Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

Nereo Villa
Per tutto il terzo millennio ed oltre
Dalla “scienza delle scimmie” alla scienza degli uomini
 

Quanto segue non è altro che la parte essenziale della scienza di Rudolf Steiner, che ho impostata qui per la metamorfosi della “scienza delle scimmie”, metamorfosi che durerà per tutto il terzo millennio ed oltre.

La scienza di oggi - primo secolo del terzo millennio - ama sempre cercare analogie con l’uomo nel regno animale. Quando riesce a trovare negli animali qualche somiglianza con il modo di comportarsi umano, crede di avere in mano i più importanti segreti per le sue teorizzazioni e fantasie da applicare ai fenomeni.

Credere che gli uomini siano scimmioni intelligenti (vedi questa credenza per esempio in G. Giorello, E. Boncinelli, “Lo scimmione intelligente”, Ed. Rizzoli, Milano 2012) genera però una “scienza di scimmie” o una scienza settaria per sole scimmie. Non vedendo la differenza fra scimmia e uomo, tale scienza è quindi un po’ spensierata, cioè deficiente del pensare. Perciò procede più per pregiudizi che per osservazioni pensanti. Giudicando l’uomo una scimmia, ha fede in questo giudizio che in verità è un pregiudizio che viene prima di tutto, pur non essendo mai stato compiutamente verificato: dopo ogni verifica, restò, resta e sempre resterà deficiente di un anello, detto appunto “l’anello mancante”. L’anello mancante fra la scimmia e l’uomo non si trova per un fatto molto semplice: non c’è. Perciò abbiamo già qui un modo pregiudiziale di procedere.

Invece nella vita quotidiana di ogni essere umano, diversa da quella della scimmia, ogni osservazione provoca il pensare, e solo il pensare indica all’uomo la via per collegare un’esperienza all’altra, o un esperimento all’altro. Per la scimmia questa via non c’è che in minima parte.

La “scienza delle scimmie” è quindi – come dicevo - un po’ “spensierata” e un po’ pretenziosa, dato che come scienza vorrebbe essere, sì, “rigorosamente oggettiva”, ma proprio non riesce ad accorgersi che se si pretende che una scienza “rigorosamente oggettiva” faccia scaturire il suo contenuto dal solo osservare, deve rinunciare completamente al pensare, dato che il pensare, proprio per la sua natura, va sempre al di là di ogni oggetto osservato.

Non potendo fare questo ragionamento umano, la “scienza della scimmia” ama escludere da sé l’io, che le scimmie non hanno se non come “io di gruppo”. Ecco perché l’uomo-scimmia dice che “il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io” (A. Einstein, “Come io vedo il mondo”, Ed. Newton Compton, Roma 1999, p. 28).

La “scienza della scimmia” di fatto ESCLUDE il pensare umano da sé. Non si deve però dimenticare che soltanto con il PENSARE l’uomo (e non la scimmia!) può riconoscersi come soggetto e contrapporsi agli oggetti. Quindi non si dovrebbe mai concepire il pensare come un’attività puramente soggettiva - come fa la “scienza della scimmia” - perché così facendo si cade in tale pregiudizio.

Per esempio, in questo pregiudizio cadono le scimmie quando scrivono: “La descrizione della nostra attività mentale richiede da una parte un contenuto oggettivamente dato, contrapposto a un soggetto percipiente, mentre, dall’altro canto, com’è già implicito in tale asserzione, una netta separazione tra oggetto e soggetto non può essere sostenuta in quanto anche quest’ultimo appartiene al nostro contenuto mentale” (Niels Bohr, “I quanti e la vita”, Ed. Bollati Boringhieri, p. 6, Torino 2012).

La “scienza delle scimmie” si ferma dunque qui: il pensare, tutto il pensare è soggettivo, quindi tutto è relativo…

Certamente il pensare è al di là di soggetto e oggetto, dato che forma esso stesso questi due concetti, come forma tutti gli altri. Quando però noi come soggetto pensante ci formiamo il concetto di un oggetto, sbagliamo se crediamo che il relativo processo di pensiero sia qualcosa di puramente soggettivo. Non il soggetto compie il processo, ma il pensare. Il soggetto non pensa perché è soggetto; ma appare a se stesso come soggetto perché ha la facoltà di pensare. O scimmione intelligente, l’attività che l’uomo svolge come entità pensante, dunque ben lontana dall’essere puramente soggettiva, non è né soggettiva né oggettiva: è al di là di questi due concetti. Io uomo non posso mai dire che il mio soggetto individuale pensa. Il mio soggetto individuale vive, piuttosto, grazie al pensare. E ciò dimostra all’uomo che il pensare è un elemento capace di portarlo al di là di se stesso e di collegarlo con gli oggetti. Simultaneamente il pensare lo separa dagli oggetti perché lo contrappone agli oggetti come soggetto.

