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Vasco Ronchi
New Optics
Cap. 6°, Conclusione, p. 117-120
Ed. Leo S. Olchki, Firenze 1971, a cura di Nereo Villa

Dopo la discussione condotta nei capitoli precedenti si possono trarre alcune conclusioni.

L’Ottica, che nel corso di un paio di secoli è stata trattata in tutto il mondo, e che è stata considerata come una scienza fisica, è stata il frutto di un malinteso filosofico.

La ricostruzione dell’evoluzione sperimentata dalla nascita fino ad oggi ha messo in evidenza il metodo adottato per evitare di considerare elementi determinanti.

L’ Ottica ha sempre avuto il compito di studiare la luce, i colori, e le immagini. È indubbio che queste tre parole indicano entità psichiche estremamente variabili e sfuggenti. Finché quest’idea non è stata chiaramente espressa, lo studio non ha fatto grandi progressi, dato che è molto difficile arrivare a conclusioni generali che lavorano su elementi così incerti e incontrollabili. L’andamento dello studio è decisamente cambiato quando il processo fisio-psicologico è stato eliminato e sostituito da una ipotesi di lavoro: quella del triangolo telemetrico. In questo modo, si rinunciò nella pratica allo studio del fenomeno reale della visione con la sua complessità fisico-fisiologico-psicologica, e si costruì una rappresentazione matematica effettivamente molto utile [“Utile a cosa?” - vorrei chiedere a Ronchi – “se tu stesso poi dici che si tratta di mera convenzione, priva di verifica?” ma andiamo avanti ndc]. Tuttavia - continua Ronchi - si dovrebbe riconoscere che le immagini studiate in tal modo non sono vere immagini, ma quelle convenzionali, come quelle che potrebbero essere viste se la regola del triangolo telemetrico fosse stata verificata.

Lo stesso criterio è stato adottato per la luce. A causa dell’impossibilità di misurare la luce vista da un osservatore, è stato introdotto un occhio ideale, costante e perfetto, che si riferisce a misurazioni fotometriche. Anche qui, le persone hanno rinunciato a studiare il fenomeno vero sostituendolo con una convenzione.

Lo stesso col colore. A causa del comportamento capriccioso e variabile dell’osservatore, si è ancora rinunciato a studiare il fenomeno reale e si è introdotto un colore convenzionale [anche qui devo obiettare che anche ogni altra costruzione dell’osservatore proviene dal medesimo comportamento “capriccioso e variabile”. Perché se si pretende che una fisica sia rigorosamente oggettiva allora bisognerebbe eliminare del tutto ogni pensare, ogni considerare, perché per sua natura il pensare, il considerare sa andare al di là di soggetto e oggetto - ndc].

In questo modo - continua Ronchi - è stata costruita un’ottica convenzionale, e ciò è stato considerato come una scienza fisica.
 
Senza dubbio, la costruzione di ottiche convenzionali è stata una cosa molto buona, come dimostra la sua utilità negli ultimi due o tre secoli durante i quali ha prodotto i suoi frutti con una fecondità davvero meravigliosa [ma appunto, ripeto, questa fecondità proviene dal pensare non dal NON pensare, quindi proviene dall’osservatore NON dalla sua eliminazione]. Forse proprio questa fecondità - scrive Ronchi - causa la sovrastima del suo valore e la sua considerazione come una scienza della natura, vale a dire, come una scienza fisica. Questa esagerazione, come tutte le esagerazioni, non può essere considerata una buona cosa [dunque è lo stesso Ronchi a riconoscere quanto ho appena affermato]: prima di tutto, non corrisponde alla realtà, mentre il lavoro di uno scienziato deve tendere alla ricerca della verità, per quanto misteriosa possa essere; in secondo luogo, anche dal punto di vista pratico, illusioni e ambiguità non favoriscono il progresso e una visione la più realistica possibile dei fenomeni è sempre preferibile, anche quando questa visione ci presenta un complicato e inestricabile panorama. È indubbio che la formulazione esatta dei problemi favorisce la loro soluzione.

