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“Non ne vuole sapere” è la frase tipica che caratterizza non solo il particolare disinteresse del tradizionalista retrivo incatenato alle ideologie o alle dottrine ma anche le sue paure di fronte al pensare autonomo, a causa delle quali la coscienza si autolimita nella convinzione di fare la volontà di un Dio o di un partito.

Quando ciò avviene, cioè quando la deficienza di coscienza prende il sopravvento, anche la forza immaginativa è impedita, perché il pensare è fatto anche di immaginazione.

Allora diventa impossibile o quanto meno molto difficile immaginare fra i nostri simili la presenza di soggetti che sono essenzialmente diversi da noi. Quando poi la vita ci pone di fronte a loro, avviene che molti nostri ideologici pregiudizi, per esempio di uguaglianza, impediscono di percepire l’altro da noi come individualità, dato che pensiamo scientificamente che tanto noi quanto il nostro prossimo apparteniamo alla specie animale.

Questo modo di vedere è però una grossolana “svista”, un grossolano errore del materialismo scientifico.

Si tratta di una “svista” culturale talmente anacronistica da essere più consona all’homo faber che all’homo sapiens, e con la quale si diventa ciechi volontari.

La cecità volontaria tipica del materialista, il quale di fatto impedisce a se stesso la veggenza del mondo nuovo, o del “nuovo testamento” che dovrebbe essere quello della nostra era, è dunque causata da quella “svista”.

L’immagine di questa aberrazione è quella del gatto che si morde la coda credendo di difendersi da qualcosa che gli è alle spalle… Così ad esempio ogni appartenente ad un partito politico o ad una confessione religiosa crede, con le frasi fatte o coi dogmi di quel partito politico o di quella confessione, di difendersi dalla vita pensante che porta sulle proprie spalle come scatola cranica preposta alla riflessione.

Ciò che oggi non si vede, o che non si vuol vedere, è la differenza fra l’animale e l’uomo, consistente essenzialmente nel diverso concetto di specie: diversamente che per la specie animale, la specie dell’individualità umana è una specie a sé, anticamente chiamata col nome tecnico di FIGLIO DELL’UOMO in riferimento all’io umano incarnatosi all’inizio della nostra era. Precedentemente l’uomo indicava se stesso parlando del suo cuore o della sua anima (Luca 1,46; Atti 2,27) cioè in terza persona singolare come gli infanti che nei primi anni della loro evoluzione indicano ancora se stessi col proprio nome.

La distinzione fra animale e uomo sfugge alla cultura materialistica odierna e va sottolineata: mentre un individuo animale è caratterizzato dalla sua propria specie (canina, ovina, felina, ecc.), l’individuo umano è caratterizzato dall’unicità del suo “io”. Gli animali hanno un io di gruppo, l’uomo ha un io individuale. E mentre l’animale realizza se stesso in conformità alla sua specie, l’uomo si realizza in conformità al suo involucro protettivo detto “Cristo”, altro termine tecnico indicativo della “specie” per così dire lucida (“Cristo significa “unto” cioè lucente, lucido”, luce che illumina) anticamente detta dei “figli dell’uomo”. Tale involucro protettivo è presente come crisalide nella metamorfosi di certi animali inferiori. Si noti, a questo proposito, che la parola “Cristo” e la parola “crisalide” hanno la stessa radice.   

La “svista” di cui sopra, cioè la cecità volontaria del materialista, che gli fa considerare grossolanamente l’uomo come specie animale, e l’io come sovrastruttura della materia, mette al posto della percezione sovrasensibile del Logos, presente nella logica umana, il sentimento di avversione o di paura ogni volta che, NON RICONOSCENDO il Logos nell’altro da sé, gli impone la propria dottrina confessionale, o la propria ideologia partitica, come massima forma dogmatizzata del Logos. Anziché conoscere il Logos in se stesso e nell’altro da sé, egli si attiene alle regole logiche, al logismo, ai dogmi, ecc. (cfr. “Fede e psicosi”). La vita del conoscere muore così nella mortificazione dell’obbedire e della schiavitù.

Tale mancanza di conoscenza proviene da antilogica.

Anche l’antilogica ha però la sua conoscenza. La conoscenza antilogica la si può caratterizzare come abrasiva, in quanto è allora il karma, spesso drammaticamente, a darci la necessaria scossa per il nostro risveglio.

Il nostro comportamento può pertanto essere “abrasivo” rispetto alla nostra coscienza.

La CONOSCENZA ABRASIVA è dunque non solo chiusura interiore o isolamento psichico ma soprattutto tendenza subconscia o inconscia a conoscere solo ciò che aiuta a chiudersi e/o ad isolarsi.

Ciò avviene secondo una precisa dinamica involutiva del soggetto umano.

In psichiatria la “conoscenza abrasiva” sopra caratterizzata è rintracciabile nella “schizotimia”.

Con la “schizotimia” si entra nella psicopatologia dello schizoidismo: attraverso un comportamento prevalentemente ciclotimico, cioè  prevalentemente bisognoso di approvazione e di eterodirezione, il soggetto anela nel proprio agire ad un formalismo sociale, vale a dire agisce secondo MODELLI DI PENSIERO prefissati, ad esempio dalla dottrina o dall’ideologia della confessione religiosa, o del partito o del gruppo di appartenenza.

In tale contesto, la regola, la “legge” del comportamento formale, la “netiquette”, il galateo, ecc., sono più importanti della coscienza pensante, ed entrano in gioco deresponsabilizzando l’autonomia del soggetto, facendolo GREGARIO.

Si crea con ciò una subconscia gerarchia di valori nella quale l’abilità dell’uso del formalismo sociale, e quindi dell’essere irresponsabili, è la nuova misura di conoscenza, appunto, “abrasiva”, in quanto si usa la neocorteccia quel tanto che basta per essere freddamente determinati dal nucleo atavico del cervello, detto rettiliano o della paura.

La CONOSCENZA ABRASIVA è pertanto un’evoluzione della specie al contrario: anziché innalzarsi verso la sfera neocorticale umana, il pericolo è quello di procedere in senso inverso verso l’animalismo (fisiologicamente nella direzione del centro rettiliano del cervello).

Ciò avviene proprio nella misura in cui di fronte alla facoltà del prendere coscienza per esempio dei propri eccessi di emotività da equilibrare attraverso lo strumento dell’io mediante immissione di volontà, si sceglie la via più breve e meno impegnativa della passività: è la via dell’“io” astrattizzato fuori di sé e pensato come  divinità (ci si sente infallibili come “Dei” in quanto si “ubbidisce a Dio”), a cui si attribuisce la creazione di questa o quella regola di comportamento, in merito a questo o quel caso in cui, da GREGARI, si deve (“dover essere” kantiano) semplicemente obbedire.

L’etica dell’“obbediente” o del “legalista”, o del “leguleio” o del “fariseo” è allora come la dietetica: si guarda la “ricetta”, cioè la “misura” del proprio comportarsi, ed anziché liberarsi come individualità umana dalla specie animale, si allarga in modo esponenziale la propria smisurata e irresponsabile animalità.   

Occorre pertanto invertire la direzione di questa dinamica di conoscenza abrasiva.

Questa inversione della direzione del nostro pensare abituale è la conversione al Logos.

Di solito si chiama conversione l’obbedienza a regole, ma l’uomo veramente convertito al Cristo non può non essere contemporaneamente convertito al Logos, la cui unica “legge” è l’epicheia, consistente nella non applicazione di leggi ingiuste (Matteo 12, Luca 6, ecc).

L’ascesa verso la consapevolezza della giusta direzione da prendere, potrebbe essere rappresentata dalla dodicesima lettera “Lamed” dell’alfabeto ebraico, in quanto fisicamente più alta delle altre lettere.

In quanto significa di per sé “verso” ed esprime il luogo verso il quale qualcuno o qualcosa si dirige, questa lettera potrebbe essere considerata l’origine di ogni aspirazione a liberarsi dalla materia e dalla pesantezza per innalzarsi “verso” più alte sfere.

LAMED significa, come parola, “pungolo per il bove”, “frustino”, e “imparare”, “apprendere”, “capire il verso giusto, la giusta direzione”. Questo bove è l'intero cosmo. Il Toro che da’ inizio al mondo è pungolato, spinto a muoversi.

Come proprietà umana è la capacità di trasformare la realtà.

L'uomo ha il compito di continuare l'opera creatrice fino a portare le cose di questo mondo all'armonia superiore.

LAMED è il pungolo che mette in moto il “bove-mondo”: il fatto che l'uomo si decida alla metamorfosi, ha lo stesso effetto di LAMED, il pungolo, su ALEF, il cui significato è “testa del toro”: le lettere ALEF-LAMED formano la parola “El”, cioè Elyon, l’Alto, Allah, Dio, ecc.

LAMED è zodiacale della Bilancia. Il valore numerico della dodicesima lettera, 30, corrisponde altresì all'età in cui Cristo inizia il suo apostolato, che segna un nuovo cammino, una via nuova. La Bilancia è il segno della via.

I piatti della bilancia hanno alterni saliscendi, così l'uomo nella sua via passa fra condizioni alterne, e proprio questo gli permette di percorrere la via.

La via è anche lo scorrere del tempo. Il 12 è un numero temporale e si potrebbe dire che il tempo è il “pungolo” che muove l'uomo. Nell’uomo infatti il bilanciamento fra sicurezza e dubbio, gli permettono di rafforzarsi, di muoversi, misurarsi, sentirsi libero.

La forma a scala della lettera Lamed potrebbe essere connessa a quella del DNA, o a quella della scala di Giacobbe (sogno di Giacobbe), la cui base tocca la terra e la cui cima arriva al cielo, simbolo di unificazione degli opposti.

Essa rappresenta anche le tre principali zone della vita: zona del capo (sistema nervoso o del pensare), zona del torace (sistema respiratorio cardio-circolatorio o del sentire) e zona delle membra (sistema metabolico o del volere attivo), vale a dire la mente e il cuore che si unificano mediante il volere.

Non a caso la parola Lamed forma l’acrostico “Lev Mevin Da’at” che significa “Cuore Comprendente Conoscenza”.

La conoscenza attraverso la Lamed è dunque quella del volere che unifica Cuore e Mente unificando gli opposti, così che ciò che è stato sempre fratturato nell’uomo è sanato.

Con la lettera Lamed la volontà fa scendere la conoscenza mentale al cuore permettendo ai sentimenti di ascendere alla logica, ed attuando la piena comprensione: attraverso la saggezza del cuore si raggiunge la vera elevazione spirituale, che unisce emozione e razionalità.

Questa lettera corrisponde al mese di Tishrè, il cui senso è il rapporto d’amore, il riuscire ad imparare a fondersi. Anche questo parla di conoscenza, della conoscenza biblica connessa al fare l’amore nel perfezionamento delle relazioni che è parte integrante di ogni ascesi. Integrare il rapporto fra gli esseri umani comprendendo il significato di ogni rapporto, comporta infatti il vivere nel presente ponendoci in relazione col vero io di chi ci sta di fronte, rimuovendo dal rapporto il male generato da ogni illusorio anacronismo, e perfino dagli echi e dalle impronte create da passati rapporti di dolore provenienti da ogni altra vita attraversata insieme.

L’area della rettificazione del cuore è la più complessa perché legata al mondo emotivo, agli impulsi subconsci, inconsci, ed archetipici, che giungono anche dal passato.

Guardando immaginativamente la lettera, si nota che essa può altresì evocare il ricordo della scala serpentina detta Kundalini che si risveglia, descrivendo la salita dell’energia fino alla sommità del cranio.

La figura della lettera Lamed come simbolo, e nel suo significato, riporta ognuno verso la consapevolezza delle due realtà di questo mondo, il maschile ed il femminile, e dell’importanza ad integrarle, per far proprie le qualità innate dell’essere.

Lamed rappresenta profondamente l’unificazione degli opposti per l’arte stessa di amare.

La decima lettera italiana “elle”, inizia con fortuna la “logica” del Logos. E la logica del numero 10 è data dalla Tetraktis pitagorica occultata nei primi quattro numeri che sommati rivelano il dieci (1+2+3+4=10) ed il tarocco della buona sorte…

Si noti bene: in ebraico il termine “logica” si dice “higayon” (lettere: he, ghimel, iod, vav, nun). nei vocabolari ebraici, la parola successiva a “higayon” è “haghinut”, che significa “dignità, onestà”. “Haghinut” ha la stessa radice formata dalle prime tre lettere “he, ghimel, e iod”. Fino a prova contraria anche la conformazione delle parole mostra quanto la logica sia imparentata alla dignità ed all’onestà...

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