L’essere umano ha in ciò quindi una doppia natura, bene espressa da Goethe nelle parole “Il mio sen due diverse anime serra. E quella vuolsi separar da questa; la prima coi tenaci organi afferra il mondo, e stretta con ardor vi resta. L’altra fugge le tenebre, e la vedi levarsi altera alle paterne sedi” (Goethe, Faust, I). L’uomo pensa e, cosi facendo, abbraccia se stesso e il resto del mondo; ma simultaneamente per mezzo del pensare egli può determinarsi come individuo di fronte alle cose.

Domanda: come fanno le cose, cioè gli oggetti osservabili che si incontrano col pensare nella coscienza, a penetrare nella coscienza? E cosa sarebbe per l’uomo il puro contenuto di un’osservazione se non mettesse in moto il pensare? Sarebbe solo un aggregato sconnesso di oggetti di sensazione: colori, suoni, sensazioni di pressione, di calore, gustative, olfattive, e poi sentimenti di piacere e di dispiacere. Quindi senza il pensare, l’oggetto, cioè il puro contenuto dell’osservazione sarebbe quell’aggregato sconnesso e indeterminato. Di fronte a tale aggregato sconnesso sta il pensare, pronto a svolgere la sua attività non appena trovi un punto di presa. L’esperienza insegna presto a trovarlo. Il pensare è in grado di tirare le fila da elementi osservabili ad altri elementi osservabili. E congiungendo determinati concetti con tali elementi, stabilisce fra loro dei rapporti. Se dunque sento puzza di bruciato, faccio bene attenzione a cosa sto cucinando; se in auto percepisco una curva, sterzo; un improvviso fruscìo mi collega subito con una seconda osservazione perché lo riconosco come effetto di questa.

Se tengo presente che L’ATTIVITÀ DEL PENSARE NON VA CONCEPITA COME SOGGETTIVA, evito anche l’errore di credere che i rapporti stabiliti dal pensare fra gli elementi di osservazione abbiano un valore meramente soggettivo. Si tratta ora di cercare, mediante il pensare, quale sia il tipo di rapporto fra quel contenuto di osservazione datoci per via immediata (cioè l’aggregato sconnesso prima accennato) e il nostro soggetto cosciente. Questo punto è stato molto confuso dalla “scienza delle scimmie”, le quali credono verità immediata ed evidente ciò che invece è il risultato di un ragionamento errato di Kant che procede come segue: il primitivo crede che gli oggetti percepibili esistano anche fuori della sua coscienza. La fisica, la fisiologia e la psicologia gli insegnano però che per percepirli sia necessario il suo organismo, e che quindi non può sapere nulla degli oggetti, eccetto quanto gli fornisce il suo organismo. Ogni nostro oggetto di percezione - continua questa “scienza” - è perciò una modificazione del nostro organismo, non una “cosa in sé”. Ciò è per tale “scienza” la dimostrazione della seguente proposizione: “l’uomo non può avere una conoscenza diretta se non delle sue rappresentazioni”. Questa proposizione divenne l’elemento essenziale di tutta la coscienza scientifica moderna. Le considerazioni che hanno spinto la scienza a questa proposizione, furono esposte sistematicamente e con sufficiente completezza nel primo capitolo dell’opera di Eduard von Hartmann “Problema fondamentale della teoria della conoscenza” (“Das Grundproblem der Erkenntnistheorie usw.”, Leipsig, 1889). Ma si trattò di un colossale errore ancora del tutto irrisolto, dato che è diventato anch’esso un altro mega pregiudizio. Su tale errore in Kant e sulle sue conseguenze per la scienza, si vedano i capitoli “Il problema fondamentale della gnoseologia kantiana” e “La gnoseologia dopo Kant” in R. Steiner, “Verità e Scienza” (Ed. Antroposofica, Milano 2012).

