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L’informativa sul processo di riabilitazione attuato nella ESMA inviata dall’ambasciatore statunitense Castro al Dipartimento di Stato non identifica le sue fonti all’interno della Chiesa Cattolica e dell’ambasciata francese. Ma la raccolta di documenti governativi statunitensi declassificati nel 2002 su istanza del Centro di studi legali e sociali e delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo rivela che l’interlocutore principale dell’ambasciata americana era il nunzio apostolico Pio Laghi. Lo stesso Grasselli racconta che Laghi lo mise in contatto con gli ambasciatori del Venezuela e degli Stati Uniti, onde ottenere i visti per i sopravvissuti partecipanti alla riabilitazione.

Laghi era legato da un rapporto d’amicizia con il Comandante in Capo della Marina Emilio Massera. Ciò che qui è oggetto di controversia è esclusivamente la frequenza e il motivo dei loro incontri.

A Emilio Mignone, Massera disse che ogni quindici giorni giocava a tennis con il nunzio. Di contro, Laghi ammette di aver giocato a tennis con il capo della Marina solo quattro volte in sei anni. Uno dei vescovi designati su indicazione di Laghi, il vescovo di Morón Oscar Justo Laguna, avanzò una giustificazione quanto mai curiosa: attribuì quelle partite alla passione del nunzio per il tennis, che lo avrebbe indotto a giocare con il diavolo in persona. Ma al di là di questo, Laghi celebrò le nozze dei figli e battezzò i nipoti dell’ammiraglio. In un libro pubblicato in Italia, Laghi spiegò a sua difesa che il suo intento era di sfruttare quella relazione per ottenere delle concessioni a favore delle vittime della re repressione (Bruno Passarelli, Fernando Elenberg, “Il Cardinale e i desaparecidos. L’opera del Nunzio Apostolico Pio Laghi in Argentina”, Società editrice Edi2000, Roma, 1999).

Quello che Mignone non riuscì a sapere è che, dopo le dimissioni di Massera dalla Marina, Laghi si mantenne ben informato sul processo di rieducazione attraverso il suo successore, l’ammiraglio Armando Lambruschini, con il quale non giocava al tennis. Fu lo stesso Laghi a raccontarlo a María Ignacia Cercós, moglie del giornalista Julián Delgado. Redattore capo di “Primera Plana” nell’epoca d’oro del settimanale, gli anni Sessanta, in seguito diventò direttore della rivista economica “Mercado”, di cui era anche editore insieme ad altri due giornalisti, Mario Sekiguchi e Alberto Borrini. Da nessun punto di vista Delgado poteva essere annoverato tra gli oppositori della giunta militare. Ma ciò non era necessario per correre rischi mortali. Bastava essere il marito di qualsiasi donna concupita da Massera, come l’imprenditore Fernando Branca, che dopo una gita sullo yacht del Comandante in Capo non rimise piede a terra; o sollecitare un rapido ritorno alla democrazia, come l’ambasciatore in Venezuela Héctor Hidalgo Solá; o ancora eccepire sulle trattative intavolate dall’ammiraglio con il leader montonero Mario Firmenich, come la diplomatica Elena Holmberg Lanusse; o infine possedere un mezzo di comunicazione che suscitasse l’interesse dell’ammiraglio, come Julián Delgado. Si trattava del quotidiano d’affari “El Cronista Comercial”.

In realtà non era suo. Nel giugno del 1976 Delgado impersonò il ruolo di acquirente di quella storica testata economica per conto del gruppo Sasetru. Neanche dall’altro lato del tavolo le cose stavano come apparivano. Il direttore-editore storico del giornale, Rafael Perrota, cedette l’intero pacchetto azionario, ma la metà del denaro ricevuto finì a un ragioniere che rappresentava l’azionista occulto, il banchiere e funzionario della precedente dittatura militare David Graiver. Perrota fu sequestrato nel 1977 con l’accusa di legami con la guerriglia e in seguito fu visto in diversi campi di detenzione della provincia di Buenos Aires, devastato dalle torture subite. Non se ne ebbero più notizie. Un figlio di Perrota confidò alla famiglia di Delgado che i sequestratori del padre avevano chiesto come riscatto il denaro intascato dalla vendita del giornale. L’editore del quotidiano “La Opinión” Jacobo Timerman, anch’egli in passato socio d’affari di Graiver, vide Perrota nel suo luogo di prigionia, in stato catatonico. Si trovavano entrambi in un campo di detenzione diretto dal capo della polizia della provincia di Buenos Aires, il colonnello Ramón Camps, fanatico integralista formatosi alla scuola dei francesi di Cité Catholique. Negli editoriali che pubblicava, ormai in pensione, sul quotidiano del mattino “La Prensa”, Camps citava come fonti autorevoli personaggi sconosciuti in Argentina ma venerati dagli integralisti francesi, come Maurice Bardèche o Xavier Vallat. Bardèche fu l’ideatore delle teorie negazioniste dell’Olocausto e si autodefinì fascista nel dopoguerra, la qual cosa gli conferì una certa notorietà come fenomeno esotico. Vallat rivestì l’incarico di sovrintendente alle questioni giudaiche e fu responsabile delle deportazioni sotto il governo collaborazionista di Vichy.

