiste solo come una specie di OGM o di UFO, creato da un parolaio, mediante esperimenti NON di fisica ma della mente che, come dice la parola, mente se intesa come Verbo assoluto o come dogma. Lo “spazio-tempo” è un’illusione dovuta al voler fare lo scienziato. Ma chi vuole FARE lo scienziato non è uno scienziato. Lo scienziato distingue le cose e ogni loro rispettivo concetto. Se no che scienziato è? Uno scienziato della mutua?

 

Chi viaggiando nella propria macchina a velocità sostenuta non ha mai avuto davanti la fuga di alberi di un viale: in un istante lo si percepisce tutto nella sua unità, no? Ma se lo si vuole percorrere, passando da un albero all’altro, occorre tempo, tempo che progredisce, e che progredisce perfino quando nel tempo torniamo indietro col pensiero. Ma tornare indietro col pensiero non va confuso con l’ipotesi di tornare indietro nel tempo materialmente. Perché ciò significherebbe la possibilità di non sottostare più alla progressione del tempo ma sarebbe muoversi al di là del mondo fisico valido solo se l’uomo fosse un’alata testa d’angelo. E là, dove per un prodigio ciò diventasse normale, significherebbe per l’uomo la conquista dell’immortalità terrestre. Ma ciò è possibile? La mia risposta è negativa. Perché pretendere di uscire dalla costrizione del tempo attraverso una macchina del tempo è infantilismo scientifico, un dadaismo simile a quello dell’infante che allunga la mano per afferrare la luna… La mia risposta è negativa perché nei dettami “morali” del “religionismo” einsteiniano c’è il liberarsi pretesco dell’uomo dal proprio io, impossibilità pratica, provata anche dal fatto che Einstein la predica in un libro che intitola “Come io vedo il mondo”, dimostrando assenza di coerenza rispetto alle sue stesse parole: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io” (A. Einstein, “Come io vedo il mondo”, Newton Compton, Roma 1999, p. 28).

 

Solo l’io umano può intuire la propria immortalità, ottemperando a determinate condizioni dell’interiore esperienza sovrasensibile e/o extrasensibile: condizioni interiori afferrabili solo da un pensare adeguatamente educato ad avvertire il proprio contenuto puro, libero di qualsiasi tema fisico e/o metafisico. Tale pensare, liberato da qualsiasi contenuto, attua il proprio essenziale contenuto, che prima o poi gli fluisce internamente dalla stessa vita del Cosmo. Solo una coraggiosa e positiva empiria interiore può accertare questo concreto potere del pensare sperimentabile dall’io. Però come farà la fisica odierna (fisica teorica) a sperimentare tutto questo, escludendo l’io e l’essere umano (in cui l’io si incarna), e continuando a preferire macchine e macchinari (fra l’altro, prodotti dall’io), per farsi dettare da questi verità assolute secondo assoluta relatività?

 

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