In base a tale errore di Kant, gli scimmioni intelligenti di oggi ragionano ancora (anzi: sragionano) così: siccome nel mondo, esterno al nostro organismo, troviamo vibrazioni di corpi e d’aria che ci si presentano come suono, deduciamo che quanto chiamiamo “suono” non è altro che una reazione soggettiva del nostro organismo di fronte a quelle vibrazioni del mondo esterno. Lo stesso diciamo del calore e del colore: deduciamo che colore e calore sono anch’essi solo modificazioni del nostro organismo; siamo quindi dell’opinione che anche questi oggetti di percezione sono determinati in noi dall’azione di processi del mondo esterno, completamente diversi da ciò che è esperienza di calore o di colore. E quando questi processi eccitano i nervi della nostra pelle, abbiamo la percezione soggettiva del calore; quando colpiscono il nervo visivo, percepiamo luce e colore. Luce, colore e calore sono dunque il modo di reagire dei nostri nervi sensori agli stimoli esterni. Anche il senso del tatto non ci trasmette gli oggetti del mondo esterno, ma solo le nostre proprie reazioni.

Secondo la fisica moderna, siamo arrivati così a credere che i corpi sono composti di particelle infinitamente piccole dette molecole che, avendo certe distanze fra loro, non sono immediatamente a contatto le une con le altre. Fra di esse vi sarebbe lo spazio vuoto, attraverso il quale agiscono le une sulle altre per mezzo di forze di attrazione e di repulsione. Così la “scienza delle scimmie” crede che quando avviciniamo una mano a un corpo, le molecole della nostra mano non tocchino per nulla le molecole di tale corpo direttamente, ma che rimanga fra la nostra mano e quel corpo una certa distanza: ciò che sentiamo come resistenza di quel corpo non sarebbe altro che l’effetto della forza repulsiva che le sue molecole esercitano sulla nostra mano. Dunque restiamo in tutto e per tutto fuori da quel corpo, dato che percepiamo solo la sua azione sul nostro organismo. Crediamo perciò che non possiamo avere conoscenza diretta delle cose ma solo della loro azione sul nostro organismo.

La fisiologia insegna che non si può però parlare neppure di una diretta conoscenza di quell’azione che gli oggetti eserciterebbero sui nostri organi di senso. Quando il fisiologo studia i processi del nostro corpo, trova che già negli organi di senso le azioni delle vibrazioni esterne sono trasformate nel modo più vario. Ciò appare nel modo più evidente nell’occhio e nell’orecchio, organi entrambi molto complicati, che trasformano sostanzialmente lo stimolo esterno prima di trasmetterlo al nervo corrispondente. Dall’estremità periferica del nervo lo stimolo così trasformato è poi inviato al cervello, del quale devono innanzitutto essere eccitati i centri sensori.

Si deduce dunque che il processo esterno, prima di arrivare alla coscienza, subisce una serie di trasformazioni. Quel che avviene nel cervello è connesso al processo esterno per mezzo di così tanti processi intermedi, che non si può più parlare di similitudine fra punto di partenza e punto d’arrivo. Ciò che alla fine il cervello ci comunica non è né il processo esterno né il processo negli organi di senso, ma solo il processo nell’interno del cervello. Anzi neppure quest’ultimo percepiamo direttamente. Ciò che alla fine troviamo nella coscienza, non sono processi cerebrali, ma sensazioni.

La mia sensazione del rosso non ha alcuna somiglianza col processo che avviene nel cervello quando io sento il rosso. A sua volta, quest’ultimo ci si presenta come effetto, causato dal mero processo cerebrale. Ecco perché Hartmann dice (p. 37 di “Das Grundproblem…”, op. cit.): “Quel che il soggetto percepisce, sono sempre solo modificazioni delle sue proprie condizioni psichiche, e null’altro”. Quindi quando ho le sensazioni di un oggetto, cioè quando ho quell’aggregato sconnesso di sensazioni di un oggetto, devo sperimentare ancora molto prima che queste siano raggruppate in ciò che percepisco come oggetto. Possono ad esempio essermi comunicate dal cervello solo sensazioni isolate. Le sensazioni di durezza o di morbidezza mi sono comunicate dal senso del tatto, quelle di colore e di luminosità dal senso della vista. Eppure queste sensazioni si ritrovano riunite in un unico e medesimo oggetto. Questa riunione deve quindi essere effettuata per prima dalla mia attività interiore, detta anima. Cioè l’anima è quell’attività interiore che riunisce insieme, in corpi, le sensazioni isolate che le sono trasmesse dal cervello: il mio cervello mi fornisce isolatamente, per vie diverse, le sensazioni visive, tattili e uditive che poi l’anima riunisce nella rappresentazione di un oggetto. Questo termine ultimo (la rappresentazione dell’oggetto) di un processo, è ciò che alla mia coscienza è dato come assolutamente primo. In questo processo non si può rintracciare più nulla di quanto è fuori di me e che originariamente aveva fatto un’impressione sui miei sensi. L’oggetto esterno è andato completamente perduto, passando al cervello e dal cervello all’anima. È difficile trovare nella storia dello spirito umano un altro edificio di pensiero messo insieme con maggiore acume, e che pure, sotto un’analisi più minuta, precipita nel nulla. La “scienza delle scimmie” SEMBRA una cosa valida...