Massera pubblicava un bollettino di notizie dal titolo “Convicción”, che gli sembrava però inadeguato alle sue ambizioni. Per questo voleva un giornale: se l’Esercito aveva sottratto “La Opinión” a Timerman, perché la Marina non poteva mettere le mani su “El Cronista Comercial”? In entrambi i casi, l’aggancio era la relazione con Graiver, che aveva ricevuto finanziamenti dai Montoneros. È improbabile che Timerman e Perrota ne fossero al corrente quando lo accettarono come socio. L’appetito della Marina non si placò con la vendita del “Cronista Comercial” a Delgado e Sasetru. “Julián mi aveva detto che Massera voleva mettere piede nel giornale, ma non gli diedi particolare attenzione”, ricorda la moglie di Delgado.

Delgado viveva nel terrore. Nel gennaio del 1978 annunciò che sarebbe partito in vacanza per l’Uruguay con tutta la famiglia, una decisione che non rientrava nelle sue abitudini. Non diede alcuna spiegazione, ma durante i preparativi del viaggio strappò alcune foto che lo ritraevano in compagnia degli ex dirigenti della disciolta Confederazione Generale Economica (La Confindustria argentina [ndt].), José Gelbard e Julio Broner. Gelbard era una delle persone che avevano introdotto Graiver nel mondo degli affari e della politica. Broner era esule in Venezuela e un gruppo di uomini della ESMA andò fino a Caracas con l’intento di sequestrarlo (Lisandro Raúl Cubas, testimonianza alla Commissione nazionale sulla scomparsa di persone). Settori dell’Esercito e della Marina erano sulle piste di quello che ritenevano fosse il tesoro dei Montoneros.

Al rientro da quella vacanza, Delgado non tornò più quello di prima. Una profonda depressione gli impediva di dormire e si rinchiuse in casa per mesi, senza trovare la forza per uscire. Il primo giorno che lo fece fu il 4 giugno 1978, per iniziare un trattamento psicoanalitico. All’uscita dalla visita, lo fecero scomparire.

I suoi soci Borrini e Selciguchi scrissero una lettera, pubblicata nella pagina dei lettori del “Mercado”, che non dovrebbe mancare in nessuna antologia su quegli anni:

“Del fatto fu debitamente informato il ministro dell’Interno, il generale Albano Harguindeguy. Nonostante l’interesse e la preoccupazione mostrati dal ministro e la diligenza della Polizia Federale, che meritano di essere riconosciute, non vi è traccia di lui né della sua automobile. Julián Delgado non volle mai essere protagonista; per questo siamo sicuri che non approva le versioni sbrigative che certuni stanno intessendo sulla sua scomparsa, contribuendo a intorbidire, magari involontariamente, l’immagine del paese in un momento in cui gli occhi del mondo intero sono puntati su di noi”.

La loro chiaroveggenza su quanto avvenuto al socio scomparso era così assoluta da sapere che “mentre si continua a cercarlo, Delgado approverà che noi concludiamo questa lettera raccomandandogli la lettura del numero che ha nelle sue mani”. Con ciò annunciavano un servizio sul debito estero e un altro sui preparativi del campionato mondiale di calcio (“Mercado”, N° 456, 15 giugno 1978, editoriale della direzione).

La vita continuava, quantomeno per loro.

María Ignacia Delgado è cattolica, ma non praticante. Subito dopo il sequestro di Julián prese contatto con diverse personalità laiche vicine alla Chiesa. Una di queste combinò il suo primo incontro con Pio Laghi, che la ricevette nella sede della nunziatura apostolica in avenida Alvear. “Mi accolse cordialmente. Fu la persona più aperta con cui ebbi modo di parlare. Lo avevo già conosciuto anni prima a una cena, alla quale mi trovavo con mio marito, e rimasi sorpresa che se ne ricordasse”, rievoca.

