Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

TEORIA BORRUSO

LA FISICA CLASSICA

RIVEDUTA, CORRETTA, E UNIFICATA
Silvano Borruso: silvano.borruso@gmail.com
Strathmore School, P.O.Box 25095 Nairobi, Kenya

 

RIASSUNTO

È POSSIBILE UNIFICARE LA FISICA CLASSICA (PRE-EINSTEINIANA) A PATTO DI ) CORREGGERE GLI ERRORI FILOSOFICI CHE CONTINUANO AD IMPEDIRLO E ) RIDIMENSIONARE LA FISICA ESCLUSIVAMENTE IN TERMINI DI MATERIA E TEMPO.

 

ENUNCIAZIONE DEL PROBLEMA

Lo stato attuale della filosofia della scienza...sembrerebbe indicare che in un qualche punto del suo cammino la magnifica impresa lanciata da Galileo ai primi del 17° secolo sia uscita fuori strada. Su cosa ne abbia causato lo sviamento gli scienziati non sono d’accordo (William A.Wallace, “The Modeling of Nature”, The Catholic University of America Press, Washington D.C. 1996 p. 280).

Anomalie se ne trovano praticamente in ogni opera che tratti di fisica a parte di libri di testo. Faccio un particolare riferimento a Foundations of Physics di Robert Bruce Lindsay e Henry Margenau, un classico in stampa dal 1935 (Ox Bow Press, Woodbridge, Conn. 06525 1981).

 

IPOTESI

Tre errori sono responsabili di aver sviato la fisica. Uno è di Galileo, gli altri due di Newton.

L’errore Galileano (del 1612) consiste nell’aver RISTRETTO la scienza ad apparenze quantitative (Lettera a M. Welser del 1612, citata da F. T. Arecchi in “Sensus Communis” Vol.3, 2002, n° 4). Lo spazio e la materia vennero indebitamente separati l’uno dall’altro, così CONFONDENDO misurazione con definizione.

Il primo errore di Newton fu di aver SEPARATO il movimento accelerato da quello uniforme, e il secondo, di aver ignorato i ritardanti del moto meccanico: attrito e inerzia.

Queste ipotesi di Newton furono promosse a “leggi” che certamente “offrono un sistema dinamico ideale applicabile al mondo fisico” (W. A. Wallace, op. cit. p. 360. La citazione è dai “Principia” del 1687).

Però Newton, ripetendo Galileo, scrisse: “Non dobbiamo ammettere più cause naturali di quante siano necessarie e sufficienti per spiegarne le APPARENZE…” (Sir Isaac Newton in “Regulae Philosophandi”, citato da Wallace, op. cit.,  p. 360 - il neretto maiuscolo è mio).

I tre errori, non scientifici ma filosofici (dato che filosofare significa ordinare, esistono tre, e solo tre, errori filosofici: confusione, separazione, riduzione. Ognuno dei tre è causa di disordine: le cose non sono al loro posto), concorrono nel considerare come REALE quel che non è che una esposizione IDEALE di APPARENZE.

 

PRIMO ERRORE. Lo spazio viene SEPARATO dalla materia e RIDOTTO a lunghezza. Il tempo viene RIDOTTO a durata. Una tale separazione e le due riduzioni soddisfano i bisogni di misurazione, ma a prezzo di una proliferazione indebita di quantità fisiche e relative unità di misura, che impediscono qualsiasi unificazione. A lunghezza e durata, con le rispettive unità di metro e di secondo, vengono aggiunte cinque quantità “elementari” con le loro unità rispettive: massa, corrente elettrica, temperatura termodinamica, intensità luminosa e ammontare di sostanza (ammontare di sostanza è numero puro, non quantità fisica. Viene usato come fattore di conversione da unità di massa atomica a unità di massa “SI”. Si tratta di intrusione indebita tra le quantità fisiche). Ognuna di queste quantità cosiddette “elementari” “definisce” numerose quantità derivate moltiplicando e dividendo. Lunghezza e durata, in particolare, “definiscono” una “cinematica” completamente fittizia sebbene utile per capire la misurazione.
Introducendo la massa e moltiplicandola per espressioni cinematiche, si vengono a definire momento e forza. Ma una formula cinematica, rappresentante quindi un moto uniforme/accelerato ma SEMPRE IDEALE, non diviene dinamica semplicemente moltiplicandola per la massa. Continua a rappresentare un moto uniforme/accelerato, ma sempre IDEALE, di UNA massa. Per rappresentare un moto REALE, cioè DINAMICO, uniforme o accelerato che sia, la formula deve essere dinamica DI DIRITTO PROPRIO, con o senza massa. Una definizione così includerebbe forze generate altrimenti che da masse accelerate, che oggi rimangono tagliate fuori.