Guardiamo allora un po’ più da vicino come sorge. Si parte inizialmente da ciò che è dato alla coscienza primitiva, cioè si parte dalla cosa percepita. Poi si fa vedere che quanto si trova in questa cosa, non esisterebbe per noi se non avessimo i sensi. Senza occhio, nessun colore. Quindi il colore non esiste ancora in ciò che agisce sull’occhio: sorge soltanto dall’azione reciproca fra occhio e oggetto. Questo oggetto è dunque senza colore. Ma neppure nell’occhio esiste il colore; nell’occhio esiste un processo chimico o fisico, che poi dal nervo è comunicato al cervello, e qui da’ origine a un altro processo. Ma neppure quest’altro processo è ancora il colore. Solo per mezzo del processo cerebrale il colore è suscitato nell’anima. Ma non entra ancora nella coscienza. Anzi, per mezzo dell’anima è trasportato verso l’esterno, sopra un corpo. In questo corpo finalmente io credo di percepirlo.

Abbiamo percorso un circolo completo. Siamo divenuti coscienti di un corpo colorato. Questo è il primo punto. Ora comincia l’opera del pensare. Se non avessi gli occhi, il corpo sarebbe per me senza colore. Quindi non posso collocare il colore in quel corpo. Andiamo a cercare dove allora sta il colore. Lo cerco nell’occhio ma non lo trovo. Nel nervo: non lo trovo. Nel cervello: ancora non lo trovo. Nell’anima: qui in verità lo trovo, ma non congiunto a quel corpo. Il corpo colorato lo ritrovo soltanto lì, da dove ero partito. Il circolo è chiuso. Credo di riconoscere come un prodotto della mia anima ciò che l’uomo primitivo pensa esistere fuori nello spazio.

Finché ci si ferma qui, come fa la “scienza delle scimmie”, tutto sembra in ordine. È però necessario all’uomo che non vuole fermarsi alla “scienza delle scimmie” ricominciare ancora una volta da principio. Infatti finora, per seguire la “scienza delle scimmie”, ho trafficato con una cosa, cioè con un oggetto di percezione esterno, di cui prima, come uomo primitivo, avevo avuto un’idea completamente falsa. Avevo prima creduto che le cose, cioè gli oggetti di percezione, esistessero oggettivamente così come li percepivo. Ora mi accorgo che questi scompaiono con lo scomparire delle mie rappresentazioni, cioè che questi oggetti sono solo modificazioni dello stato della mia anima. Domanda: ho allora io ancora diritto di partire dalle mie rappresentazioni, nelle mie considerazioni? Posso dire che sono le rappresentazioni ad agire sulla mia anima? Se mi rispondo di sì, dovrei d’ora in poi trattare, per es., il tavolo che avevo prima creduto agire su di me risvegliando in me una rappresentazione, trattarlo già come una rappresentazione. Logicamente sarebbero allora puramente soggettivi anche gli organi di senso e i relativi processi. Logicamente non avrei nemmeno diritto di parlare di un occhio reale, ma solo della mia rappresentazione dell’occhio. Lo stesso si dica dei processi nei nervi conduttori e nei centri cerebrali e persino del processo nell’anima, per mezzo del quale dal caos delle molteplici sensazioni si costruiscono le cose.

Se dopo avere supposto giusto il primo circolo descritto dal mio pensiero, percorro ancora una volta i passi del mio atto conoscitivo, questo circolo appare TUTTO come una trama di rappresentazioni, che però come tali NON possono agire le une sulle altre. Infatti non posso dire: “La mia rappresentazione dell'oggetto agisce sulla mia rappresentazione dell’occhio, e da questa azione reciproca sorge la rappresentazione del colore”. Ma non ho neppure bisogno di dirlo: perché appena mi avvedo chiaramente che i miei organi di senso e la loro attività, e che i processi nei miei nervi e quelli nella mia anima possono essermi dati solo percependoli, risulta per me evidente anche la totale assurdità di tutto il ragionamento precedente (della “scienza delle scimmie”).