Di conseguenza, riteniamo che il tentativo di chiarire la natura dei fenomeni luminosi e il metodo della loro indagine non è stato inutile. All’indagine svolta dovrebbe essere dato il credito che merita; e non va sopravvalutata. Si tratta di un insieme di rappresentazioni provvisorie, che ora dovrebbe essere migliorato, sostituendole con altre rappresentazioni meno matematiche e più realistiche. Il compito non è facile. La tradizione e l’educazione nelle scuole hanno insinuato nelle nostre nozioni un bagaglio culturale di cui è difficile sbarazzarsi. Tuttavia, dal momento che è utile sbarazzarcene, proprio al fine di rendere più facile il nostro lavoro per il progresso scientifico, riteniamo che sia utile sottolineare alcune di queste procedure che dovrebbero essere abbandonate e sostituite da altre più razionali.

Una prima precauzione utile consiste nel parlare in termini di RADIAZIONI e non di LUCE, quando abbiamo intenzione di fare riferimento all’energia radiante nello spazio reale, nel mondo esterno. Purtroppo molte persone anche colte, a cui è stata presentata questa proposta, hanno ritenuto inutile accettarla, considerandola come una mera QUESTIONE DI PAROLE. È triste sentire persone sottovalutare questioni di parole, come se la parola non fosse espressione di idee. Perché, se è possibile parlare correttamente si dovrebbe parlare in modo sbagliato e facilitare l’incomprensione, l’ambiguità e l’errore? Chiamando la radiazione LUCE si originano grossi equivoci, come è dimostrato dal fatto che al giorno d’oggi anche la maggior parte del pubblico colto può giurare sull’esistenza oggettiva della luce che vede. Se d’altro canto fosse utile mantenere la parola LUCE con un significato completamente convenzionale - utilità che comunque non emerge - allora sarebbe necessario, scientificamente necessario, che il suo significato fosse esplicitamente definito. Dev’essere ben spiegato che c’è una luce psichica, una LUX, e un agente esterno, un LUMEN, per cui, per precise ragioni (se esse fossero eventualmente prodotte) è utilizzato lo stesso nome come per l’entità psichica. Tuttavia, il punto è trovare queste ragioni: fino ad ora, nessuno le ha espresse, mentre, se esistessero, e se fossero diverse dalla semplice ma illusoria convinzione che la luce psichica coincida con la radiazione, sarebbero già state esibite.

Di conseguenza, non è conveniente trincerarci dietro l’inutilità delle questioni di parole: tanto più che altri suggerimenti seguiranno questo primo.

Così, descrivendo esperimenti ottici, si parte da un PUNTO LUMINOSO come sorgente di radiazione. Questa è un assunto così comune che sembra innocente e normale a tutti. Tuttavia, dovrebbe essere evitato, poiché implica già di per sé un risultato che generalmente non è verificato. Per essere precisi, il PUNTO LUMINOSO è ciò che si vede: si tratta di una effigie psichica, come quelli che si vedono di notte nel cielo e che sono chiamati stelle. Si tratta di una generale espressione per dire che le stelle del firmamento sono punti luminosi: e questo è giusto. Ma la sorgente puntiforme che usiamo per il nostro esperimento o per il nostro ragionamento non è luminosa: si tratta di una fonte di radiazioni, né luminosa, né colorata. Di conseguenza, essa va definita con un nome che esprima come stanno le cose, non come le cose non sono. Converrebbe chiamarla RADIAZIONE SORGENTE. Se si descrive un esperimento in cui un osservatore vede in definitiva una sorgente puntiforme al posto del punto sorgente radiante, si deve dire che le due cose coincidono, ma in generale non lo si fa, anche se esprimere questo fatto è semplice e chiaro. Al contrario, se si chiama punto luminoso il punto radiante, dicendo che il punto luminoso non coincide con il… punto luminoso, ciò richiede interventi contorti e complicati, che non sempre risultano essere comprensibili.

Analogamente, parlare in termini di RAGGI LUMINOSI, nonché di RADIAZIONE VISIBILE, non è conveniente. RAGGI LUMINOSI vorrebbe dire che essi sono dotati di intensità, come se fossero fili incandescenti. Tutti sanno che questo non è vero: ma perché dicono così? È altrettanto inopportuno parlare in termini di RAGGI DI LUCE per il motivo sopra citato. Per la radiazione visibile prima accennata è preferibile utilizzare RADIAZIONE OTTICA, che significa: in grado di stimolare l’occhio umano. Quanto ai raggi (di luce), è sufficiente utilizzare la parola ray da sola: dopo tutto sono linee rette cui tale nome è stato ad indicare che rappresentano i percorsi di radiazione: al massimo, a volte, per evitare ambiguità con i raggi di curvatura o coi raggi di un cerchio, (nella lingua italiana “radius” e “ray” sono tradotte dalla stessa parola «raggio») si può aggiungere l’attributo OTTICO.
 
Ancora più difficile ed arretrata è la nomenclatura per quanto riguarda il colore. Parlare in termini di RADIAZIONE MONOCROMATICA è molto discutibile, perché la radiazione non ha colore e quindi non può avere neanche un solo colore, come l’attributo («monocromatica») vorrebbe rivendicare. Un po’ prematuro è l’uso delle frasi PURA RADIAZIONE o SINGOLA RADIAZIONE D’ONDA, sia perché sono frasi faticose, e sia perché non corrispondono alla verità: tutte le radiazioni, anche quelle più monocromatiche, sono composte da un GRUPPO di radiazioni assolutamente monocromatiche, così che le lunghezze d’onda sono comprese in una banda più o meno ampia. La mancanza di termini per specificare queste condizioni indica, come già sottolineato, l’equivoco concettuale che domina alla base di questi concetti. Così è ancora impossibile, per le stesse ragioni, indicare con una frase precisa ciò che è comunemente etichettato come LUCE BIANCA. Questa è un’entità psichica che corrisponde ad una radiazione fisica che non sappiamo come chiamare. Il fatto è che la radiazione solare ci permette di vedere la LUCE BIANCA, e lo stesso accade con la radiazione di una grande varietà di lampade ad incandescenza e fluorescenti (e tutte sono diverse tonalità di bianco) ma la LUCE BIANCA è vista anche mentre riceviamo negli occhi due radiazioni complementari, opportunamente proporzionate. Come possiamo esprimere tutto questo? È un problema filologico ancora aperto.

È indubbio che quando il chiarimento, avviato nelle pagine precedenti, avrà pervaso l’ambiente scientifico, la lingua di tale ambiente sperimenterà una sostanziale evoluzione. Noi pensiamo che i futuri scienziati, leggendo le carte del tempo presente, saranno sorpresi dalle nostre frasi così indefinite e incomprensibili proprio come succede a noi davanti alla lettura di testi dei secoli passati.

Speriamo che questo accada il più presto possibile.

***

Per concludere, vogliamo trattare una questione come abbiamo promesso di fare nelle prime pagine, quando abbiamo differito nel seguire la questione dell’ESISTENZA DEL MONDO ESTERNO. Non intendiamo intraprendere una discussione metafisica. Tuttavia, dopo tutto ciò che è stato detto nelle pagine precedenti; abbiamo poi dovuto constatare che, al fine di chiarire immagini come entità oggettive, è stato necessario un matematico - e quindi meramente - provvisorio trattamento; dopo avere accertato che la luce, i colori e le effigi esistono solo in un mondo apparente, dotato anche di suono, rumore, calore, freddo, odori e sapori; successivamente abbiamo dovuto concludere che rappresentiamo tutto questo da noi stessi, che siamo in grado di rappresentarlo, anche nel caso in cui certamente non sono presenti stimoli esterni, e che in ogni caso questi stimoli arrivano più o meno deformati dalla nostra psiche; ci si può chiedere se davvero il mondo esterno esista.

Ci sembra ben giustificato ora il fatto che il problema sia ancora in discussione, dopo tanti secoli, da quando è stato posto per la prima volta, come abbiamo notato all’inizio. È un dato di fatto che, da quando si è fermamente creduto nell’esistenza del mondo esterno e nella possibilità di conoscerlo almeno parzialmente, la scienza ha fatto meravigliosi progressi, con un’accelerazione crescente e schiacciante, che ha cambiato la faccia del mondo. Il che dimostra che la fede, anche in un miraggio illusorio, è preferibile ad uno scetticismo ben ragionato.

[Questa la conclusione di Ronchi. Basterebbe leggere nella scienza della libertà di Rudolf Steiner il capitolo 5° sulle dinamiche della percezione per accorgerci che il mondo esterno non è solo una questione di fede ma che è qualcosa di ben più concreto - ndc].

 

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Corpo del testo originale di Vasco Ronchi, "New Optics", Ed. Leo S. Olchki, Firenze 1971Capitolo 6°, Conclusione, p. 117-120:

«After the discussion carried out in the preceding chapters some conclusions can be drawn.

Optics which during a couple of centuries has been treated all over the world and which has been considered as a physical science, has been the fruit of a philosophical misunderstanding.

The reconstruction of the evolution it has experienced from its birth up to now has put in evidence the method which has been adopted to avoid the consideration of determinant elements.

Optics has always had the task of studying light, colours, images. It is out of doubt that such three terms indicate extremely variable and elusive psychical entities. Until this idea was clearly expressed, the study did not make great progress, since it is very difficult to arrive at general conclusions working on so uncertain and uncontrollable elements.The course of the study changed decidedly when the physic-psychological process was eliminated and replaced by a working hypothesis: that of the telemetric triangle. In this way, one renounced in practice to study the real phenomenon of vision with its physical-physiological-psycological complexity, and constructed a mathematical representation which has been very useful indeed. However, one should recognize that the images studied in this way are not the true image, but conventional ones, such as those which would be seen if the rule of the telemetric triangle were verified.

The same criterion has been adopted for light. Due to the impossibility of measuring the light seen by an observer, an ideal eye has been introduced, constant and perfect, which one refers to in the photometric measurements. Here also, people renounced to study the true phenomenon and replaced it by a convention.

The same with colour. Owing to the capricious and variable behavior of the observer, people again renounced to study the real phenomenon and introduced a conventional colour.

In this way, a conventional optics has built up, and this has been considered as a physical science.

Doubtless, the construction of conventional optics was a very good thing, as proved by its usefulness in the last two or three centuries during which it produced its fruits with a really wonderful fecundity.

Perhaps just this fecundity cause and overestimation of its value and the consideration of it as a science of nature, that is, a physical science.

This overstatement, as all the overstatemens cannot be considered a good thing: first of all, it does not correspond to the reality, while the work of a scientist must tend to the research of the truth, however mysterious it may be; secondly, even from the practical point of view, illusions and ambiguities do not favour progress and a vision as realistic as possible of the phenomena is always preferable, even when this vision presents to us a complicated and inextricable panorama. It is out of doubt that the right formulation of the problems favours their solution.

Accordingly, we believe that trying the clarification of the nature of luminous phenomena and the method of their investigation has not been useless.

The investigation carried out should be given the credit it deserves; it should neither be overestimated.

It is an ensemble of provisional representations, which now should be improved, by replacing them with other less mathematical and more realistic representations. The task is not easy. Tradition and education in schools have insinuated into our cultural baggage notions which it is hard to get rid of. However, since it is useful to get rid of them, just in order to make easier our work for the scientific progress, we believe it is useful to emphasize some of these procedures which should be dropped and replaced by other more rational ones.

A first useful precaution consists in speaking in terms of RADIATION and not of LIGHT, when we intend to refer to the energy radiating in the real space, in the external world. Unfortunately many even cultured people, to whom this proposal was presented, deemed is useless to accept it, as a useless QUESTION OF WORDS. It is sorrowful to hear people underestimate the questions of words, as if word were not the expressions of the ideas. Why, if it is possible to speak correctly should one speak wrongly and facilitate incomprehension, ambiguity and error?

Calling the radiation LIGHT originate big equivocations, as is proved by the fact that nowadays most part of even the cultured public could swear the objective existence of the light he sees. If on the other hand, it were useful to maintain the word LIGHT with a completely conventional meaning - usefulness which is however not seen - then it would be necessary, scientifically necessary, that its meaning be explicitly defined. It must be well explained that there is a psychical light, a LUX, and an external agent, a LUMEN, for which, for certain reasons (if these are possibly produced) the same name is used as for the psychical entity. However, the point is to find these reasons: up to now, nobody has expressed them, while, if they existed, and if they were different from the simple but illusory conviction that the psychical light coincide with the radiation, they would have already been made a display of.

Consequently, it is not convenient to entrench ourselves behind the uselessness of the questions of words: all the more that other suggestions will follow this first one.

Thus, describing optical experiments, one starts using a LUMINOUS POINT as the radiation source. This is a so common sentence, that it seems innocent and regular at all. However, it should be avoided, since it already implies in itself a result which generally is not verified. To be precise, the LUMINOUS POINT is that which is seen: it is a psychical effigy, like those which are seen by night in the sky and which are called stars. It is a general expressions to say the stars of the firmament are luminous points: and this is right. The point source we use for our experiment or for our reasoning is not luminous: it is a radiation source, neither luminous nor coloured. Accordingly, it must be termed with a name which expresses how things are, not how things are not. It is convenient to call it RADIANT SOURCE. If one describes an experiment where an observer eventually sees a point source in place of the radiant point source, one shall say that the two things coincide, but in general they do not, and expressing this fact is simple and clear. On the contrary, if one calls luminous point the radiant point, saying that the luminous point does not coincides with the... luminous point requires contorted and complicated speeches, which not always turn out to be understandable.

Similarly, speaking in terms of LUMINOUS RAYS, as well as of VISIBLE RADIATION is not convenient. LUMINOUS RAYS would mean that they are endowed its intensity, as if they were incandescent wires. All people know that this is not true: but, why do they say so? It is equally inopportune to speak in term of RAYS OF LIGHT for the above recalled reason. For the visible radiation we already said in the preceding pages that it is preferable to use the sentence OPTICAL RADIATION, which means: capable of stimulating the human eye. As to the rays, it is sufficient to use the word ray alone: after all, they are straight lines to which that name was given to indicate that they represent the radiation paths: at the most, sometimes, in order to avoid ambiguities with the curvature radii or with the radii of a circle, (in the Italian language radius and ray are translated by the same word «raggio») one can add the attribute OPTICAL.

Even more difficult and backward is the nomenclature regarding colour. Speaking in terms of MONOCHROMATIC RADIATION is very questionable, because radiation has no colour and therefore cannot have even a single colour, as the attribuite («monochromatic») would claim. A little premature is the use of the phrases PURE RADIATION or SINGLE-WAVELENGTH RADIATION, both because they are fatiguing sentences, and they do not correspond to truth: all radiations, even the most monochromatic ones, are composed by a GROUP of absolutely monochromatic radiations, so that the wavelengths are comprised within a more or less wide band. The lack of terms to specify these conditions indicates, as already emphasized, the conceptual misunderstanding which dominated at the basis of these concepts. Thus it is still impossible, for the same reasons, to indicate with a precise phrase what is commonly labelled as WHITE LIGHT. This is a psychical entity which corresponds to a physical radiation which we do not know how to call. The fact is that the solar radiation lets us see WHITE LIGHT, and the same happens with the radiation of a large variety of incandescent and fluorescent lamps (and all are different shade of white) but WHITE LIGHT is also seen while receiving in the eye two complementary radiations, suitably proportioned. How can we express all this? It is a still open philological problem.

It is out of doubt that when the clarification, initiated in the preceding pages, will have pervaded the scientific ambient, the language of that ambient will experience a substantial evolution. We think that the future scientists, reading the papers of the present time, will be surprised at our so indefinite and incomprehensible sentence just as it happens to us when reading texts of the past centuries.

We hope this will happen as soon as possible.

***

To conclude, we want to treat a question as we promised to do in the first pages, when we deferred to the sequel the question of the EXISTENCE OF THE EXTERNAL WORLD. We do not intend to embark on a metaphysical discussion. However, after all has been said in the preceding pages; after we had to ascertain that, in order to make light colour and images objective entities, it has been necessary mathematical, and therefore merely provisional treatments; after we ascertained that light, colours and effigies exist only in an apparent world, endowed also with sound, noise, heat, cold, odours and flavours; after we had to conclude that we represent all this by ourselves, that we can represent it even in case where certainly external stimuli are non present, and that in any case these stimuli arrive more or less deformed by our psyche; one can wonder really whether the external world does exist.

It appears to us well justified now the fact that the problem is still under discussion, after so many centuries since it was first posed, as we noted at the beginning. It is a fact that, since when it has been firmly believed in the existence of the external world and in the possibility of knowing it, at least partially, science has been making wonderful progress, with an increasing and overwhelming acceleration, and has changed the face of the world. Which proves that faith, even in an illusory mirage, is preferable to a well-reasoned skepticism».

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