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[...] Le individualità più evolute fra le varie razze e i vari popoli, che dall'oriente e da ogni altra regione del Nord o del Sud arrivavano in Palestina, sceglievano per i loro matrimoni fra non consaguinei - cosa questa considerata una trasgressione rispetto al valore unificante della propria etnia - Cana, un centro della Galilea.

La nascita di Gesù di Nazaret nella Palestina, predetta dai re-astrologi caldei, era stata riconosciuta come l'avvento della più alta individualità possibile, che avrebbe potuto apportare in quella regione ed al mondo intero, la massima spinta evolutiva. E ciò è abbondantemente affermato nelle fonti talmudiche e midrashiche, oltreché provato dal fatto che tali Re portarono doni al nascituro, simboleggianti il pensare (oro), il sentire (argento), ed il volere (mirra).

Oggi, la differenza fra la concezione del mondo di Gesù di Nazaret e quella di ogni altra confessione non è tenuta in considerazione in quanto la cecità e la carenza di pensiero, facendo di Gesù stesso una confessione basata sui vangeli, non sono in grado di rilevarla. Per rilevarla occorre infatti riflettere.

È quasi impossibile sentire parlare della concezione del mondo di Gesù se si esclude ovviamente il concetto di "amore". Dicendo però in quel modo "amore", "amore", si arriva ad amare solo documenti, e perfino documenti anticristiani (come per esempio l'Art. 2266 del Nuovo Catechismo, che non esprime certo amore o perdono).

La concezione del mondo di Gesù di Nazaret è multirazziale.

Questa affermazione non può essere fatta nella misura in cui si segue il vangelo come un ricettario dietetico o come un compendio di regole igieniche.

Invece coloro che vogliono fare di lui una confessione, un'appartenenza giuridica o un'appartenenza politica, sono costretti a basarsi sulla carta per avere il "materiale" di fede. Perciò continuano a formare "razze", divisioni, partiti, europe e globalizzazioni, senza mai accorgersi che il globo, l'Europa, il partito e le divisioni, ci sono già.

Adolf Hitler, trascrivendo di fatto la legge mendeliana sulla disibridazione, aveva enucleato, nel suo "Mein Kampf" i presupposti teorici dell'intera prassi dell'"igiene della razza" e dell'interdizione dei matrimoni misti.

Ora, se si guarda al risultato generale dell'azione "pedagogico-correttiva" nelle varie confessioni religiose si può prendere atto che in esse non si arriva all'interdizione dei matrimoni misti, ma che si arriva certamente all'interdizione della persona che non concorda col loro catechismo (secondo il "Direttorio generale per la catechesi" della congregazione per il clero il significato di catechesi si fonda, per es., su quattro idee fondamentali: "parola di Dio", "Vangelo", "Regno di Dio" e "Tradizione", inserite nel contesto di "evangelizzazione" proprio alle dinamiche precisate nella "Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi", all'organizzazione e selezione di contenuti "cognitivi, esperienziali, comportamentali", ed alla precisazione dei destinatari. In tale contesto - esplicitando che la concezione di catechesi si ispira ai documenti del magistero pontificio post-conciliare e soprattutto ad "Evangelii Nuntiandi", "Catechesi Tradendae", e "Redemptoris Missio" - viene altresì definita la "pedagogia" necessaria per il raggiungimento degli obiettivi stessi della catechesi. Secondo il concetto stesso di catechesi dunque, i destinatari della catechesi non possono non condividerne in toto i 2865 articoli del Nuovo Catechismo, art. 2266 compreso!).

Ciò che per il nazismo era "razza di ebrei" da sterminare, per il confessionalismo è "razza" di eretici da controllare, escludere o calunniare, ma solo perché oggi non si possono più mettere al rogo gli eretici. Nella chiesa romana infatti l'interdizione oggi non consiste più nella pena capitale, besì nel divieto di celebrare, seppellire o di ricevere i sacramenti. Coloro che la pensano in modo differente da Roma costituiscono per Roma ancora una "razza" da escudere.