È vero che per me non vi è oggetto di percezione senza il corrispondente organo di senso ma è anche vero che non vi è neppure organo di senso senza oggetto di percezione. Dal mio oggetto di percezione “tavolo” posso passare all’occhio che lo vede e ai nervi tattili che lo toccano; ma ciò che avviene nell’occhio e nei nervi tattili, posso a sua volta apprenderlo solo dal percepire stesso. E qui mi accorgo subito che nel processo che si compie nell’occhio non vi è traccia di similitudine con ciò che percepisco come calore. Ma non posso distruggere il mio percepire il colore col mostrare il processo che avviene nell’occhio mentre vi si produce tale percepire. E neanche mi è possibile ritrovare il colore nei processi dei miei nervi e del mio cervello. Posso solo connettere all’interno del mio organismo nuovi oggetti di percezione con i primi che l’uomo primitivo colloca fuori dal suo organismo: non faccio che passare da un oggetto di percezione ad un altro.

Devo inoltre ammettere che l’intera serie di deduzioni contiene un salto. Io sono in grado di seguire quello che avviene nel mio organismo fino ai processi nel cervello, pur divenendo i miei assunti sempre più ipotetici quanto più mi avvicino ai fenomeni centrali del cervello. Ma la strada dell’osservazione esterna termina col processo nel mio cervello, e precisamente con quello che io percepirei se, con metodi ed apparecchi fisici, chimici, ecc., potessi trattare il cervello. Deve terminare se non voglio suicidarmi. Questo devono ancora comprendere gli “scimmioni intelligenti”: non ci si può decollare per sezionare il cervello vivente per studiarlo senza suicidarsi. In tal modo si studierebbe solo, da morto, ciò che è morto. È dunque un’insensatezza.

La strada dell’osservazione interiore comincia d’altra parte con la sensazione e arriva fino alla costruzione delle cose per mezzo del materiale delle sensazioni. Al passaggio dal processo cerebrale alla sensazione la strada dell’osservazione è interrotta.

La concezione scimmiesca o kantiana dei fisici delle particelle o della scienza moderna in generale è solita qualificare filosoficamente se stessa come idealismo critico, e in questa veste crede essersi molto evoluta rispetto al punto di vista della coscienza ingenua, che essa chiama realismo primitivo (il realismo primitivo ritiene reale solo ciò che è constatabile dai sensi), e dal quale è convinta di aver preso le distanze. Le cose però non stanno così. Di fatto lo “scimmione intelligente”, che si barcamena in tale concezione commette l’errore di prendere un oggetto di percezione come una rappresentazione, e di prenderne altri proprio nello stesso senso in cui li prende il realista primitivo, che egli stesso apparentemente combatte. Volendo dimostrare il carattere rappresentativo degli oggetti di percezione, ma assumendo simultaneamente, in modo ingenuo, gli oggetti di percezione del proprio organismo come fatti di valore oggettivo, in mezzo a tutto ciò lo scimmione non si accorge di operare un miscuglio del tutto antilogico: confonde insieme due campi di osservazione, fra i quali non può trovare alcun anello di congiunzione. Infatti combattere il - o emanciparsi dal - realismo primitivo asserendo, allo stesso modo del realismo primitivo, che l’organismo umano ha un’esistenza oggettiva è paragonabile allo svolazzare di una gallina che crede di essere un’aquila.

Dall’istante in cui è cosciente della perfetta omogeneità degli oggetti di percezione del nostro organismo (occhio orecchio, naso, ecc.) con quelli considerati dal realista primitivo come esistenti oggettivamente, lo “scimmione intelligente”, se fosse anche logico e coerente, dovrebbe accorgersi che non può più appoggiarsi sui primi come su terreno sicuro. QUANDO SI FABBRICA UNA CASA E IL PESO DEL PRIMO PIANO FA CADERE IL PIANTERRENO, PRECIPITA INSIEME ANCHE IL PRIMO PIANO. Dunque dovrebbe considerare anche il suo organismo soggettivo come mero complesso di rappresentazioni. Se rifiuta di accogliere questa considerazione dimostra di essere un imbestialito seguaci del prode barone di Münchausen, che si librava favolosamente nell’aria reggendosi per il proprio codino.

Pertanto la “scienza delle scimmie”, e con essa ogni cosiddetto idealismo critico, può sostenersi solo chiedendo un prestito al realismo primitivo che crede di combattere. In verità lo combatte mantenendo arbitrariamente validi in un altro campo i presupposti del realismo primitivo. È dunque chiaro che ricercando nel campo degli oggetti di percezione, ogni idealismo critico, e la “scienza delle scimmie” poggiante su questo, non possono essere giustificati. Ed è perciò chiaro che le cose del mondo, che ho chiamate oggetti percepibili o oggetti di percezione, non possono essere spogliati del loro carattere oggettivo. Davanti alla curva devo sterzare se non voglio sfracellarmi con gli errori di Kant, Schopenhauer e Hartmann, secondo i quali quella curva non sarebbe reale ma solo una mia rappresentazione.