 

SECONDO ERRORE. Newton SEPARÒ la legge del moto uniforme da quella del moto accelerato. Sperimentalmente, però, ciò non è possibile. Non si può ottenere alcun moto uniforme senza prima accelerarvi. I due movimenti, quindi, non possono essere che ASPETTI dello STESSO fenomeno, non DUE fenomeni DIVERSI.

 

TERZO ERRORE. Newton RIDUSSE la meccanica ai due moti suddetti, senza incorporarvi l’attrito e l’inerzia, i ritardanti di movimento meccanico.

I tre errori divennero un ostacolo sempre più ingombrante “alla sensazione di semplicità dei primi fisici verso la natura, i quali credevano che quanto più accurati e completi divenissero gli esperimenti, tanto più semplici sarebbero divenute le leggi da descrivere in essi (Lindsay & Margenau, op.cit. p. 17. In questo libro il capitolo “Fondamenti di Meccanica” copre 80 pagine, ed è tutt’altro che semplice).

Il positivismo di Comte, adottato dai fisici, completò la riduzione del processo: “Si considera che tutti i concetti umani siano passati da uno stadio teologico a uno metafisico e quindi a uno positivo e sperimentale” (Chambers Biographical Dictionary, v. COMTE, 1969 p. 303).

Il punto di arrivo di Comte, lo stadio positivo e sperimentale, è un ordine di PARTI, cioè leggi fisiche esposte in un qualsiasi libro di testo. Per arrivare a una visione d’insieme è necessaria l’INDUZIONE, che significa ASCENDERE dalla diversità sperimentale all’unità del capire. Il positivismo di Comte DISCENDE da insiemi a parti, sanzionando così la disunione derivante dal concedere lo status di “fatto” all’errore.
Le leggi della meccanica newtoniana, difettose quali erano, sono ancora alla base di tutti i sistemi dimensionali, infettati, come quelle, dagli stessi errori.
Da quando James Watt formulò il concetto di potenza (1783) alla scoperta delle leggi della termodinamica negli anni 1850, si perdettero diverse opportunità per correggere tali errori. Il risultato fu che le leggi fisiche proliferarono in disunità.

 

SPERIMENTAZIONE

Questo scritto ha tre fini.
- Primo, IDENTIFICARE le relazioni reali tra spazio, materia e tempo.
- Secondo, SEPARARE chiaramente definizione da misurazione, e quindi le dimensioni dalle loro unità. Solo la materia e il tempo godranno di dimensioni proprie. Cinque interi godranno di dimensioni derivate esclusivamente da materia e tempo. Le quantità fisiche convenzionali, come PARTI naturali di questi interi, avranno le stesse dimensioni dell’intero dal quale ridotte.
- Terzo, mostrare che ogni legge fisica non è che un caso particolare di un ciclo generale basantesi su materia, tempo e interi derivati.
Completato l’esercizio, la fisica apparirà come un campo UNIFICATO, non come un assortimento di parti sconnesse. Sarà FECONDA, cioè capace di spiegare ciò che prima non si poteva. Sarà COERENTE senza contraddizioni. E sarà anche SEMPLICE, non “ingombrata da particolari senza controparte sperimentale” (Lindsay & Margenau, op.cit. p. 396).

 

MATERIA E TEMPO, INTERI INDIPENDENTI. IL VERO SIGNIFICATO DI “SPAZIO”

“Dobbiamo riconoscere il fatto che ci si esprime scientificamente in termini di SPAZIO e di TEMPO, e che il misurare, in fisica, significa in ultima analisi associare un numero a questi concetti (Lindsay & Margenau, op. cit. p. 5).

Gli autori danno per scontato che la descrizione scientifica in termini di spazio e di tempo sia applicabile alla materia come TERZA realtà fisica. Da quando si conosce l’esistenza delle onde elettromagnetiche, capaci di penetrare murature e vetri di considerevole spessore, il separare spazio da materia non ha più senso. In questo scritto considererò lo spazio come FACENTE PARTE della materia. Solo tempo e materia quindi godranno di DEFINIZIONI INDIPENDENTI. Tale “descrizione in termini di materia e di tempo” verrà considerata FILOSOFIA, e “l’associazione di numero a questi concetti” SCIENZA propriamente detta. Il Prof. Mc Glashan è dell’opinione che “non c’è nulla di fondamentale circa la scelta del NUMERO di quantità basiche che vengono considerate indipendenti; si tratta di pura convenienza” (M. L. Mc Glashan, “Physico-chemical Quantities and Units. The Grammar and Spelling of Physical Chemistry”, Royal Institute of Chemistry 1968, p. 3).