La rivelazione di quanto accadeva alla ESMA ebbe luogo nel corso della prima udienza. Il nunzio apostolico le disse che con il cambio al vertice della Marina, nel settembre del 1978, Massera aveva consegnato al suo successore, l’ammiraglio Armando Lambruschini, un gruppo di quaranta prigionieri detenuti nella Scuola di meccanica della Marina. Il nuovo comandante in capo gli sembrava un uomo di buoni sentimenti, e aveva chiesto il suo consiglio su cosa fare con i pngionieri.

Laghi le disse che Lambruschini non si decideva a consegnare quei detenuti-desaparecidos al destino mortale cui erano andate incontro le altre persone passate per la ESMA, ma nemmeno a rimetterli in libertà, nel timore che si verificasse nuovamente l’episodio accaduto con un primo gruppo di prigionieri liberati. Nel dialogo tra il nunzio e il capo della Marina non venne neppure presa in considerazione la possibilità che quelle quaranta persone fossero messe a disposizione del potere esecutivo, o consegnate alla giustizia perché le condannasse per eventuali atti criminosi.

“Mi raccontò che Lambruschini gli disse che gli uomini di Massera avevano agito in modo molto affrettato. Avevano fatto uscire dal paese un gruppo di persone minacciandole di ritorsioni contro i loro familiari se avessero rotto la consegna del silenzio. Ma qualcuno parlò. In Europa una donna mostrò il biglietto aereo con cui era uscita dal paese. Tenuto conto di quel precedente, che Laghi definiva una goffaggine, Lambruschini consultò la

Chiesa sul da farsi con quelle persone” (María Ignacia Cercós de Delgado, interviste con l’autore a Buenos Aires, apri­le 1995).

Non era una sola donna, ma tre. Il 12 ottobre 1979 si presentarono davanti all’Assemblea nazionale francese Aria María Martí, María Alicia Milia de Pirles e Sara Solarz de Osatinsky. La documentazione con cui María Alicia era riuscita a uscire dal paese l’aveva ottenuta Grasselli. Dissero che fino al marzo del 1978 erano passate per la ESMA 4726 persone e che solo un centinaio erano ancora vive, descrissero il funzionamento del campo di concentramento e le sue strutture e identificarono con nome e cognome trenta membri del reparto speciale. Raccontarono anche della pratica di affidare a coppie sterili di militari della marina i figli di donne che avevano partorito in prigionia e che dopo il parto venivano assassinate, e dei voli nei quali si gettavano in mare i corpi dei prigionieri che si era deciso di eliminare (Commissione Argentina dei Diritti Umani, “Testimonianze dei sopravvissu­ti al genocidio in Argentina’, Mimeo, Parigi, 1979. Esiste un saggio di questa ecce­zionale testimonianza nell’archivio del Centro di studi legali e sociali).

Il loro racconto del progetto di riabilitazione coincide con quello dell’ambasciatore degli Stati Uniti. La Marina si proponeva di “convincerli sul piano politico-ideologico per aggregarli al futuro progetto politico di Massera” il quale, in contrasto con l’Esercito, “si candida come alternativa politica, cercando di intercettare settori importanti del movimento peronista”. Per sopravvivere e per raccogliere informazioni fecero finta di accettare, ma senza denunciare alcun compagno. Il capo del reparto speciale diceva che era “la mano di Dio” a decidere chi sarebbe sopravvissuto.

“Il processo di rieducazione [consisteva] nel tentativo di farci accettare un modello di vita da cui fossero bandite per sempre la solidarietà, la dignità umana, l’attenzione ai problemi sociali. Fu il tentativo di realizzare un lavaggio del cervello, per il quale si avvalevano della consulenza di uno psicologo. Dovevamo dimenticare chi eravamo stati, per cosa avevamo vissuto, e accettare il modello di vita del nemico”.

Una denuncia simile fu formulata a Stoccolma da Norma Susana Burgos, che consegnò al ministero degli Esteri svedese copia del biglietto aereo con cui uscì dal paese, anch’esso intestato al conto corrente della Marina (Norma Susana Burgos, racconto fatto al sottosegretario agli affari legali del ministero degli Affari Esteri svedese, Hans Danelius. Copia nell’archivio del Cen­tro di studi legali e sociali).

Queste testimonianze suscitarono un forte disorientamento in seno al reparto speciale della ESMA, i cui membri erano cambiati con il passaggio di consegne tra Massera e Lambruschini. Al loro interno nacque una polemica. Una parte propose di mantenerli in vita, ma di lasciarli in libertà all’interno del paese dove si supponeva sarebbe stato più facile controllarli. Altri sostenevano invece che bisognava ucciderli tutti (Carlos Muñoz, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel pro­cesso 13/84, 23 luglio 1985, fg. 6199).

Uno dei prigionieri ricorda il giorno in cui sua moglie e quelle di altri due furono sul punto di partire alla volta delle isole Canarie, dove una di loro aveva un parente. Prima sarebbero dovute partire le donne con i bambini, poi gli uomini. Il nuovo responsabile dei sequestrati, il capitano di fregata Luis D’imperio, alias “Abdala”, li convocò tutti nella sua stanza. Sulla scrivania c’erano tre biglietti. Le tre donne si sedettero di fronte a lui, i tre uomini più indietro.

“È tutto pronto, ma c’è stato un inconveniente”, esordì “Abdala”.

Fece entrare l’ufficiale Raúl Enrique Scheller, alias Pinguino, e gli ordinò:

“Racconta”.

Scheller riferì della conferenza stampa che si era svolta quel giorno a Parigi. I prigionieri lo ascoltarono storditi.

“A voi decidere”, disse “Abdala”.

Di fronte al loro silenzio, insistette:

“Volete andarvene o no?”.

I prigionieri scelsero di restare. Uno di loro è convinto che una scelta diversa avrebbe significato la morte. “Restare era la massima dimostrazione di fiducia nei loro confronti” (Lorkipanidse, intervista citata. Gli altri prigionieri le cui mogli stavano per partire per le Canarie erano Carlos Muñoz e Daniel Oviedo).

Sebbene Laghi non glielo disse esplicitamente, María Ignacia Cercós de Delgado capì che il consiglio del nunzio, sollecitato di un parere da Lambruschini, fu che si preservasse la vita dei prigionieri.

“Laghi credeva che Julián potesse essere tra loro. Mi spiegò che molti di quel gruppo erano professionisti, che probabilmente non erano colpevoli e che la loro detenzione poteva esser dovuta a un errore”, dice la donna. Laghi non ricordava con certezza se Delgado facesse parte di quel lotto di prigionieri ma le promise di verificarlo e le propose un nuovo incontro una volta ottenuta quell’informazione. Ciò sta a indicare che conosceva anche i nomi dei prigionieri che partecipavano al processo di rieducazione.

“Quando lo rincontrai, Pio Laghi mi disse che disgraziatamente Julián non faceva parte dell’elenco e mi domandò perdono per avermi fatto nutrire speranze”, dice María Ignacia. “Ciò significa che aveva pieno accesso alle informazioni”. Tuttavia le raccomandò di non disperare e le propose di metterla in contatto con il capo dell’Esercito, il tenente generale Roberto Viola, che avrebbe preso il posto di Jorge Videla alla presidenza della Repubblica. In un terzo incontro, Laghi le comunicò che le aveva fissato l’appuntamento con Viola, che ricevette due volte la moglie del giornalista scomparso, in un appartamento del centro di Buenos Aires. Dice María Ignacia:

“Per strada c’erano tre auto e nel vestibolo del palazzo una persona armata. Gli dissi che volevo sapere, che non ero spinta dal desiderio di vendetta ma dalla disperazione. Viola mi ascoltò in silenzio e disse che avrebbe verificato. Non parlò molto”. La seconda volta le disse che non erano stati né l’Esercito né la Polizia politica. “Rimane la Marina, ma io non posso far nulla, siamo compartimenti stagni.”

Per molti anni María Ignacia credette di dover essere grata a Pio Laghi, “per avermi ascoltato in modo così aperto ed essersi curato di tutte quelle faccende, con la Marina e con Viola”. Le occorsero oltre quindici anni per scoprire che “non posso perdonargli il suo silenzio complice e quella frase sul fatto che forse non erano colpevoli. Vuol dire che qualcuno decise che altri erano colpevoli. Mi sento un mostro per aver ascoltato quelle cose senza reagire. Nessuno merita di scomparire. Non posso neanche concepirlo”.

Cap. 16

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