Per gli scimmioni, cioè per chi ritiene che tutto il mondo percepito sia solo rappresentazione, cioè solo l’effetto in noi di cose a noi sconosciute, ciò che conta non sono le rappresentazioni esistenti solo in noi, bensì le cose che si credono situate al di là della nostra coscienza e indipendenti da noi. Quando però costoro sono convinti di non vedono le cose in sé, bensì solo le loro immagini riflesse, sono costretti a dedurre indirettamente dal comportamento di queste immagini le proprietà delle prime.

Questa è ancora oggi la posizione settecentesca della scienza, la quale non utilizza più gli oggetti di percezione come primo mezzo per osservare concretamente il mondo ma li utilizza solo come ultimo mezzo per arrivare a capire i processi della materia che reputa i soli veri e che starebbero dietro a tali oggetti. Questa è però una doppia malattia: da un lato la carenza (o la crisi) di universalità del pensare, o del pensare concepito come universale, provoca la “catholite” (dal greco “catholu”, che significa “in generale”); dall’altro lato oggi è dominante l’“atodetia”, cioè il “rifiuto dell’individuale” (cfr. queste patologie in C. Noica, “Sei malattie dello spirito contemporaneo”, Ed. Il Mulino, Bologna 1993). La carenza di universalità del pensare e il rifiuto deliberato dell’io, o del pensare o dell’essere umano, sempre più allontanati dalla “scienza delle scimmie”, sono una terribile malattia sociale avente questi due aspetti: la credenza che il pensare sia soggettivo e quindi qualcosa da allontanare dalla scienza “scrupolosamente oggettiva” ha generato l’abbaglio scientifico che ha preso il posto della lucidità dell’io.

Se la scienza odierna degli scimmioni intelligenti può come idealismo critico ancora ammettere un’esistenza, il suo sforzo conoscitivo può solo, mediante l’indiretta utilizzazione di rappresentazioni, tendere verso tale esistenza. Ecco perché l’interesse della scienza attuale salta al di là del mondo soggettivo delle rappresentazioni e si getta su ciò che provoca tali rappresentazioni. Ma è patologico procedere così.

La scienza umana, che qui caratterizzo come “antropos-epistemica” (e non antropologica) per distinguerla da quella delle scimmie - è l’unico rimedio alla scienza patologica di cui sopra.

Il rimedio consiste nell’accorgersi (animadversio) che il nostro pensare non è individuale come la sensazione e il sentimento. È universale. Acquista un’impronta individuale nei singoli uomini, solo perché è in rapporto con le loro sensazioni e coi loro sentimenti individuali. Gli uomini si distinguono fra loro da queste particolari colorazioni del pensare universale. Un triangolo ha un unico concetto: e per il contenuto di questo concetto, è indifferente di esser compreso dalla coscienza umana A oppure dalla coscienza umana B. Ma da ciascuna delle due coscienze è compreso in modo individuale.

Contro quest'idea, domina appunto il pregiudizio delle scimmie difficile da vincere. In genere non si arriva a riconoscere che il concetto del triangolo afferrato dalla mia testa è lo stesso di quello afferrato dalla testa del mio prossimo. L’uomo semplice si ritiene creatore dei suoi concetti: crede quindi che ogni persona abbia concetti suoi propri. Uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico è di vincere questo pregiudizio. E l’opera filosofica di Steiner, per quanto bistrattata e mal compresa, è l’unica a insegnare questa vittoria.
 
Il concetto unitario del triangolo non diviene una pluralità perché è pensato da molti, dato che il pensare dei molti è esso stesso un'unità. Nel pensare ci è dato l’elemento che riunisce il nostro particolare io col cosmo, formando un tutto.

Avendo sensazioni, sentimenti, e percependoli assieme alle cose del mondo, siamo esseri singoli. Invece pensando, siamo l’essere uno e universale che tutto pervade. Questa è la profonda ragione della nostra doppia natura: ci accorgiamo che viene ad esistere in noi un’assoluta forza universale; ma non impariamo a conoscerla al suo irradiarsi dal centro del mondo, bensì in un punto della periferia. Nel primo caso, nel momento stesso in cui arrivassimo alla coscienza, ci sarebbe rivelato tutto il mistero del mondo. Invece, poiché siamo in un punto della periferia e troviamo la nostra esistenza racchiusa in determinati confini, dobbiamo imparare a conoscere quanto giace al di fuori del nostro essere, con l’aiuto del pensare che affiora in noi dalla generale esistenza del mondo.