Ben diversa è la concezione di Gesù di Nazaret, nella quale l'esclusione di un essere umano da se stesso, così come l'interdizione dei matrimoni misti, è un'impossibilità, il Cristo essendo l'involucro di ogni Io umano.

Per questo motivo Gesù di Nazaret incomincia a fare i suoi segni in Palestina, precisamente a Cana, proprio in un luogo unico e massimamente adatto per i matrimoni misti.

La premessa che permette l'osservazione dell'atteggiamento multirazziale di Gesù consiste nella considerazione che la città di Cana era unica anche in senso geografico. E ciò può essere facilmente accertato.

Se infatti si impara a considerare i vangeli come documenti importanti ed essenziali alla luce della riflessione pensante, ci si accorge che in essi si insiste troppo nel dire una cosa geograficamente inessenziale in merito al primo dei segni, vale a dire nella descrizione delle nozze di Cana: "... ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea" (Gv 2, 1), "... Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea" (Gv 2, 11), "... venne di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino" (Gv 4, 46), ecc., in quanto la logica vuole che non occorre veramente precisare la regione di una località, quando non ve ne sono altre con quello stesso nome.

Da qui la domanda: perché l'evangelista, quando parla di questo primo segno di Gesù, dice con insistenza che esso avviene a "Cana di Galilea"?

La risposta a questa domanda - fino a prova contraria - non può che essere la necessità dell'evangelista di far rilevare che solo in quella località poteva verificarsi quel primo segno del Cristo, e che fuori dalla Galilea ciò sarebbe stato impensabile. In altre parole, all'evangelista preme sottolineare che il Cristo non avrebbe potuto trovare in nessun'altra regione gli uomini necessari per quel suo primo segno.

Quella prima azione di Cristo infatti non avrebbe mai potuto verificarsi nell'ambito della comunità ebraica, dal momento che essere ebreo fu sempre - ed ancora oggi lo è (l'attuale legge sulla nazionalità dello Stato d'Israele riconosce infatti il diritto di cittadinanza a ogni individuo riconoscibile come ebreo dalla sua discendenza, e più precisamente dal fatto di essere di madre ebrea) - una condizione d'essere strettamente legata alla consaguineità.

Invece in Galilea, cioè nella regione dove erano mischiati diversissimi gruppi di popoli e diversissime stirpi, non era così: in quella regione si trovavano riuniti i più diversi popoli, convenuti in Galilea dalle parti più svariate del mondo, proprio perché la parentela del sangue e soprattutto la fede nella consanguineità che dominava in Giudea o nei circoli più ristretti del popolo ebreo, lì non era più sentita.

I "galilei" erano insomma un miscuglio di vari popoli, abbastanza malvisto dai giudei, tant'è vero che "galileo" significò poi "ibrido", ed anche oggi il termine "beduino" e "palestinese" sono divenuti sinonimi di "arretratezza" (anche se bisognerà riconoscere prima o poi che in realtà è vero il contrario, dato che la popolazione palestinese è attualmente una regione con un alto grado di coscienza politica e nazionale, dunque tutt'altro che arretrata; nel 1929 una commissione d'inchiesta britannica constatò: "L'opinione che il fellah non s'interessa di politica non trova conferma nella nostra esperienza in Palestina... Qui nessuno puo dubitare che i contadini e i braccianti sono autenticamente interessati sia alla creazione di un loro stato sia allo sviluppo di istituzioni di autogoverno. Non meno di 14 quotidiani vengono pubblicati in Palestina, e quasi in ogni villaggio vi e qualcuno incaricato di leggerli a quattro contadini che non sanno leggere... Essi discutono tutti di politica e questa fa abitualmente parte dei sermoni del venerdì nella moschea. Questi fellahin... sono con tutta probabilità più politicizzati di molta gente europea") la gente che confluiva lì era formata da individualità evolute, in quanto capaci di superare i condizionamentri della specie umana, per es., quelli relativi a razza, stirpe, popolo, chiesa, religione, ecc.

Alla fine del vangelo di Giovanni, nell'epilogo, è specificato ancora per l'ultima volta l'"inessenziale" riferimento "Cana di Galilea" (Gv 21, 2) per sottolineare in verità che fra i discepoli di Gesù era giunto in quel luogo anche Natanaele, probabilmente anch'egli per liberarsi dalla rigorosa legge del principio di consanguineità, che ancora oggi considera ebreo solo chi lo è secondo il sangue.

Natanaele, pur di liberarsi da tale visione del mondo ancora legata alla razza - e Gesù è il portatore per eccellenza di questo anelito, affinché il bene non sia più compiuto per forza della legge, ma come impulso d'amore vivente nell'intimo - aveva accolto l'iniziazione caldea, consistente nei misteri persiani o di Mitra, strutturata astrologicamente secondo il numero sette. Si contavano infatti in essa sette gradi di iniziazione: "chi doveva venir elevato ai gradi superiori dell'esperienza spirituale, doveva prima passare per il grado espresso col simbolo del "corvo". Poi diveniva un "occulto", un "nascosto". Al terzo grado diveniva un "lottatore", nel quarto un "leone"; nel quinto grado gli si attribuiva il nome del popolo a cui apparteneva. Nel sesto grado diveniva un "eroe solare", nel settimo un "padre". Per i primi quattro gradi, l'uomo veniva gradualmente introdotto sempre più in profondità nell'esperienza spirituale; nel quinto grado raggiungeva la facoltà di una coscienza allargata che lo abilitava a divenire un protettore spirituale dell'intero popolo al quale apparteneva. Per questo gli si attribuiva il nome del popolo corrispondente, e quando in quei misteri qualcuno era iniziato al quinto grado, aveva una determinata partecipazione alla vita spirituale" (R. Steiner, "Il quinto vangelo", Ed. Antroposofica, Milano, 1989).

Tutto ciò può essere riscontrato da due fatti.

Il primo, è che Gesù riconosce questo anelito evolutivo in Natanaele, che definisce "israelita" (Gv 1, 47). A differenza degli ebrei che, inseriti nella comunità, sentivano se stessi come membri di un'anima di gruppo, per Natanaele, iniziato del quinto grado, non era così: mentre l'uomo comune sentiva se stesso nell'anima di gruppo, di partito o di popolo di appartenenza, chi accoglieva l'iniziazione astrologica di Mitra doveva sapere accogliere quest'anima di gruppo in se stesso, perché per costui non avrebbero dovuto contare più ora i personalismi, bensì solo lo spirito generale del suo popolo. Ecco perché l'iniziato di questo grado veniva denominato col nome del rispettivo popolo. Il Cristo, naturalmente onnisciente, riconosce Natanaele, anche se Natanaele, essendo iniziato al solo 5° grado, non è ancora in grado (Gv 1, 46) di riconoscere il Cristo come spirito cosmico della Terra.

Il secondo fatto consiste nel fico. Il Cristo infatti prosegue: "Prima che Filippo ti chiamasse, mentre stavi sotto il fico, io ti vidi".

Anche questa è una designazione simbolico-iniziatica, come quando del Budda si dice che stava seduto sotto l'albero di Bodhi. Il fico è infatti un simbolo dell'iniziazione egizio-caldea, e Gesù voleva dire: "So bene che sei iniziato e lo vedo". Solo a quel punto Natanaele comprende e riconosce: "Maestro, tu sei il Figlio di Dio e il re d'Israele!" (la parola "re", in questo contesto, significa: "Sei più grande di me, altrimenti non avresti potuto dirmi del fico").

Queste cose sono importanti e non vanno dimenticate.

L'attuale tendenza è invece quella di metterle in ombra... si vorrebbe dimenticarle in nome del "memoriale eucaristico"...

(continua)

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