Una tale opinione risulta dall’aver ridotto interi a parti. Per ottenere unità, la scelta di quantità basiche è fondamentale, non arbitraria. Queste sono MATERIA E TEMPO RIDEFINITI COME INTERI. Il numero, e quindi le unità di misura, vengono associati non alla materia e al tempo come interi, ma esclusivamente ALLE LORO PARTI, per esempio ai sistemi convenzionali di riferimento, che permettono la misurazione come prima.

SPAZIO. Tutti i fisici da Euclide ad Einstein sono stati sempre d’accordo nel non considerare lo spazio come “cosa”, però lo hanno sempre RIDOTTO a lunghezza, area o volume TRA masse.
Qui lo spazio viene considerato come un’altra forma di materia (la prova che spazio e materia siano inseparabili, nonostante le APPARENZE di diversità, è alla portata di chiunque faccia uso di un telefono mobile che trasmette segnali attraverso muratura o vetro. Ci si chieda: “Questi mattoni/vetrata sono spazio o materia”? La risposta non può che essere: “Ambedue”). Il complesso spazio-materia consiste di corpi materiali PIÙ qualunque cosa vi stia nel mezzo, ossia l’universo reale esistente “hic et nunc”. La materia così ridefinita ha come simbolo “r” applicabile a qualsiasi realtà suscettibile di cambio (dalla terz’ultima lettera della parola “materia”. Nella prima stesura avevo scelto “s” come prima lettera di spazio, ma se i lettori non sono d’accordo non avrei difficoltà ad usare qualsiasi simbolo accettabile). Lo spazio è quindi un “plenum”, non un “vacuum”.
La materia “r” può venire RIDOTTA a qualsiasi realtà fisica si desideri. Lunghezza “L”, area “A” e volume “V” divengono CASI PARTICOLARI di “r”. Lo stesso vale per carica elettrica “Q” come per qualunque cosa capace di cambio. Il simbolo “r” è FILOSOFICO, senza “associazione numerica” e quindi senza unità di misura, necessarie solo per le sue PARTI. Ogni parte ha la DIMENSIONE di materia, ma viene MISURATA con l’unità più conveniente.


TEMPO

Da Aristotele in poi, durata e tempo sono sinonimi. Qui il tempo viene ridefinito come “sommatoria di tutti i cambi” considerando quindi la durata (insieme al “secondo”, sua unità convenzionale) come UNO tra i VARI cambi. Dato che l’attrito, la resistenza elettrica, la conduttività termica ecc., sono tutti RITARDANTI, cioè sintomi di un effetto comune a una varietà di CAUSE, viene loro assegnata la stessa dimensione di tempo, ma ciascun ritardante viene misurato in qualsivoglia unità risulti conveniente. Il loro simbolo comune sarà quindi “t” nelle formule indicanti un intero. Le unità di misura mantengono il loro simboli convenzionali.

 

INTERI DERIVATI: MOVIMENTO (“r/t”) E SPINTA (“r/t²”)

Nel 1827, centenario della morte di Newton, Ohm fu il primo fisico a combinare i tre elementi di una legge fisica in UNA sola formula. A differenza di Newton, che aveva separato il moto uniforme da quello accelerato tralasciando inerzia e attrito, Ohm non separò il voltaggio dalla corrente tralasciando la resistenza: unificò i tre. Per ottenere dimensioni derivate, quindi, partirò dalla perfetta elettricità e non dall’imperfetta meccanica.
In un fenomeno elettrico è chiaro che il voltaggio SPINGE la corrente, causandone il MOVIMENTO contro l’azione RITARDANTE della resistenza.
In un fenomeno meccanico è altrettanto chiaro che esiste una spinta (forza), un movimento (velocità) e un ritardante (attrito + inerzia), ma non una formula che unifichi i tre. La combinazione spinta-movimento-ritardante è una COSTANTE IN TUTTI I CAMPI DELLA FISICA. La Tavola 1 mostra come essi appaiono all’osservazione.

 

Tavola 1

 

La tavola espande la legge di Ohm

IxR=V”    (1)

a tutta la fisica. La legge di Ohm dice che movimento x ritardante = spinta. Considerando la corrente “I” non come quantità indipendente ma come cariche elettriche/tempo “Q/t”, la corrente elettrica diviene un caso particolare di “r/t”, il simbolo generale di cambio (“motus” dei filosofi).
L’idea geniale di Ohm fu di aver unificato TUTTI gli effetti ritardanti la corrente in un simbolo fittizio “R”, tralasciandone le cause multipli come temperatura, diametro e natura del conduttore, ecc. Il simbolo “R” non è che una lettera dell’alfabeto, che NON DEFINISCE la resistenza. Qui la resistenza, come tutti i ritardanti, viene definita esclusivamente in termini di tempo “t
̄ ¹”.
Essendo “I=Q/t”  e  “R=
t ̄ ¹”, la legge di Ohm diviene

Q/txt ̄ ¹=Q/t2=V”    (2)

e si espande a tutta la fisica come:

r/txt ̄ ¹=r/t2”    (3).

Se “Q/t²=V” è potenziale elettrico, “r/” è potenziale generale, chiamato qui “spinta”. Ho usato questo termine senza pregiudizio per uno migliore che potrebbe suggerire più di un lettore attento. Le spinte appaiono nella colonna sinistra, i movimenti nella mediana e i ritardanti in quella di destra della Tavola 1.
Vi è un problema pratico: i ritardanti di diversi di quei campi sono stati al più nominati, come l’inerzia, ma non riconosciuti come grandezze fisiche di diritto proprio e quindi non calibrati come è stato l’“ohm” (in fatti non è possibile misurare l’“ohm”, per il semplice fatto che non esiste. Ciò che si misura è una corrente a diversi livelli di voltaggio, e il risultato viene chiamato “resistenza in ohm”. Niente proibisce di applicare lo stesso metodo agli altri campi della fisica. La meccanica dei fluidi sarebbe la più avvantaggiata dal seguire la linea di Ohm, dato che è oberata da una formula diversa per ognuno dei suoi ritardanti). Questo sarebbe il compito di una riunione internazionale di fisici, se e quando accetteranno il contenuto di questo articolo. La discussione viene qui limitata alla teoria, specialmente meccanica, dato che è la prima a esser trattata nei libri di testo.
In meccanica, “r” viene ridotto a lunghezza “L”, area “A” o volume “V” secondo il caso, e la meccanica richiede la massa. Quindi

 

mx[L/t]xt ̄ ¹” = “mx[L/t²]”    (4).

 

La definizione, misurazione e nomenclatura di spinta e movimento richiedono un primo spostamento di paradigma. Nella meccanica convenzionale, le espressioni “L/t”, “L/t²”, “mx[L/t]” e “mx[L/]” misurano E DEFINISCONO velocità, accelerazione, momento e forza rispettivamente. L’attrito viene assimilato a quest’ultima (invece di misurare i vari movimenti a diversi livelli di forza, analogamente a corrente e voltaggio in elettricità, i fisici fanno esattamente il contrario, senza notare l’inconsistenza).
Questa tesi non tocca la misurazione, ma la separa dalla definizione. Quindi

•    “L/t” misura la velocità come prima ma non la definisce;
•    “L/
t²” misura l’accelerazione come prima, ma definisce la forza; (anch’io ho trovato difficile accettare la formula “L/t²” come forza e non come accelerazione, fino a quando non mi sono reso conto che potesse essere interpretata come movimento “L/t” x ritardante “1/t”. “L/t²” continua a misurare l’accelerazione come prima).
•    “mxL/t” misura ma non definisce il momento;
•    e “mxL/
t²” misura la forza meccanica ma definisce l’inerzia di una data massa.

L’attrito, così come l’inerzia, la resistenza elettrica ecc., ha la dimensione di tempo.
La fisica convenzionale non distingue le forze statiche, di uso in ingegneria, da quelle dinamiche sperimentate dai fisici (per una discussione più completa, vedere Lindsay & Margenau, op. cit. p. 95 ss.); qui a ciascuna viene assegnata la sua espressione. La forza statica dell’ingegnere non è che l’inerzia, “m” x “L/
t²”. La formula rende conto del fenomeno ben conosciuto che sia più difficile muovere qualcosa di stazionario che accelerare qualcosa già in movimento. Come nella legge di Ohm, la spinta è potenziale. Ciò che avviene in realtà può vedersi nel ciclo qui sotto.

 

Tavola 2 (ciclo)

 

Il ciclo espande la legge dei circuiti elettrici a tutta la fisica, cominciando dalla - e finendo alla - spinta inerziale 0o. Procede secondo il senso delle lancette di orologio. Il valore degli angoli è puramente estetico, non fisico. La Tavola 3 qui sotto mostra le forme osservate di potenza immessa (90o), energia (180o), potenza emessa (270o) e della scorciatoia energia-inerzia (180o - 0o), qui chiamata “blocco”.