Per il fatto che il pensare va in noi al di là della nostra esistenza particolare e si riconnette con l’esistenza generale del mondo, sorge in noi il desiderio di conoscere. Esseri senza pensiero non hanno questo desiderio. Quando altre cose si pongono loro di fronte, in loro non sorgono domande. Quelle altre cose restano esterne, per esseri simili. Invece negli esseri pensanti, di fronte alla cosa esterna sorge il concetto, che è tutto ciò che della cosa riceviamo non dal di fuori, ma dal di dentro. L’aggiustamento, cioè la riunificazione dei due elementi - interno ed esterno - da’ la conoscenza. L’oggetto di percezione dunque non è in sé nulla di completo o di finito, ma è uno dei due lati della realtà totale. L’altro è il concetto. L’atto conoscitivo è la sintesi dell’oggetto di percezione e del concetto. L’oggetto di percezione e il concetto di quell’oggetto formano l’oggetto completo.

Con le considerazioni svolte fin qui si mostra perciò che è assurdo ricercare negli esseri singoli del mondo qualcos'altro di comune al di fuori del contenuto ideale fornitoci dal pensare. Tutti i tentativi tendenti ad un’altra unità universale che non sia questo contenuto ideale ottenuto per mezzo del pensare applicato ai nostri oggetti di percezione devono fallire. Non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono fare da unità universale. Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata della nostra osservazione. La personalità umana limitata la percepiamo solo in noi, energia e materia le percepiamo solo nelle cose esterne. Il volere non è altro che per l’estrinsecarsi dell’attività della nostra limitata personalità.

Altro pregiudizio degno di nota: profondamente radicata nella coscienza dello scimmione intelligente è l’idea che il pensare sia astratto, senza alcun contenuto concreto, e che possa tutt’al più fornire una contro-immagine “ideale” dell’unità universale, ma non l’unità universale stessa.

Chi giudica cosi non ha mai compreso chiaramente che cosa sia l’oggetto di percezione senza il concetto.

Guardiamo questo percepibile mondo: quale semplice posizione nello spazio e successione nel tempo, il mondo percepibile ci appare come un aggregato di singole cose senza nesso. Nessuna delle cose, che entrano od escono dalla scena, ha a che fare con l’altra, il mondo è una molteplicità di oggetti di uguale valore. Nessuno oggetto ha una parte più importante dell’altro nel congegno del mondo. Per capire che questo o quel fatto ha maggiore importanza di altri fatti, dobbiamo interrogare il nostro pensare. Se il nostro pensare non funzionasse, l’organo rudimentale del corpo di un animale che non ha importanza per la sua vita, ci apparirebbe dello stesso valore dell’organo che ha la più grande importanza. I singoli fatti acquistano importanza per sé e per ogni altra parte del mondo, quando il pensare tira le sue fila da essere ad essere. Questa attività del pensare è un’attività piena di contenuto. Perché solo grazie a un contenuto ben determinato e concreto posso sapere perché la chiocciola si trovi sopra un gradino di organizzazione più basso del leone. Il solo sgranare gli occhi su qualcosa, cioè il solo oggetto di percezione, non mi da’ alcun contenuto che possa ammaestrarmi riguardo alla perfezione maggiore o minore di un organismo. Questo contenuto è portato verso l’oggetto percepibile dal pensare, che lo attinge dal mondo dei concetti e delle idee.

In contrapposizione al contenuto dell’oggetto percepibile datoci dall’esterno, il contenuto del pensare appare nell’interno. La forma in cui da principio appare è l’intuizione. Rispetto al contenuto del pensiero, l’intuizione è ciò che l’osservazione è per l’oggetto percepibile. Intuizione e osservazione sono le origini del nostro conoscere. Di fronte a una cosa del mondo osservata noi restiamo estranei fino a quando nel nostro interno non abbiamo la corrispondente intuizione, la quale completi la realtà fornendoci quella parte che manca nell’oggetto di percezione. Chi non ha la capacità di trovare le intuizioni corrispondenti alle cose, non ha accesso alla piena realtà. Come chi soffre di daltonismo vede solo differenza di luminosità ma non qualità di colori, così chi ha mancanza d’intuizione può osservare solo frammenti sconnessi di oggetti di percezione.

