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L'antroposofia para-cool o "paraculo" (tanto per intenderci sull'"inglese") è quella dell'imbecille che segue le affermazioni di un altro imbecille o paraculo sedicente scienziato dello spirito, il quale, non riuscendo a concepire una rendita che non sia da lavoro, attribuisce questa sua chiusura mentale a Rudolf Steiner.

L'affermazione "Steiner non concepisce una rendita che non sia da lavoro" (l'immagine azzurra è presa da un forum di sedicenti antroposofi del Nordest, e già questo è indice di coglioneria, dato che l'antroposofia di Steiner non è caratterizzabile a seconda delle regioni italiote) non è una mia invenzione. È stata realmente detta da un sedicente antroposofo, il quale, d'altro canto, reputa grande economista John Maynard Keynes (1883-1946), cioè colui che nel 1936 era arrivato a scrivere idiozie come la seguente: "costruzioni di piramidi, terremoti, perfino guerre possono servire ad aumentare la ricchezza" (ho già parlato a sufficienza di questo cretino; cfr. finanzainchiaro.it). Quindi non c'è da stupirsi se ancora oggi c'è chi, leggendo una pagina di Steiner, si sente già un provetto scienziato dello spirito in diritto di dire che Steiner "non concepisce una rendita che non sia da lavoro".

A questi antroposofi del nordest che da anni fanno mostra di scandalizzarsi a proposito di rendite non provenienti da lavoro (mi sembra di sentirli nel loro materialismo: "Laùrum, laùrum, e chi laùra no, mangia no!") bisognerebbe far leggere almeno la pagina 200 de "I capisaldi dell'economia" (vedi sotto), là dove Steiner afferma che per avere un'economia sana "bisognerebbe dare ad ogni singolo individuo una quota". Che significa quota?

O uomini sudati nonché sedicenti nobilitati per il vostro lavoro, voi dite dire che Steiner, come voi, "non concepisce una rendita che non sia da lavoro". Ripeto: che significa allora per voi la parola "quota"?

Per Steiner esiste un rapporto necessario tra la rendita agraria e quanto egli indica come minimo vitale di un essere umano. E lo affermò con le parole seguenti:

"Esiste un rapporto necessario tra la rendita agraria e quanto ho indicato prima come minimo vitale di un essere umano. Oggi esistono alcuni riformatori e rivoluzionari sociali che sognano di eliminare in assoluto la rendita agraria, che credono di eliminarla nazionalizzando o collettivizzando, come dicono loro, i terreni. Qualcosa non viene però eliminato cambiandole forma. Il fatto che sia tutta una collettività a possedere il terreno o che siano diverse persone non elimina l’esistenza della rendita agraria. La maschera solo, le conferisce solo altre forme. La rendita agraria di cui ho detto esiste sempre. Se ora prendiamo la rendita agraria di un determinato territorio e la dividiamo tra il numero di abitanti del territorio in questione, ricaviamo un quoziente che fornisce l’unico possibile minimo vitale.

È una precisa legge, come ad esempio lo è la legge di Boyle-Mariotte per la fisica (vedi l'animazione sottostante), che non può essere diversa. 

È comunque un fatto primario, qualcosa di fondamentale, che in realtà nessuno, all’interno di un organismo sociale, guadagna di più dell’equivalente della rendita agraria globale suddivisa tra il numero degli abitanti: l’eventuale guadagno in più viene realizzato attraverso coalizioni e associazioni che instaurano rapporti che consentono a una persona di ricevere più di un’altra (*); ma in effetti nella proprietà mobiliare di una sola persona non può fluire nulla in più oltre a ciò che ho testé indicato. Tutta la vita economica, nella misura in cui si riferisce a quanto possiede il singolo in beni mobili, muove dal minimo che esiste davvero ovunque, anche se i rapporti reali lo coprono. [...] Tutto il resto viene prodotto da coalizioni et similia tra esseri umani. Contro un simile fatto possono intervenire le organizzazioni sociali e politiche e infrangerlo. Il problema è volgere tutto il pensiero organizzativo nella direzione verso cui tendono i fatti. Questo è il problema. Il soddisfacimento può esistere tra gli esseri umani solo tenendo conto di queste realtà. Se infatti si dirige il pensiero inteso a ordinare, a trasformare la realtà, nella direzione voluta dalla natura dell’organismo sociale, il resto va da sé e non può neppure succedere che uno si creda svantaggiato rispetto all’altro. È una legge che sta alla base della vera vita dell’organismo sociale. Su questi argomenti si può riflettere correttamente (ho portato l’esempio della relazione tra minimo vitale e rendita agraria), farsene concetti rispondenti alla realtà, solo a partire dalla triarticolazione considerata come elemento fondamentale. Solo sotto l’influsso della triarticolazione si possono prendere provvedimenti che sviluppino su un territorio la convivenza umana nel modo più produttivo. La vita si svilupperà infatti in maniera più produttiva solo seguendo le leggi sociali e non agendo contro di esse; si tratta cioè di vivere nel senso dell’organismo sociale. Va comunque detto che dall’osservazione esterna della vita non si acquisisce un’idea sui fondamenti della triarticolazione, proprio come non si capisce il teorema di Pitagora per quanti triangoli rettangoli si osservino. Una volta che però lo si sia capito lo si può applicare ad ogni triangolo rettangolo. Lo stesso succede per le leggi fondamentali. Una volta afferrate nel modo giusto e secondo realtà, sono applicabili ovunque (Rudolf Steiner, “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, 2ª conf. di Dornach del 16/02/1919).


Dunque, o antroposofi para-cool, che dite che Steiner "non concepisce una rendita che non sia da lavoro", il vostro comportamento è da schiavi, che ragionano da schiavi e vogliono assolutamente rimanere schiavi...

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(*) l'asterisco riguarda la p. 32 di “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, op. cit., e rimanda alla 14ª conferenza de "I capisaldi dell'economia", pag. 200 e ss.

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