 

Tavola 3

 

POTENZA IMMESSA/EMESSA ED ENERGIA

Nel ciclo, la legge di Ohm è limitata alla fase 0o come per Tavola 1. Ecco perché non può rendere conto di un circuito elettrico. Analogamente, l’equazione (4) non può render conto di un movimento meccanico reale. Nella Tavola 1 le interazioni materia-tempo producono movimento e spinta. Nel ciclo le interazioni spinta-movimento-ritardante producono potenza immessa, energia e potenza emessa, casi particolari delle quali vengono identificati nella Tavola 3.
Alcune osservazioni. In elettricità, “V” x “I” esprime potenza e “V” x “I” x “t” energia elettrica. Non si suole far distinzione tra potenza immessa e potenza emessa. Ma se “V=Q/
t²”e “I=Q/t”, la dovuta distinzione accoppia ad ogni stadio sperimentale la sua espressione teorica. La potenza immessa diventa

P=Q/xQ/t” e quella emessa “P=Q²/t²xt ̄ ¹”       (5)

L’espressione “P=[Q²/t²]xt ̄ ¹” equivale alla nota “I²R”. Matematicamente,  potenza come spinta x movimento = potenza come energia/tempo. Sperimentalmente, vi sono da notare due cose.

•    La fase energetica occorre sempre tra le fasi di potenza immessa ed emessa.
•    La potenza di immissione elettrica è il noto aumento subitaneo di breve durata registrato da un voltimetro nell’accendere un circuito, fenomeno difficile da misurare. In meccanica, potenza immessa x massa DEFINISCE l’accelerazione; potenza emessa x massa DEFINISCE la decelerazione, così mostrando che potenza e accelerazione costituiscono lo stesso fenomeno fisico, evidente a chiunque pedali una bicicletta o guidi un mezzo di trasporto.

Accelerazione e potenza, quindi, vengono DEFINITE DALLA STESSA formula ma MISURATE DA due formule DIVERSE secondo il bisogno.
Mentre l’aumento subitaneo di voltaggio corrispondente a potenza immessa è di breve durata, la sua controparte meccanica, l’accelerazione, può durare quanto si voglia. La formula sarebbe “m”x“[L/t
²]”x“[L/t]”, indicante che la massa accelera o (che è lo stesso) guadagna momento. Per cui guadagnare momento, accelerare ed essere sotto potenza è una sola realtà, non tre. La massa è un attributo distintamente meccanico, non una quantità indipendente, né ancor meno definente. Le formule per le due potenze e per l’energia sono dinamiche DI DIRITTO PROPRIO, e anche gravide di conseguenze interessanti.
Il principio di conservazione dell’energia vuole che il prodotto “[L/t
²]” x “[L/t]” sia costante, così espandendo il principio del trasformatore elettrico alla meccanica. Sostituendo “L” con “r” lo si espande a tutta la fisica. Quando il movimento aumenta, la spinta diminuisce; nel diminuire il movimento, la forza cresce. L’esperienza corrobora le due affermazioni: uccelli e velivoli richiedono massima potenza a decollo e atterraggio, un’auto alla partenza e alla frenata, etc. (gli ingegneri dell’antichità capivano questo principio. Il terremoto di Hanshin del 17 gennaio 1995, che abbatté l’autostrada omonima come fosse un giocattolo, scosse violentemente anche l’antica pagoda di Toji a Kyoto, ma lasciandola intatta. Il suo architetto Kobodaishi, 10° secolo, ne aveva progettato i cinque piani scivolanti l’uno sull’altro, forzandoli peraltro a ritornare al loro posto per mezzo di un lungo tronco d’albero chiamato “shinbashira” che attraversa l’edificio lungo tutta la sua altezza. Minimizzò quindi le forze “s/t²” massimizzando il movimento “s/t”).

La legge di Boyle è un caso di trasformatore termico. “PxV” = potenza, “T” x flusso di calore = potenza (che lo stesso simbolo “P” rappresenti tanto potenza quanto pressione è un’anomalia da eliminare. Non l’ho manomesso, ma un congresso di fisici, penso, dovrebbe farlo). La temperatura aumenta solo se il flusso di calore, o il cambio di volume, o ambedue vengono impediti. Una pentola a pressione non funziona se la sua superficie esterna di alluminio, alto conduttore di calore, lo perde più velocemente di quanto non lo si immetta.
Un’altra conseguenza è che esiste una velocità terminale per tutti i fenomeni fisici. Non vi è potenza eccedente, in alcun sistema, per accelerare alcunché per sempre, sia in meccanica che altrove. Nessuna forza dinamica può rimanere costante. Codesta velocità terminale non è altro che
    
ENERGIA.


E=[Q²/t²]” x “[t ̄ ¹]xt=I²”    (6)

 

I²” rappresenta energia elettrica, non la corrente come tale ma la velocità terminale della corrente in un circuito. Nessuno strumento può percepire “I²” come tale. Uno strumento, dovendo estrarre potenza dall’energia, percepisce solo potenza emessa.
Dato che le due potenze e l’energia sono stadi di un solo fenomeno, la stessa equazione (6) può rendere conto delle tre. Quando “[t
̄ ¹]” x “t=1”, la formula rappresenta energia; quando “[t ̄ ¹]” x “t > 1” rappresenta potenza immessa e quando “[t ̄ ¹]” x “t < 1” rappresenta potenza emessa.
Sempre in meccanica, potenza x tempo = energia.

 

mx[L/t²]” x “[L/t]xt=m” x “[L/t]” x “[L/t]”    (7).

 

L’equazione (7) comporta un terzo spostamento di paradigma. Indica che l’energia di una massa in movimento, il momento, il moto uniforme o velocità terminale sono un solo dato di realtà con una sola dimensione simile al prodotto di due movimenti (di tre nel caso di un fluido, che agisce in tre dimensioni).
Nella fisica convenzionale, “m” x “[L
²/t²]” misura e definisce l’energia. In questa tesi,

•    “m” x “[L²/t²]” definisce TANTO il momento meccanico QUANTO l’energia, però misura solo quest’ultima;
•    “L
²/t²”definisce il moto uniforme/terminale meccanico ma non li misura. Se ampliata a tutta la fisica come “r²/t²” definisce anche energia non meccanica.
    
Per cui “[L/t]” x “[L/t]” = “[L
²/t²]” = “v”, non “v²”. Separando la misura della velocità dalla sua definizione pone un problema di nomenclatura, facilmente risolvibile con il chiamare “[L/t]” “movimento meccanico” e “[L²/t²]” “velocità” (“De nominibus non curat philosophus”. Qualsiasi suggerimento per una migliore espressione è benvenuto).
Lo spostamento di paradigma mette in evidenza che la conservazione di momento non è che un caso particolare della conservazione di energia. La cinematica viene così limitata alla misurazione, non fatta espandere indebitamente alla definizione.
Lo spostamento giustifica in teoria il fatto sperimentale che l’energia aumenta proporzionalmente al quadrato dell’aumento di velocità. Raddoppiare la velocità è come raddoppiare DUE MOVIMENTI moltiplicati l’uno per l’altro. Il termine “[L/t]” esprimente movimento meccanico, che il sistema “SI” considera reale e indipendente (cioè definente), qui viene considerato reale, ma DIPENDENTE (non-definente): dall’attrito/inerzia, ritardanti della spinta iniziale, dalla forza (spinta) nella potenza e da un altro movimento nell’energia.
L’opinione di Aristotele secondo la quale una forza costante è necessaria per mantenere un movimento, riceve la sua giustificazione teorica per i movimenti terrestri. Newton, affascinato dal movimento dei corpi celesti, fece caso omesso dei ritardanti (ne fece menzione nei “Principia”, ma non li incorporò nelle formule). Non così Aristotele. Nell’ambiente terrestre la visione newtoniana viene rappresentata da una corrente elettrica vicina a “0°K” che scorre senza voltaggio.  
Bloccare l’energia (dividendola per spazio/materia, in questo caso lunghezza) da’ anch’esso risultato interessante.

 

m” x “[L²/t²]” x “r ̄ ¹=mx[L/t²]”    (8).

 

L’equazione (8) esprime l’impatto, o urto, DI UNA MASSA. L’equivalente elettrico sarebbe il rimanere fulminati (così come una massa sulla via di un’altra massa in movimento la ferma violentemente, un cattivo conduttore come un corpo vivente ferma il flusso di corrente, rimanendo fulminato), fenomeno dove entra in giuoco la prima legge della termodinamica.
Bloccando una massa in movimento il sistema ritorna all’inerzia, sviluppando forze tanto più grandi quanto più istantaneo è l’urto. Bloccare una corrente elettrica ha lo stesso effetto, ma il voltaggio “Q/t
²” può essere trasformato istantaneamente in spinte di altra natura. Quando un fulmine colpisce un albero, per esempio, può sviluppare una FORZA sufficiente per romperlo in due, una TEMPERATURA sufficiente per bruciarlo e un lampo abbagliante di INTENSITÀ LUMINOSA.
Fino adesso due dimensioni indipendenti: materia e tempo, e cinque derivate: movimento, spinta, potenza immessa/emessa ed energia, si sono dimostrate coerenti e verificabili sperimentalmente in elettricità, termodinamica e meccanica.
Il ciclo e le due tavole riescono utili per chiarire altre due questioni: la natura della gravità e la supposta dualità dei fenomeni onda-particola.
La gravità diviene espressione di entropia, dato che la massa viene qui considerata non come quantità indipendente, ma esclusivamente come forma di energia secondo l’equazione di Einstein “E=mc
²”. Anche questa formula, come questa tesi, considera la massa come quantità che MISURA, ma non DEFINISCE. Ne segue che l’energia come massa raggiunge il massimo di entropia quando tutte le masse vengono ad unirsi, come fanno quando un terremoto rimuove enormi macigni da pendii montagnosi per depositarli a valle. Ciò proverebbe l’esistenza di un’ENTROPIA MECCANICA, anzi universale, non semplicemente termodinamica.
La gravità viene quindi retrocessa da forza misteriosa vagante nell’universo a forza esercitata da un’energia divisa per spazio (bloccata) in ciascun pezzo di materia. La massa come forma di energia corrobora la prima legge della termodinamica in una esplosione atomica, dove si trasforma in energia termica.
Una spinta luminosa (di qualsivoglia natura) x moto ondulatorio = potenza; la velocità terminale della luce = energia. Così come un’onda marina frangendosi contro la riva diviene un “quantum” acquoso, e un’onda sonora urtando il timpano diviene un “quantum” d’aria, un’onda luminosa colpente un mezzo diverso dall’etere in cui viaggia, diviene un “quantum” di etere. Si può benissimo chiamare “fotone”, così come un “quantum” d’acqua si può benissimo chiamare “idrone” e uno d’aria “fonone”.
Riassumendo i concetti previamente esposti, ogni fenomeno fisico, meccanico, termodinamico, elettrico, ecc., comincia da uno stadio inerziale, viene accelerato a uno stadio terminale energetico, e la potenza estrattane lo ritorna allo stadio inerziale.
Il cosiddetto principio di incertezza diviene un caso particolare del ciclo di cui sopra. Lo stadio 0° ha la PARVENZA di POSIZIONE di una particola di dimensioni atomiche, e 180o di VELOCITÀ o MOMENTO. La loro simultaneità non esiste neanche per definizione, dal che segue che una loro misurazione simultanea è impossibile. La natura del fenomeno fa sì che gli stadi 90° e 270° non siano individuabili. Dato che ogni velocità terminale dipende dalla conservazione di energia, non è possibile neanche per la luce raggiungere velocità superiori alla terminale. Gli stadi 0° - 90° - 180° del ciclo agiscono, in altre parole, come legge di rendimento decrescente.
Velocità varianti dalla convenzionale per la luce sono state misurate in vari esperimenti astrofisici. Tali asserzioni vengono però negate dalla teoria della relatività, che esamineremo subito.
Senza aver corretto i tre errori primigeni, Einstein ebbe a ereditare la separazione, riduzione e confusione già esistenti. Con la sua Relatività Speciale (1905) finì per condurre la legge di Newton sul moto uniforme in un vicolo cieco. Più tardi fece lo stesso con la Relatività Generale (1917), conducendo la legge di Newton sul moto accelerato in un secondo vicolo altrettanto cieco. I due vicoli non si sono mai incontrati. Tanto la separazione contro natura delle due leggi, quanto l’uso di formule cinematiche per esprimere realtà dinamiche condussero inevitabilmente a un mondo fisico astratto di pura finzione. Quindi “possiamo osare di pensare - sebbene i Relativisti non siano disposti ad incoraggiarlo - che l’espressione corrente della teoria fisica, senza essere aberrazione, non sia che un episodio dello sforzo scientifico per capire l’universo, e sperare che abbia luogo un ulteriore progresso verso una teoria fisica soddisfacente raggiungibile senza far violenza ai principi primi e all’intuizione immaginativa” (W. R. Thompson F. R. S. 1937, “Science and Common Sense”, Magi Edition 1965 p. 111).

Ogni legge fisica diviene così un caso particolare del ciclo qui proposto. Da TRE campi senza alcuna filosofia vi è ora UN solo campo con UNA filosofia in termini di fisica classica.
Finiamo promuovendo le leggi della termodinamica a leggi generali della fisica.

PRIMA: “Il ciclo energetico contiene tutti i dati primari dell’universo fisico”.

DATO PRIMARIO non significa REALTÀ primaria. Significa o spinta, o potenza di immissione, o di emissione, o energia come appaiono in Tavola 1, Tavola 3 e nel ciclo (Tavola 2).
Se la realtà primaria debba essere una delle particelle elementari ricercate dai fisici moderni, o materia prima e forma sostanziale come ancora credono i filosofi neo-scolastici, non ha rapporto alcuno con questa tesi.
Questa legge fisica viene proposta per la prima volta.

SECONDA: “Qualsiasi interazione spinta - movimento - ritardante in un dato campo può trasformarsi in un suo equivalente in qualsiasi altro campo”.

Gli esempi precedenti di trasformazioni sono cambi QUALITATIVI di energia. Questa seconda legge fisica non è che la ex-prima legge della termodinamica riformulata e resa universale.

TERZA: “Ogni ciclo completo comporta conservazione di energia “pari passu” con un aumento di entropia”.

Questa terza legge fisica fa passare il fenomeno azione-reazione da legge del moto all’entropia. Qualsiasi sistema fisico, disturbato nel suo equilibrio, reagisce verso la sua ricostituzione in una, due o tre dimensioni secondo la natura del fenomeno. La terza legge espande le ex-seconda e terza leggi della termodinamica a tutta la fisica (i fenomeni vorticosi - mulinello, tornado, uragano - mostrano che l’entropia può decrescere, nel qual caso la terza legge su proposta può venire modificata per incorporarli).
La gravitazione così diventa il più spettacolare dei fenomeni illustranti questa terza legge. Le galassie non sarebbero che isole gravitazionali sparpagliate in un universo in espansione. La gravità vi prevale dentro, l’espansione fuori. Gli ammassi stellari globulari, collocati ai loro margini, non sarebbero che strutture in equilibrio: le loro stelle non si distanziano abbastanza per separarsi dalla galassia o l’una dall’altra, ma non sono neanche così vicine da formare sistemi planetari dentro la galassia o l’una con l’altra.
Per la stessa ragione non è possibile schermare la gravità. Sarebbe come voler impedire a un sistema termodinamico di arrivare alla stessa temperatura, o a impedire a molecole di un gas più piccole dei pori di una membrana semi-permeabile di penetrare in un recipiente tenuto ad alta pressione da molecole di un altro gas più grosse degli stessi pori (anche l’elettricità fa la sua parte nei fenomeni celesti, ma la sua considerazione separata non rientra nella tesi).

 

CONCLUSIONE

Il triplo spostamento di paradigma ottiene coerenza, verificazione empirica, fecondità e semplicità, le quattro caratteristiche di una ipotesi valida. Così viene soddisfatto il desiderio di Hawking: “Se veniamo a scoprire una teoria completa, dovrebbero capirla tutti, non solo un piccolo gruppo di scienziati. Dopodiché tutti, filosofi, scienziati, e gente ordinaria, saremmo in grado di discutere il perché noi e l’universo si esista” (“A Brief History of Time”, Bantam Books p. 175).


RINGRAZIAMENTI

- A Joan Rius di Barcelona, Spagna, per avermi aperto gli occhi sulle inconsistenze delle cosiddette scienze “esatte”;
- A Javade Chaudhri di Gateway, San Diego, California, per aver sponsorizzato la tappa statunitense della ricerca;
- Al Dott. Frank Senftle di Howard University per la sua immediata comprensione della questione e sostegno senza riserve da allora, correzioni, suggerimenti, ecc.
- Al Dott. David Fleischraker della Catholic University of America per la sua chiara critica di vari punti importanti;
- Al Dott. Thomas Kashangaki di Winstar per la sua ricettività e suggerimenti utilissimi per i ritocchi finali alla relazione;
- A Nyimbi Odero di Thinkingsys Nairobi per aver esposto la relazione della tesi in Internet durante tutto il 1999;
- Ai corrispondenti vari che hanno reso la relazione possibile con la loro comprensione durante le 350 settimane e rotti di cerca.

 

Chi trovasse il contenuto iconoclastico, utopico, o peggio, può scrivere a

 

silvano.borruso@gmail.com
Gennaio 2003
Riveduto e ritoccato 24 aprile 2008

Condividi post

Repost 0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti: