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(Massimo Scaligero)

A chi osservi, non può sfuggire come nell'attuale cultura il pensiero stia perdendo la possibilità di recare in sé la propria immediatezza, perché, anche se muove comunque da sé, attingendo alla propria intima forza, nel processo riflessivo viene tratto innanzi dalla correlazione delle parole, nella cui plausibilità logica trova vie già tracciate, sollecitanti in lui un automatismo che esclude la sua iniziativa: esige anzi la sua passività.

Tale passività non è palese, anzi si manifesta in forme di attività, che possono dare l'idea di una dinamica, in realtà inesistente. L'automatismo discorsivo raggiunge tanto maggiore efficienza, quanto più si estrania al pensiero: la "dynamis" del pensiero viene sottratta alla coscienza e usata da qualcosa che non é il principio cosciente capace di manifestarsi nel pensiero autonomo.

Non v'è infatti possibilità di identificare una simile alienazione, se non contrapponendole l'autonomia originariamente propria al pensiero, onde esso può distinguere il suo stato cosciente da quello automatico-dialettico. Ma il soggetto che non conosca l'aspetto riflesso del pensiero come un estrinseco e negativo essere del pensiero originario, o pensiero autonomo, non può avvertire la graduale diminuzione di coscienza pensante nel processo dialettico né la corrispondente perdita di relazione reale con l'oggetto e di capacità di ravvisare rapporti tra oggetti, o concetti.

Sarà possibile stabilire che, se si guarda nel processo automatico-dialettico quale effettivo contenuto prenda il luogo del moto ideativo originario, che solo potrebbe intuire correlazioni tra realtà e realtà, si trova non contenuto di coscienza, bensì contenuto psichico, oscuro sentimento: non sentimento suscitato da idee, bensì da condizioni corporee.

("Forme logiche del declino interiore" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 2.3, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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