Spiegare una cosa, renderla comprensibile, significa ricollocarla in quel complesso da cui la sopra descritta disposizione della nostra organizzazione l’aveva tolta. Cose staccate dal resto del mondo non ve ne sono. Ogni separazione ha solo valore soggettivo per la nostra organizzazione. L’insieme del mondo si scompone per noi in sopra e sotto, prima e dopo, causa ed effetto, cosa e rappresentazione, materia ed energia, oggetto e soggetto, ecc. Ciò che nell’osservazione ci si presenta sotto forma di cose singole, si riconnette però, pezzo per pezzo, per mezzo del mondo coordinato e unitario delle nostre intuizioni; per mezzo del pensare noi riconnettiamo in uno ciò che avevamo separato per mezzo dell’oggetto di percezione. L’enigmaticità di un oggetto risiede nel suo isolamento. Ma questo isolamento è provocato da noi, e, dentro il mondo dei concetti, può esser da noi stessi revocato. Tranne che per il pensare e per l’oggetto di percezione, niente ci è dato direttamente.

Alla luce della scienza umana “antropos-epistemica” cosa dire degli atomi con tutte le loro particelle? Come dovremmo considerare l’elettrone, il protone, il quark, l’antiquark, il neutrone, il mesone, il fotone, il fermione, il leptone, l’antileptone, il gluone, il bosone, il barione, il muone, il tauone, l’adrone, il mesotrone, l’iperione, e tutto quanto di volta in volta i sedicenti “scimmioni intelligenti” segnalano come scoperte sub-materiali? Dovremmo considerarli oggetti spaziali ideali la cui sostanza è il risultato di direzioni di forze che si incontrano (cfr. R. Steiner, “Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo della Fisica”, Ed. Antroposofica, Milano 2013, vol. I, p. 174 in Lucio Russo, “Piccola riflessione gnoseologica”, ospi.it). Ma si tratta in definitiva di “teorizzazioni e fantasie applicate ai fenomeni” (“Impulsi…”, op. cit., vol. II, p. 47), dunque di astrazioni al quadrato, immaginazioni prese per rappresentazioni, o lucciole prese per lanterne, “spettri” insomma. “Tutte le volte in cui, avendo varcato artificialmente (strumentalmente) il confine della percezione dei sensi, si crede di osservare qualcosa di sensibile, si osservano dunque degli spettri” (Lucio Russo, op. cit.). A proposito del concetto di “spettro”: sono “spettri” non solo le rappresentazioni della realtà sub-sensibile (extrasensibile) ma anche le RAPPRESENTAZIONI ALTERATE DELLA REALTÀ SENSIBILE. Esattamente come nel secondo millennio, oggi - primo secolo del terzo millennio - “ognuno dice a se stesso che, se si ha un piccolo essere vivente che non si vede a occhio nudo, mettendolo sotto il microscopio e ingrandendolo lo si vedrà. Si deve però ammettere che quell’ingrandimento è una menzogna: ingrandisco, sì, quell’essere, ma non ho più lui, bensì uno spettro. Quello che vedo non è più realtà; ho messo una menzogna al posto della verità. Per la concezione di oggi il mio discorso è pazzia, eppure è la verità” (R. Steiner, “Il corso dell’anno come respiro della terra”, Ed. Antroposofica, Milano 2006, p. 79; in Lucio Russo, op. cit.).

Abbiamo dunque a che fare con una scienza scimmiesca - ma bisognerebbe dire “malata di bestialismo materialistico pratico” i cui “modelli” si ripetono, pappagallescamente scimmiottati e perseveranti, anno dopo anno, come un rito arimanico o come la nuova religione dell’“economicismo”, o dello “statalismo”, o dell’“economia politica”, o del “keynesianesimo” (cfr. “Etimologia di ECONOMIA”: http://digilander.libero.it/VNereo/etimologia-di-economia.htm) nell’errore di cui le scimmie dovrebbero liberarsi. La liberazione, nella misura in cui l’errore si occulta nella “cultura dell’obbligo di Stato” e nella pigrizia degli “uomini-scimmia” che continueranno irresponsabilmente ad accettarla, è pertanto molto lenta a realizzarsi.

Ecco perché si può facilmente prevedere che la trasformazione della “scienza delle scimmie” in scienza umana sarà un processo inizialmente molto lento che durerà per tutto il terzo millennio ed oltre… Tutto dipende dall’io umano, non dal sabato, cioè non dall’“io di gruppo” di ogni sorta di bestialità…

Nereo Villa, Castell’Arquato 1 gennaio 2017

Condividi post

Repost 0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti: